L’affetto ai peccati gravi rende la carità inte­ramente prigioniera dell’ingiustizia; ma l’affetto ai pec­cati veniali non distrugge la carità, solamente la tiene legata come schiava, con impedire la sua libertà e la sua azione; e facendoci porre il nostro affetto nel godimento delle creature, ci priva dell’intima comunica­zione con Dio, alla quale ci spinge la carità: in una parola, quest’affetto al peccato veniale ci fa perdere i soccorsi e le assistenze interne, che sono come gli spi­riti vitali dell’anima, dalla mancanza dei quali procede una certa paralisi, che non rimediata conduce al peccato mortale e alla morte eterna.

San Francesco di Sales, Teot., Parte 1, Lib. 4, Cap. 2.

Il 2 dicembre 1618 S. Francesco di Sales, essendo a Parigi al seguito del Principe Cardinal di Savoia, per trattare il matri­monio della Principessa Cristina di Francia col Serenissimo Prin­cipe di Piemonte Vittorio Amedeo, cominciò a predicare l’Av­vento nella chiesa di Sant’Andrea delle Arti, con grandissimo successo.

Lo stesso giorno tenne un secondo sermone presso i Padri Gesuiti, encomiando meravigliosamente S. Francesco Saverio, apostolo del Giappone e delle Indie: ne era singolarmente de­voto e spesso ha confessato averne ricevuto grande assistenza nella sua missione dello Chablais, quando l’invocava ogni giorno e lo teneva sempre presente, non trovando per i missionari tra gli infedeli miglior modello di questo santo religioso che si fece tutto a tutti, e anche servo di un mercante, lui, gentiluomo di nascita e di sentimenti, per poter entrare in quelle barbare con­trade! E il santo Vescovo soggiungeva commosso: “Ah! bi­sogna davvero mettersi in tutte le positure, per guadagnare un’anima”.

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