Il grande Giobbe esclamava: Se abbiamo ricevuto i beni dalla mano di Dio, perchè non ne rice­veremo pure i mali? Dio mio! Che grande amore dimostrano queste parole! Giobbe protesta di avere stimato i beni non perchè erano beni, ma perchè veni­vano dalla mano di Dio; ed essendo così ne concludeva che conveniva sopportare amorosamente le avversità, perché procedevano dalla stessa mano del Signore, così amorosa quando manda le afflizioni, come quando dà le consolazioni.

S. Francesco di Sales, Teotimo, Parte 2, 1. 3, Cap. 2

“Io dico dunque – scriveva un giorno S. Francesco di Sales ad una religiosa carmelitana – che il vero mezzo per ottenere subito il dono dell’orazione è di ricordarvi spesso di Dio con l’uso delle giaculatorie; proprio come diciamo che il vero mezzo per essere paziente è di sopportare, per essere umile è di umi­liarsi, poiché l’abito della virtù si acquista con gli atti della stessa virtù. Arriverete a questo con la ferma risoluzione di fare un atto di presenza di Dio ogni volta che sonerà l’orolo­gio o la campana, che infilerete l’ago, uscirete dalla camera, incontrerete qualche consorella, o volterete i fogli del libro che state leggendo; dite spesso: Dolcissimo Gesù, per l’amore col quale siete morto per compire l’opera vostra, tanto santa e per­fetta, abbiate pietà di me!… Ma… volete diventare presto santa e grande contemplativa? Siate umile, e credetevi la più me­schina ed imperfetta di tutto il monastero; penso che non sarà difficile persuadervi di questo, se rifletterete alle vostre continue infedeltà ed imperfezioni. Non bisogna però fermarsi qui, se vo­lete diventar figlia di orazione; bisogna inoltre rallegrarsi, quan­do le altre sapranno questo e vi tratteranno secondo i sentimenti che avranno concepito di voi; e ancora… bisogna dimostrare più affetto e servire con più cura quelle che vi tratteranno in questo modo… e poi… volete che vi provi chiaramente quello che vi ho detto? Da che proviene, il più delle volte, che non possiamo fare orazione?… Dalle nostre passioni mal represse, e dal no­stro interno turbamento.”

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