Quando siamo tribolati nel corpo e nella sa­lute non bisogna pretendere altro dall’anima nostra che atti di sottomissione ed accettazione del male, e di santa unione della nostra volontà col divin beneplacito; tutti atti, che si formano nella suprema punta dello spirito in quanto alle operazioni esterne, bisogna farle il meglio che possiamo, contentandoci però di farle, benché lan­guidamente e con difficoltà; così il piombo della gra­vezza si muta in oro finissimo, per la pratica della gio­condità di cuore.

San Francesco di Sales, Lett. spirit.

 

Il 29 novembre 1596 S. Francesco di Sales, chiamato dal Duca di Savoia, partì dallo Chablais per Torino: il freddo sem­brava insopportabile, ma lo zelo del Servo di Dio superava tutti gli ostacoli. Per abbreviare il viaggio prese la via delle Alpi Pennine, e quando fu arrivato al luogo dove S. Bernardo di Menthon fondò il suo Ospizio col monastero, che gli antichi chiamavano “Montjoux” – montagna di Giove – si scatenò una spaventosa tempesta, che portava la neve di qua e di là, con tanta furia e in tanta copia da nascondere le strade. Il Servo di Dio credette perire in quel viaggio, ma gli venne in mente che potesse essere un artificio del demonio, onde, fatto un esorcismo, tornò la calma e felicemente giunse al monastero di Montjoux. Il Roland, che l’accompagnava, ha poi deposto che l’uomo di Dio sembrava piuttosto cadavere che persona vivente. I religiosi lo ricevettero come un angelo e l’assicurarono che Dio lo aveva conservato in vita miracolosamente, mentre nei due giorni precedenti erano stati portati al monastero alcuni cadaveri agghiacciati, per essere seppelliti!

Dopo aver fatto le sue devozioni al monastero non si lasciò fermare da quei buoni Padri, che molto desideravano ritenerlo qualche giorno con loro, per godere della sua santa conversazione; ma volle proseguire con diligenza la sua strada per Torino, dove fu ricevuto con grandissimo favore, e tutte le sue richieste al Principe e le sue proposte per l’avanzamento della fede e l’abolizione dell’eresia vennero approvate con piacere. Restò alla Corte solo quanto la necessità degli affari ve lo ritenne, e se ne tornò ai suoi neofiti, con la stessa diligenza con cui, per procurare il loro vantaggio, se ne era allontanato. A Tonone continuò nei suoi combattimenti e nelle sue apostoliche conquiste, e fra le tante congratulazioni che allora ricevette non furono ultime quelle del R. P. Cherubino da Moriana, Cappuccino, resi­dente in quel mentre a Chambéry e che furono accompagnate dal grandissimo regalo di una immagine della Vergine Maria che guardava il Bambino Gesù addormentato fra le sue braccia. L’uomo di Dio serbò caramente questo dono e ne fece tanta stima, da scriverne al Presidente Favre come segue: « … sic­come qui non ho nulla per ricreare i miei occhi, prendo spesso in mano il pio dono di quel grande religioso, che mi dimostra tanto affetto, e il bel libro contenente un cantico magnifico della Madonna al suo Divin Piccino, composto e offertomi da Orazio Tercelin. Questi mi ha mandato una pittura scritta e ben ideata e quegli una pittura vera e ben disegnata. Questa ha dilettato i miei occhi, ottenebrati e stanchi per la solitudine e la vista delle rovine dei sacri Templi devastati, e quella ha ricreato le mie orecchie, da tanto tempo piene di orribili bestemmie! Siffatti doni non mi sono stati offerti da quei santi personaggi senza intervento della Provvidenza divina, che voleva m’imprimessero più vivamente nel cuore Gesù Cristo e la Santa sua Madre».

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