Duomo di Livorno

“Confessarsi davanti a un sacerdote è un modo per mettere la mia vita nelle mani e nel cuore di un altro, che in quel momento agisce in nome e per conto di Gesù. È un modo per essere concreti e autentici: stare di fronte alla realtà guardando un’altra persona e non se stessi riflessi in uno specchio”. Papa Francesco, Il nome di Dio è Misericordia, Edizioni Piemme.

Necessità

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L’esame di coscienza è necessario alla VERA purificazione dell’anima. Infatti un pentimento generico delle proprie colpe, non scava profondo e non è completo se non c’è una visione almeno sufficiente delle colpe stesse. Con tale esame noi ci si guarda in faccia.

La umiltà che in fondo dà la misura del dolore dei peccati è stimolata dalla netta considerazione delle deficienze, della loro leggerezza, della loro stupidità, del loro grado di inquinamento nell’anima, dalla contraddizione ingenerata da una comparazione col creato.

La ascesa nella virtù non può realizzarsi senza un distacco dalle colpe; l’amore di Dio e del prossimo massimo tra i comandamenti non si libra decorosamente senza il cambiamento operato dalla penitenza. Ma questa come si è detto dipende anche dal sapere « chi siamo », nei più piccoli dettagli.

La santità, che corona la ascesa nelle virtù, viene a dipendere dallo stesso fattore di continua cognizione, dolore dei propri peccati.

Si può affermare che l’esame di coscienza rimane ordinariamente il punto di partenza più concreto del cammino verso Dio e verso la vita eterna.

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In che consiste

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L’esame di coscienza consiste anzitutto nel richiamare alla memoria quanto si è compiuto di imperfetto o peccaminoso in un certo periodo di tempo. Il male morale è « difformità dalla Legge di Dio » e tale difformità non sta solo nel peccato mortale, bensì anche in quello veniale.

Il richiamo alla memoria non viene fatto nell’esame di coscienza a scopo di pura indagine statistica o di introspezione psicologica, ma al fine di pentirsi per ottenere il perdono dei peccati. Senza dubbio l’esame può rivelare elementi interessanti la conoscenza di se stessi e il lo vedremo ; ma non è questo dato scientifico che costituisce l’esame di coscienza nel suo vero essere; fine è il perdono da ottenersi dal Signore e del miglioramento della propria vita.

Per raggiungere il suo scopo l’esame di coscienza non può essere frettoloso e superficiale. Se è frettoloso, lascia il quadro incompleto, non afferra quello che sta nelle pieghe dell’anima e vi prepara ulteriori cadute. Esige dunque un certo sforzo di memoria e di perseverante attenzione. Solo in tal modo fornisce il materiale per il miglioramento della vita.

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I tempi dell’esame di coscienza

Per avere una vita cristiana ordinata l’esame di coscienza va fatto ogni sera. Allora è presa di cognizione di una giornata, è rilevamento di temperatura spirituale, è allarme, per divenire richiesta sincera di perdono e chiudere onestamente e decorosamente un piccolo capitolo della esistenza.

Tuttavia l’esame quotidiano non basta ad un vero progresso spirituale: deve essere integrato chiaramente da esami periodici riassuntivi, da esami relativi a doveri specifici, da rilevazioni in rapporto al proprio tempo. Tale ultimo esame è necessario per coloro che devono entrare nella vita di comunione ecclesiastica o civile a qualunque titolo. Ne riparleremo nelle note di introduzione speciale ai singoli tipi di esame.

I dieci comandamenti

Che cosa sono i comandamenti di Dio?

I comandamenti di Dio o Decalogo sono le leggi che Dio diede a Mosè sul monte Sinai e che Gesù Cristo perfezionò.

Siamo obbligati a osservare i comandamenti di Dio?

Siamo obbligati a osservare i comandamenti di Dio, perché sono imposti da Lui nostro Padrone supremo.

Chi deliberatamente non obbedisce ai comandamenti di Dio pecca gravemente?

Chi deliberatamente non obbedisce anche a un solo comandamento di Dio in materia grave, pecca gravemente contro Dio, e perciò merita l’inferno.

I Dieci Comandamenti di Dio o Decalogo

Io sono il Signore Dio tuo:

1. Non avrai altro Dio fuori che me

2. Non nominare il nome di Dio invano

3. Ricordati di santificare le feste

4. Onora il padre e la madre

5. Non ammazzare

6. Non fornicare

7. Non rubare

8. Non dire falsa testimonianza

9. Non desiderare la donna d’altri

10. Non desiderare la roba d’altri

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I. Non avrai altro Dio fuori che me

Che ci ordina il primo comandamento « Non avrai altro Dio fuori che me »?

Il primo comandamento « Non avrai altro Dio fuori che me », ci ordina di essere religiosi.

Che cosa significa essere religiosi?

Essere religiosi significa credere in Dio, adorarLo, amarLo e servirLo come l’unico vero Dio, Creatore e Signore di tutto.

Che ci proibisce il primo comandamento?

Il primo comandamento ci proibisce l’empietà, la superstizione e l’irreligiosità, inoltre l’apostasia, l’eresia, il dubbio volontario e l’ignoranza colpevole delle verità della Fede.

II. Non nominare il nome di Dio invano

Che ci proibisce il secondo comandamento « Non nominare il nome di Dio invano »? Il secondo comandamento « Non nominare il nome di Dio invano », ci proibisce di disonorare il nome di Dio.

Come si disonora il Nome di Dio? Il nome di Dio si disonora col nominarlo senza rispetto o senza giusto motivo, col fare giuramenti falsi o inutili, col violare i voti e soprattutto col bestemmiare Dio, la Santissima Vergine e i Santi.

Che cos’è il voto? Il voto è la promessa fatta a Dio di qualche bene a Lui gradito, al quale ci obblighiamo per religione.

Che cos’è il giuramento? Il giuramento è chiamar Dio in testimonio di ciò che si afferma o che si promette.

è grande peccato la bestemmia? La bestemmia è grande peccato, perché è ingiuria e disprezzo di Dio o dei suoi Santi, e spesso anche orribile eresia.

III. Ricordati di santificare le feste

Che ci ordina il terzo comandamento « Ricordati di santificare le feste »? Il terzo comandamento « Ricordati di santificare le feste » ci ordina di onorare Dio nei giorni di festa con atti di culto esterno, dei quali per i cristiani l’essenziale è la S. Messa.

Chi non ascolta la Messa nei giorni di festa fa peccato grave? Chi, senza vero impedimento, non ascolta la Messa nei giorni di festa e chi non dà modo ai suoi dipendenti di ascoltarla, fa peccato grave.

Che ci proibisce il terzo comandamento? Il terzo comandamento ci proibisce nei giorni di festa le opere servili.

Quali opere si dicono servili? Si dicono opere servili i lavori manuali propri arigiani e degli operai.

Come conviene occupare i giorni di festa? Conviene occupare i giorni di festa a bene dell’anima, frequentando la predica e il Catechismo e compiendo qualche opera buona.

IV. Onora il padre e la madre

Che ci ordina il quarto comandamento « Onora il padre e la madre »? Il quarto comandamento «Onora il padre e la madre» ci ordina di amare, rispettare e ubbidire i genitori e i nostri superiori in autorità.

Che ci proibisce il quarto comandamento? Il quarto comandamento ci proibisce di offendere i genitori e i superiori in autorità e di disubbidirli.

Perché dobbiamo ubbidire ai superiori in autorità? Dobbiamo ubbidire ai superiori in autorità, perché l’autorità viene da Dio e chi disubbidisce all’autorità disubbidisce a Dio.

V. Non ammazzare

Che ci proibisce il quinto comandamento « Non ammazzare »? Il quinto comandamento « Non ammazzare » ci proibisce di recar danno alla vita naturale o spirituale nostra o del prossimo.

Come si pecca contro il quinto comandamento? Contro il quinto comandamento si pecca con l’omicidio, il suicidio, il duello, i ferimenti, le percosse, le ingiurie, le imprecazioni e lo scandalo.

Che cos’è lo scandalo? Scandalo è qualunque atto o discorso cattivo che dà al prossimo occasione di peccare.

Che ci ordina il quinto comandamento? Il quinto comandamento ci ordina di voler bene a tutti, anche ai nemici, e di riparare il male corporale e spirituale fatto al prossimo.

VI. Non fornicare

Che ci proibisce il sesto comandamento «Non fornicare»? Il sesto comandamento « Non fornicare » ci proibisce ogni peccato di impurità: perciò le azioni, le parole, gli sguardi, i libri, le immagini, gli spettacoli immorali.

Che ci ordina il sesto comandamento? Il sesto comandamento ci ordina di essere « santi nel corpo », portando il massimo rispetto alla propria e all’altrui persona, come opere di Dio e templi dove Egli abita con la presenza e con la grazia.

VII. Non rubare

Che ci proibisce il settimo comandamento « Non rubare »? Il settimo comandamento « Non rubare » ci proibisce di danneggiare il prossimo nella roba.

Che ci ordina il settimo comandamento? Il settimo comandamento ci ordina di restituire la roba degli altri e di riparare i danni colpevolmente arrecati.

Chi, potendo, non restituisce o non ripara, otterrà perdono? Chi, potendo, non restituisce o non ripara, non otterrà perdono, anche se a parole si dichiari pentito.

VIII. Non dir falsa testimonianza

Che ci proibisce l’ottavo comandamento « Non dir falsa testimonianza »? L’ottavo comandamento « Non dir falsa testimonianza » ci proibisce ogni falsità e il danno ingiusto dell’altrui fama.

Che ci ordina l’ottavo comandamento? L’ottavo comandamento ci ordina di dire a tempo e luogo la verità, e d’interpretare in bene le azioni del prossimo.

Chi ha danneggiato il prossimo nel buon nome accusandolo falsamente o sparlandone, a che cosa è obbligato? Chi ha danneggiato il prossimo nel buon nome, accusandolo falsamente o sparlandone, deve riparare, per quanto può, il danno arrecato.

IX. Non desiderare la donna d’altri

Che ci proibisce il nono comandamento « Non desiderare la donna d’altri »? Il nono comandamento « Non desiderare la donna d’altri » ci proibisce i pensieri e i desideri cattivi.

Che ci ordina il nono comandamento? Il nono comandamento ci ordina la perfetta purezza dell’anima.

X. Non desiderare la roba d’altri

Che ci proibisce il decimo comandamentó « Non desiderare la roba d’altri »? Il decimo comandamento « Non desiderare la roba d’altri » ci proibisce l’avidità sfrenata delle ricchezze, senza riguardo ai diritti e al bene del prossimo.

Che ci ordina il decimo comandamento? Il decimo comandamento ci ordina di essere giusti e moderati nel desiderio di migliorare la propria condizione, e di soffrire con pazienza le strettezze e le altre miserie.

I cinque precetti generali della Chiesa

1. Udir la Messa la domenica e le altre feste comandate.

2. Non mangiar carne nei giorni di astinenza e digiunare nei giorni prescritti.

3. Confessarsi almeno una volta all’anno e comunicarsi almeno a Pasqua.

4. Soccorrere alle necessità della Chiesa, contribuendo secondo le leggi o le usanze.

5. Non celebrar solennemente le nozze nei tempi proibiti.

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Schema per l’esame di coscienza mensile

N.B. Questo esame mensile deve essere disposto per una data fissa o per una circostanza fissa (come potrebbe essere il Primo Venerdì, la prima Domenica… ). Senza un punto fisso, ritengo sia una chimera il credere di instaurare il metodo durevole di un esame mensile.

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Ho coscienza che io vivo veramente solo quando sono in grazia di Dio? Vivo con altri: quali sono i miei rapporti con loro, ossia qual è la mia vita di relazione? Superiori, subalterni, coniuge, genitori, figli, parenti, amici, concorrenti…? Ho chiaro io che tutta la vita di relazione si basa sulla mia umiltà sincera e profonda, la quale è solamente la verità, misura me per quello che sono e prudentemente meno di quello che a me sembrerebbe? Ho io la convinzione che solo con questa umiltà accetto quello che sono, che ho fatto, anche di male, ed ho la lealtà di accettare il bene che fanno gli altri? Ho il convincimento vero che la vita di relazione con chiunque, si basa, dopo che sulla umiltà, sulla sincerità e limpidità assoluta, sulla pazienza forte, sulla longanimità generosa, sulla carità profonda, e che quest’ultima mi impone di essere buono perché gli altri stiano bene? Ho ed applico il convincimento che debbo avere la più scrupolosa giustizia nei confronti di chiunque, sia nei pensieri, che nei giudizi, che nei fatti, e che debbo rispettare il giusto diritto di chiunque, piaccia o non piaccia? Sono elemento di pace e di concordia o sono talvolta principio di dissapore e di malintesi, soprattutto per il cattivo uso della lingua? So essere vero amico, disinteressato, paziente, generoso e capace del sacrificio? Ho io amici? No? Perché? Sono forse un arido egoista, un duro, un posatore di severità fuori posto, un presuntuoso, un orgoglioso, capace di farsi schivare anche da chi non vorrebbe? Ho dei Superiori? Obbedisco? Forse riservo loro la perenne vendetta di chi non si rassegna ad essere suddito, ad esser grato, ad esser obbediente? Ho forse l’abitudine dell’invidia e della gelosia a guastare tutte le mie azioni e tutte le miei gioie inutilmente?

Che cosa faccio per l’anima degli altri, soprattutto per l’anima di quelli che mi sono vicini? Ho forse in mente l’errore pernicioso per cui si ritiene che a noi cristiani sia sufficiente rendere una testimonianza passiva dell’Evangelo, mentre ho il dovere della testimonianza attiva nel pieno senso, ossia di un qualche vero e dinamico apostolato? Ho forse dimenticato che questo dovere mi proviene dal Battesimo e mi è stato rafforzato esplicitamente nella Cresima? Ho forse paura e di spetto di collaborare con altri per la gloria di Dio?

Ho coscienza di quali siano i precisi doveri del mio stato, del mio lavoro, della mia professione? Se non ho di essi una coscienza distinta e completa, che cosa ho fatto, che cosa ho in animo di fare per acquistarla? Ho forse in mente che la socialità sia « ricevere », mentre e essenzialmente un « dare »? Penso sufficientemente che i doveri del mio stato sono oggetto di un severo giudizio di Dio e che circa essi io pon ho da rispondere solamente agli ‘uomini, come non è per ragione degli uomini che io li debbo compiere?

Quali i mese, che mutazione, su me, che fatti salienti di questo hanno portato qualche che hanno avuto presa mi hanno fatto deviare da qualche abitudine buona, che mi hanno impressionato o depresso, che si sono inseriti come moventi o criteri nelle mie azioni? Perché è accaduto questo? So abbastanza che io non mi posso lasciar condurre incoscientemente dai fatti, ma debbo pensarvi? Per interpretare opportunamente tutto questo mi sono giovato francamente dell’utile ed onesto consiglio altrui? Voglio forse vivere come se io sapessi tutto e bastassi a tutto?

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Schema per l’esame di coscienza pasquale (Annuale)

N.B. Questo esame è bene sia sempre fatto in occasione della Comunione Pasquale ed in occasione di giornate particolari di ritiro o in occasione di esercizi spirituali. Aggiungo: va fatto sempre quando c’è una grazia interiore che spinge a quello; quando c’è qualche fatto che obbliga a considerare tutta la vita, ad assestarla, a ridimensionarla…
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Come sto con la mia Fede? So che cosa è veramente la Fede e se noto zone d’ignoranza ho la decisa volontà di completare le mie nozioni? Quale è la mia istruzione religiosa? Avanza o regredisce? Mi sono assicurato con metodicità gli strumenti e i mezzi per farla avanzare? So che, se non sento la sete di verità, debbo avere maggior timore della mia eterna salute? Ho mai letto e meditato il Vangelo? Lo posseggo, lo porto con me? Conosco la Sacra Bibbia o almeno la Storia Sacra? Quando ho sentito dire eresie e calunnie sulla Fede e la Chiesa ho cercato l’antidoto esauriente ove veramente si trovava, con solerzia e pazienza? Sono in grado di sapere se ho in testa idee storte? Che faccio per risolvere questo dubbio?

Nella mia vita pubblica od almeno esterna, sociale, politica sono coerentemente in linea con la mia Fede fino alle ultime conseguenze, o piuttosto non mi trovo in quella marginale fascia in cui per l’ignoranza, l’interesse terreno e la paura, tutto si mescola e si confonde, tutto si riduce e si deforma, tutto si svisa e si getta in contraddizione? Lo so che anche tutto questo sta dinanzi a Dio?

Come mi comporto nei confronti della Chiesa? Ho un concetto giusto della sua autorità, che sempre resta per ragione divina e solo per quella, anche ad onta dei difetti umani? So che è essa che deve guidare me verso il Cielo e non sono affatto io a poterla giudicare o guidare verso opinioni e fazioni terrene? Qual è il vero grado della mia serietà e coerenza in tutto questo?

Ho io nella vita un’idea esatta del carattere passeggero, chimerico ed illusorio di tutte le cose meramente umane? Sono forse nella illusione che durerà quello che mi piace, che la giovinezza non tramonta, che esiste una vera e duratura soddisfazione nei godimenti puramente terreni? So che Gesù Cristo mi ha chiesto anzitutto, di avere il cuore sufficientemente distaccato dai beni terreni per essere non solamente libero in terra ma libero di volgere i miei passi verso il Cielo? Ho sufficientemente presente che cielo e terra passeranno, ma io resterò davanti a Dio in eterno coi soli miei meriti, lasciando tutto il resto e portando con me solo quello che i meriti salvano? Come sono io abitualmente rispetto a questa suprema e necessaria posizione della mia vita?

Ho cognizione di quale sia il mio temperamento, le sue emotività, particolarità e debolezze, caratteristiche ed esosità eventuali? Ho la chiara nozione del come bene o male reagisco dentro di me e fuori di me a tutti gli stimoli sia interiori che esteriori? Ho forse paura di saperlo? Ho impedito ed impedisco agli altri di farmelo sapere? Mi offendo se me lo dicono? Ho l’abitudine di usare con lealtà di tutte le mormorazioni fatte a mio carico, dato che hanno facilmente anche della verità a me ignota? Ho avuto per i mormoratori più gratitudine che dispetto? Mi faccio aiutare in questo dai miei Superiori, dal mio Direttore spirituale, dai miei veri amici?

Ho io un carattere, che, regolando temperamento e contenendo debolezze, sia veramente tale per le convinzioni ferme su cui regge, per la coerenza e la costanza con la quale dona unità alla mia persona? Sono forse un re travicello al quale la bellezza o il senso fanno. girare la testa, ed al quale chiunque può far paura od al quale l’ombra del proprio peccato suggerisce sempre la capitolazione?

Quali sono i miei lati deboli? Ouali sono i punti dove io casco? Perché? Quali rimedi prendo? Ho coscienza di quello che in tale lotta rappresentano i Santi Sacramenti della Penitenza e della Eucarestia, la preghiera, la mortificazione? Ho il temperamento del cristiano di fronte a tutti? Non velo forse la faccia di Gesù Cristo, davanti agli altri, coi miei difetti?

Nella virtù, nell’equilibrio, nell’affinamento dell’anima e del mio costume, nella perfezione morale insomma, io vado avanti, sono sempre lo stesso o vado indietro? Ho l’operante persuasione che nella vita si deve andare avanti», verso Dio? Sono migliore o peggiore dello scorso anno? Quali potrebbero essere i punti di riferimento per me, allo scopo di stabilire se vado avanti o indietro? Preghiera, frequenza dei Sacramenti, maggiore abitudine alla comprensione e sopportazione dei difetti altrui, maggiore illibatezza nei pensieri… Gli altri hanno modo di essere più contenti o meno contenti di me? Mi riesce, a tale scopo, di mettermi dal loro punto di vista e non dal mio? I rapporti con coloro coi quali debbo vivere sono caldi, migliori, oppure di reciproca rassegnata tolleranza?

Vivo abitualmente in grazia di Dio? In questo anno quanto è il tempo che ho passato in grazia di Dio (il solo valevole per la vita eterna) e quanto il tempo che ho passato senza essere in grazia di Dio? Ho conoscenza operante dei mezzi per mettersi subito in grazia di Dio? So che se non sono in grazia di Dio, non merito la vita eterna?

Poiché il massimo precetto è quello dell’amore verso Dio e verso il prossimo per amore di Dio, come campeggia nella mia vita questo comandamento? Posso dire di amare Dio e di curare i mezzi per mantenermi nell’amore di Dio? Quali sono i miei contatti con Nostro Signore, che mi attende per tutto l’anno nel Santo Tabernacolo? Che cosa io faccio abitualmente per il mio prossimo, per il mio Paese, per quelli che stanno meno bene di me? Ho io finalmente un metodo di vita spirituale i cui cardini sono: la grazia di Dio, l’orazione soprattutto mentale, la frequenza dei Sacramenti, la riflessione, l’esame di coscienza, la direzione spirituale, la lettura pia, il Santo Rosario, la Visita al SS. Sacramento?…

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Schema d’esame di coscienza per chi va al matrimonio

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Di che natura sono le spinte a volgermi verso una determinata persona? O non piuttosto ho spinte disordinate, casuali, effimere, incostanti, superficiali verso persone diverse, avvicinate casualmente, in rotazione leggera e ridanciana? So che in questo caso ove non facessi uno sforzo autentico e generoso di serietà, rischierei di scegliere senza avvedutezza e con enorme rischio chi accompagnerà la mia esistenza? O non piuttosto mi troverei a concludere nulla con una esistenza sentimentalmente tanto sbilanciata, e sterile? So che questo è il punto in cui affiorano tutte le carenze passate della mia educazione, della mia condotta, del mio ambiente, tutte le storture che ho apprese e fatte mie e che si traducono in sentimenti incontrollati, in giudizi erronei, in capacità di illusione anche dolorose? Mi ricordo che la natura rispetta chi l’ha rispettata e che nel momento di avviarmi ad una famiglia mia, essa può restituirmi in malformazioni morali il poco conto in cui l’ho tenuta? Mi ricordo che la limpidità dell’amore è frutto della purezza di sempre nei costumi? Ho almeno il dubbio che i fatti mi potranno restituire le mie scorrettezze? Ma, infine, so io che è l’amore, volontà cioè di volere il bene proprio di chi si ama? Ho la capacità di intendere che la passione, la passione soddisfatta, il rigurgito della sensualità, non sono il vero amore, quello durevole e forte, anche se nel futuro matrimonio i sensi e la soddisfazione materiale possono avere un posto onesto? Misuro la mia forza di volontà, la mia capacità di realizzare, la mia tempra di perseveranza per affrontare i compiti d’ogni genere in chi fonda una famiglia? Ho coscienza della responsabilità che sto per assumere, dato che non dovrò solamente sostenere la mia vita, ma anche quella di altri? Ho l’anima temprata per i momenti di freddo, di depressione, di scoraggiamento, inevitabili in qualunque umana impresa? Ho almeno cominciato a ricorrere al Signore, a chi mi può porgere una mano, per ricuperare quanto eventualmente perduto, ricostruire quanto dilapidato nella mia esperienza di carattere, nella mia onorabilità, nella mia parola? Rispetto la comparte evitando soddisfazioni illecite fuori del Matrimonio benedetto da Dio? Edifico sul sacrificio delle passioni irruenti la serenità del mio domani? Dò alla mia comparte, col controllo di me stesso, la sicurezza che domani non avrà a fianco una debole creatura, pronta a sfuggire ed a cadere in tutte le reti extrafamiliari? Nel frattempo ordino in me una vita spirituale, un metodo serio? Mi alleno a convivere, pensando che se in un primo tempo la foga degli inizi renderà tutto luminoso, coll’avvento delle acque chete, avrò bisogno di pazienza, di magnanimità esente da ogni gelosia, di perdono?

Cerco di conoscere la mia comparte per sapere i punti di uniformità e di difformità temperamentale, in modo da arrivare ad uri giudizio conclusivo assennato e ad un passo fermo e cosciente? Mi so liberare dalle facili illusioni degli innamorati, per aver capacità di vedere e mi faccio aiutare da chi può in questo? Sono allergico ai consigli ed agli avvisi degli altri, che mi amano e vogliono il mio bene? Penso ai figli, al dono che Dio fa con essi, al dovere di prepararmi per i pesi e i dolci oneri che essi comportano, in quanto ragione della vita e del matrimonio? Illumino l’amore di oggi con la costante loro presenza, essendo quella presenza un incentivo di elevazione e di equilibrio, oltreché di calore onesto? In questa mia vicenda, che forse accadrà una sola volta in tutta la esistenza, mi servo dell’aiuto dei Santi Sacramenti e cerco di indurre nella stessa prospettiva la mia comparte? Ho fatto un conto giusto del parere dei miei genitori? Posso constatare che il fidanzamento porta in me un allineamento sul dovere, una lievitazione di fortezza, una purificazione dalle illusioni adolescenti, una maturità nuova? Sento che decido di sempre?

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Schema d’esame per i coniugi

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Capisco che, essendo il Matrimonio indissolubile, sono io che in qualunque modo devo adattarmi, accettare, riformare, subire, per il rispetto a Dio, al Sacramento e se ci sono ai figli? Nella vita coniugale so rispettare, attendere, incoraggiare con discrezione ed amore? Nei facili diverbi, nelle questioni, sono capace di partire dalla ipotesi che l’altra parte può avere ragione? So usare quei tratti di amabilità, che addolciscono, quelle nobili effusioni che spianano e rinsaldano, che possono essere anche gran sacrificio, ma risparmiano guai ben grandi? Mi lascio forse avviluppare dalla strategia sciocca dei « musi », degli eloquenti silenzi, delle calcolate freddezze fuori posto? Mi rendo conto che nella vita matrimoniale spesso per vincere, bisogna perdere? Sono educato, cerco di essere fine anche nell’esercizio dei miei diritti maritali? E a questi porto il decoro di attenermi alla Legge di Dio, che vuole il rispetto all’ordine stabilito, alla vita e alle sue naturali sorgenti? Sapendo che la famiglia è la prima comunità naturale vi porto, come merita, le virtù di relazione: umiltà, sincerità, pazienza, perdono, discrezione, generosità…? Come difendo la mia famiglia dalle corruzioni esterne, che tentano di invaderla? Dò un sereno e perfetto esempio ai figli? Parlo con loro, quanto? So che la incomprensione maggiore deriva dal fatto di non parlarsi? Mi curo dell’anima dei figli? Sorveglio la loro formazione religiosa, la loro educazione catechistica, incoraggiando la loro frequenza ai Sacramenti? Cerco di creare attorno a loro un ambiente scelto accuratamente in modo da orientare con discreta dolcezza i loro contatti di passatempo, di amicizia, di studio, di lavoro? Prego per i miei figli? Faccio opere buone colla esplicita intenzione di ottenere da Dio luce e forza e grazia per loro? Mi oppongo forse alla azione di Dio in loro? Dò ai figli l’esempio del sommo amorevole rispetto per i vecchi della nostra famiglia? Evito nel tratto e nella conversazione di avviare i figli al giudizio, alla condanna del prossimo vicino e lontano, alla acrimonia per chicchessia? Istillo sentimenti di amorevolezza e pietà per quelli che stanno peggio di noi? Preghiamo insieme? Ho tentato di farlo? Se non mi è riuscito, quale è il perché? Curo perché in casa trionfi la giustizia sempre, nel trattamento verso chiunque?

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Schema d’esame per chi esercita una professione

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So io che ogni retribuzione suppone un dovere di giustizia e che pertanto tutti i rapporti con coloro i quali si servono della mia opera debbono essere prima rapporti di giustizia e solo salvi questi diventano rapporti di legittimo interesse? Rapporto di giustizia significa che ogni elemento in causa diventa dovere e che vi deve essere giusta proporzione tra quello che do e quello che ricevo: mi attengo a questo criterio? Quello che do è genuino, è autentico, è lealmente rispondente alla aspettativa legittima, oppure io in questo inganno, vendo fumo, esagero, manco? Faccio tutto quello che occorre per poter dare quello che debbo dare con la mia professione? Mi aggiorno convenientemente, mi tengo al corrente, cerco di sviluppare le mie doti, per mantenermi limpidamente nella verità? Osservo i giusti regolamenti e le giuste leggi? Mi servo forse dell’arma della dolosa reticenza, della menzogna e della ipocrisia per facilitare i miei affari? So moderare la sete di arrivare subito a posizioni preminenti, non badando contro coscienza ai mezzi usati, e so che Il fine non giustifica mai i mezzi?

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Schema d’esame per chi è dedito al commercio ed agli affari

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Se io posso legittimamente guadagnare, ho ben chiara là nozione dei limiti che l’onestà pone al guadagno stesso con le regole morali, le quali applicano i sommi principi tenendo conto delle legittime e serie consuetudini, della normale e seria economia di mercato, del comportamento degli uomini veramente probi? Ho abbastanza chiaro, in mente che il guadagno non è un fine, ma deve essere un onesto mezzo per raggiungere fini superiori?

Ho mai usato l’arma della menzogna, della finta dannosa, della dannosa sorpresa, per aiutare o promuovere il mio guadagno?

Ho sfruttato la buona fede, l’ignoranza, l’ingenuità altrui in modo che non vorrei fosse fatto a me?

Ho sfruttato in modo sconveniente le situazioni altrui?

Ho usato l’arma dell’artificio ingannevole, della slealtà circa i termini, l’oggetto e la procedura, del ricatto e di quanto può o ridursi o rassomigliarsi a questo?

Se ho danneggiato ingiustamente e consapevolmente, se ho acquistato ingiustamente, se ho guadagnato disonestamente, ho assolto gli eventuali compiti di riparazione e di restituzione, e per far bene questo, mi son consigliato con chi dovevo?

Ho retribuito i miei dipendenti con giustizia ed equità?

Mi sono ricordato che delle mie azioni non debbo dare un giudizio solamente dal punto di vista della morale personale, ma ancora dal punto di vista degli eventuali danni arrecati da me ad altri con l’aiutare situazioni penose nell’andamento generale del mercato ecc., e in tal caso mi sono opportunamente consigliato?

La mia concorrenza è stata leale o meno? Ho esercitato verso altri delle azioni. di costrizione, Che possono anche solo lasciare il dubbio sulla loro umanità ed onestà e. nel caso, mi sono opportunamente consigliato?

Se la mia posizione economica mi dà agiatezza, questa agiatezza influisce a creare una cattiva libertà di prodigalità e di costume in me o nei miei familiari? Mi ricordo, e quanto, che intorno a me c’è gente che sta male ed opere che sono in difficoltà? Qual è la carità che io esercito? Quale il senso sociale, ossia del bene comune, al quale partecipo e che mi guida? Quale aiuto do io alle necessità della Chiesa?

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Schema d’esame per chi ha responsabilità

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Amo il potere? Questo mi rende forse interessato, avido, superbo, invidioso, ingiusto verso qualcuno? So che « ogni potere è responsabilità davanti a Dio »? Sono disposto a lasciare ogni responsabilità quando mi accorgo, o da persone veramente oneste sono avvertito, che è meglio mi ritiri? Credo di essere necessario? Mi accorgo della sopportazione altrui nei miei confronti?

Faccio prima io quello che chiedo agli altri?

Ho come regola suprema la Legge di Dio ed il bene comune?

Mi lascio travolgere dalla fazione, piuttosto che guidare dai veri e seri principi?

Sorveglio che tutte le mie capacità, con ogni dovuto aggiornamento e con continua attenzione, siano tese indomitamente al compimento del mio dovere e all’altrui stanchezza sui miei doveri? Lascio che la paura, o l’ingiustificata arrendevolezza infiacchiscano il mio contegno?

Ascolto i consigli, sia pure comparandoli tra di loro ed esercitando un giudizio critico sereno e retto a propostio di essi?

Ammetto davanti alla mia coscienza e davanti a Dio i miei torti e, quando occorre, li ammetto anche davanti agli altri, o pretendo di avere sempre ragione, per un erroneo senso di dignità?

Mantengo la mia modestia, semplicità, umanità del tratto, educazione di modi, mitezza di sentimento o, per l’ubriacatura di un qualunque potere, sconvolgo tutto questo?

Mi ricordo abbastanza che di tutto risponderò a Dio?

So di avere dei collaboratori, rispettando la loro personalità, il loro valore, il loro merito e la loro ragionevole autonomia? Ho forse invidia dei miei sottoposti e temo che qualcuno di loro sia più valente di me?

Se così fosse, mi lascio trasportare dall’ira e dal dispetto, o so agire umilmente e serenamente nel riconoscimento della giusta capacità e del suo risultato, pensando che l’esser io da meno non sminuisce la mia autorità, ma domanda a me assai maggiore virtù?

Accompagno con la preghiera convinta tutto quello che faccio in veste di avente comunque una responsabilità?

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Estratto di :  Cardinale Giuseppe Siri, Esame di conscienza pratico.