Spiegazione delle preghiere e delle cerimonie della Santa Messa secondo alcune note raccolte dalle conferenze di Dom Prosper Guéranger, Abate di Solesmes

* * *

Titolo originale: Explication de la Sainte Messe (testo derivato dagl’insegnamenti di Dom Guéranger ai monaci di Solesmes), 1985. Ristampa dell’edizione del 1906 a cura dell’Association Saint-Jéróme ASBLr Avenue Van Volxem, 321, 1190 Bruxelles, Belgio. Traduzione a cura delle Suore Francescane dell’Immacolata.


INDICE

Prefazione del traduttore

L’ORDINARIO DELLA MESSA

II        – IL SALMO “JUDICA”

II        – CONFITEOR

III      – PRIMA INCENSAZIONE

IV       – INTROITO

V         – KYRIE

VI       – GLORIA IN EXCELSIS DEO

VII     – COLLETTA

VIII    – EPISTOLA

IX      – GRADUALE

X       – ALLELUIA – TRATTO

XI     – SEQUENZA

XII    – VANGELO

XIII   – CREDO

XIV    – OFFERTORIO

XV     – SECONDA INCENSAZIONE

XVI    – LAVABO

XVII   – SUSCIPE, SANCTA TRINITAS

XVIII  – ORATE, FRATRES

XIX     – PREFAZIO

XX      – SANCTUS

CANONE DELLA MESSA

XXI     – TE IGITUR

XXII    – MEMENTO DEI VIVI

XXIII   -COMMUNICANTES

XXIV    -HANC IGITUR

XXV      – QUAM OBLATIONEM

XXVI    – CONSACRAZIONE DELL’OSTIA

XXVII   – CONSACRAZIONE DEL VINO

XXVIII  – UNDE ET MEMORES

XXIX     – SUPRA QUAE PROPITIO

XXX      – SUPPLICES TE ROGAMUS

XXXI    – MEMENTO DEI DEFUNTI

XXXII  – NOBIS QUOQUE PECCATORIBUS

XXXIII – PER QUEM HAEC OMNIA

XXXIV  – L’ORAZIONE DOMENICALE

XXXV    – LIBERA NOS QUAESUMUS

XXXVI   – AGNUS DEI

XXXVII  – ORAZIONE PRIMA DELLA COMUNIONE

XXXVIII – COMUNIONE

XXXIX    -POSTCOMMUNIO

XL          – ITE, MISSA EST

XLI        – BENEDIZIONE

XLII      – ULTIMO VANGELO

L’ordinario della Messa è l’insieme delle rubriche e delle preghiere necessarie alla celebrazione della Messa e la cui disposizione non cambia, nonostante la varietà delle feste celebrate dalla Chiesa.

Non si può avere un’idea completa delle cerimonie della Messa che riferendosi alla Messa solenne, Missa solemnis, tipo di tutte le altre. Ci si potrebbe domandare, per esempio, perché il sacerdote si sposta a recitare l’epistola ad un lato dell’altare, il Vangelo dall’altra, invece che restare al centro. Questo non riguarda il sacrificio, e non fa che ricordare quello che si fa nella Messa solenne: il diacono legge il vangelo a sinistra, il suddiacono legge l’epistola a destra, come spiegheremo più avanti. Il sacerdote, adempiendo da solo le funzioni eserciate dal diacono e dal suddiacono, va successivamente al posto che essi occupano alla Messa solenne: Bisogna dunque cercare nella Messa solenne le ragioni del modo di agire del sacerdote quando celebra una messa bassa.

Il sacrificio della messa è il sacrificio della croce; noi dobbiamo vedere Nostro Signore inchiodato alla croce e che offre il suo sangue, per i nostri peccati, a Dio, Padre suo. Tuttavia non si può assolutamente ritrovare, nelle diverse parti della Messa, le diverse circostanze della Passione di Nostro Signore, come hanno voluto fare certi autori, componendo dei metodi per assistere alla Messa.

Il sacerdote esce dalla sacrestia e si porta all’altare per offrire il santo sacrificio. Egli è, dicono le rubriche, paratus, cioè rivestito dei paramenti sacri, o vesti proprie per la celebrazione della santa Messa. Giunto davanti all’altare, egli compie la riverenza dovuta, cioè, se è presente il Santissimo Sacramento, egli fa la genuflessione; se non c’è, si limita ad un inchino profondo: ecco perché le rubriche portano queste parole: debita reverentia.


II – IL SALMO “JUDICA”


Dopo essersi fatto il segno della croce, il sacerdote pronuncia l’antifona Introibo ad altare Dei, prima del salmo XLII. Questa antifona è sempre detta all’inizio e alla fine della stessa preghiera. Di seguito comincia il salmo Judica me Deus, che viene recitato per intero, alternandosi con i ministri. Questo salmo è stato scelto causa del versetto Introibo ad altare Dei, «mi approssimerò all’altare di Dio»; è molto adatto per iniziare la celebrazione del santo Sacrificio. Del resto, la santa Chiesa sceglie sempre i salmi a motivo di un versetto che è attinente a ciò che sta compiendo o a ciò che vuole esprimere. Questo salmo non si trova da sempre nel Messale: il suo uso è stato stabilito da San Pio V, nel 1568. Udendo il sacerdote che lo proclama, si capisce – fin dalle parole dei primi versi ab homine iniquo e doloso erue me, «liberami dall’uomo iniquo e fraudolento» – che egli rappresenta Nostro Signore stesso e che parla in suo nome.

Il versetto che serve da antifona mostra che Davide era ancora giovane quando compose questo canto a gloria del Signore; perché, mentre dice che si sarebbe accostato all’altare del suo Dio, aggiunge: ad Deum qui laetificat iuventutem meam, «a Dio che allieta la mia giovinezza». Si stupisce del turbamento che sopraggiunge nella sua anima, ma ben tosto si rassicura, sperando nel suo Dio; ed è per questo che il suo canto è pieno di allegrezza. La santa Chiesa non vuole dunque che questo salmo venga recitato nelle messe dei defunti, perché, in questa occorrenza, noi andiamo a supplicare per il sollievo di un’anima, la cui dipartita ci lascia nell’inquietudine e nel dolore. Così durante il tempo di Passione, durante il quale la santa Chiesa è tutta presa dalle sofferenze del suo Sposo, e non pensa affatto a rallegrarsi.

Questo salmo è adatto per iniziare la Messa anche per quanto concerne il tema della venuta di Nostro Signore. Chi dunque deve essere inviato alle nazioni, se non colui che è luce e verità? David lo sapeva: e così si espresse: Emitte lucem tuam et veritatem tuam. Con lui noi lo ripetiamo, e anche noi diciamo a Dio: «Mandaci colui che è luce e verità».

Una volta terminato il salmo con il Gloria Patri e la ripetizione dell’antifona, il sacerdote invoca il soccorso del Signore dicendo: Adiutorium nostrum in nomine Domini; gli si risponde: Qui fecit cúlume et terram. Nel salmo precedente il celebrante ha espresso il grande desiderio di unirsi a Nostro Signore, luce e verità; ma, quando riflette circa l’incontro che si sta per realizzare tra l’uomo peccatore e Dio, sente il bisogno di essere sostenuto. Dio ha voluto questo incontro, è vero, ed ha stabilito che questo avvenga d’ordinario; malgrado ciò, l’uomo sente e comprende il suo nulla e la sua indegnità. Egli si umilia e si riconosce peccatore; e, per trovare sicurezza, comincia con il segno della croce, domandando il soccorso del Signore e apprestandosi a confessare le sue colpe.


II – IL CONFITEOR


La santa Chiesa impiega qui la formula di confessione che lei stessa ha creato e che risale all’VIII secolo. Non è permesso né aggiungere né togliere alcunché. Questa preghiera usufruisce della prerogativa di tutti i sacramentali: la sua recitazione apporta la remissione dei peccati veniali di cui si ha contrizione. Dio, nella sua bontà ha voluto che altri mezzi, oltre il sacramento della Penitenza, possano cancellare i peccati veniali; ed è per questo che ha ispirato alla sua Chiesa l’uso dei sacramentali.

Il sacerdote comincia dunque la confessione e si accusa in primo luogo davanti a Dio; ma sembra dire: «Non voglio confessarmi solo a Dio, ma ancora a tutto ciò che è santo, perché tutti coloro davanti ai quali accuso le mie colpe domandino perdono per me e con me». Così si premura di aggiungere: «Confesso alla Beata sempre Vergine Maria». Senza dubbio egli non ha offeso la santa Vergine, ma ha peccato avanti ad essa, e questo pensiero gli basta per motivare la confessione e che fa anche a Lei. Passa poi all’arcangelo San Michele, così grande e così potente, preposto alla custodia della nostre anime, soprattutto al momento della morte. Si confessa ugualmente a san Giovanni Battista, che nostro Signore ha tanto amato e che è stato suo precursore; poi a San Pietro e a San Paolo, i principi degli Apostoli.

Certi Ordini religiosi hanno ottenuto di aggiungere il nome del loro padre o fondatore del loro Ordine. E così che noi benedettini aggiungiamo San Benedetto; i domenicani San Domenico; i francescani a San Francesco, etc.

Infine il sacerdote si rivolge, in questa confessione, a tutti i circostanti, aggiungendo: Et vobis fratres; perché, umiliandosi come peccatore, non solamente si accusa davanti a coloro che sono già glorificati, ma anche davanti a tutti i presenti. E, non contento di dire che ha peccato, egli aggiunge in quale modo, cioè in pensieri, parole e opere: cogitatione, verbo et opere, che sono i tre modi mediante i quali l’uomo può peccare.

Volendo esprimere poi che ha peccato volontariamente, per tre volte lo dice con queste parole: mea culpa; e, per testimoniare insieme al pubblicano del Vangelo i suoi sentimenti di penitenza, si percuote il petto tre volte, mentre dice che ha peccato per sua colpa. Sentendo il bisogno di ricevere il perdono, si ripresenta a tutte le creature glorificate davanti alle quali si era accusato, le invoca e domanda loro, così come ai fratelli presenti, di pregare per lui.

A proposito di questa formula di confessione stabilita dalla santa Chiesa, diciamo – di passaggio – che può essere sufficiente a una persona in pericolo di morte e incapace di fare una confessione più esplicita.

I ministranti rispondono al sacerdote con un voto «Il Signore abbia misericordia di Te…», a cui il prete, rimanendo inclinato, aggiunge Amen. Questa risposta in forma di voto è una supplica alla misericordia di Dio per il celebrante.

Ma i ministranti hanno loro stessi bisogno di perdono; ed è per questo motivo che, a loro volta, con la stessa formula, fanno la confessione dei loro peccati non più però a dei fratelli, et vobis fratres, ma al sacerdote, che chiamano «padre»: et tibi Pater.

Non è mai permesso di cambiare qualunque cosa di ciò che la santa Chiesa ha stabilito per la celebrazione della Messa; così nel Confiteor i ministri devono sempre dire semplicemente et tibi Pater, et te Pater, senza aggiungere nessuna specificazione, anche se servissero la Messa al Papa.

Quando i ministri hanno pronunciato questa formula di confessione, il sacerdote fa per essi la stessa supplica che questi avevano fatto per lui; essi rispondono ugualmente con Amen.

Viene poi una specie di benedizione, Indulgentiam, mediante la quale il sacerdote domanda per lui e per i suoi fratelli il perdono e la remissione dei peccati, facendosi il segno della croce; egli pronuncia la parola nobis e non vobis, mettendosi insieme ai ministri, unito a loro nella supplica comune.

Una volta terminata la confessione, il sacerdote si inclina di nuovo, ma meno profondamente di come aveva fatto al Confiteor. Egli dice: Deus tu conversus vivificabis nos «O Dio, con un solo sguardo ci donerai la vita»; e i ministri: Et plebs tua laetabitur in te, «E il tuo popolo si allieterà in te»; subito dopo: Ostende nobis, Domine, misericordiam tuam, «Mostraci, Signore, la tua misericordia»; Et salutare tuum da nobis, «E donaci il Salvatore che hai preparato».

Questi versetti sono recitati da tempi antichissimi. L’ultimo è una parola del re David, che domanda il Messia nel salmo LXXXIV Benedixisti Domine terram tuam (Hai benedetto, Signore, la tua terra); perché durante la Messa, prima della consacrazione, noi attendiamo il Signore analogamente a coloro che, prima dell’incarnazione, attendevano il Messia promesso alle nazioni. Con la parola misericordiam, usata dal Profeta, non va intessa la bontà di Dio. No, noi domandiamo a Dio che si degni di inviare colui che è la sua Misericordia e la sua Salvezza, cioè Colui per il quale verrà a noi la salvezza. Questa parola del salmo ci trasporta completamente al tempo dell’Avvento, durante il quale noi non cessiamo di domandare Colui che sta per venire.

Dopo questo, il sacerdote domanda a Dio che si degni di esaudire la sua preghiera; poi saluta il popolo dicendo Dominus vobiscum «Il Signore sia con voi». È come un saluto che indirizza ai suoi fratelli nel momento solenne in cui sta per varcare i gradini dell’altare, e, come Mosè, sta entrando sotto la nube (cf Es XXIV, 18). I ministri gli rispondono, per conto del popolo, con queste parole: et cum spiritu tuo, «e con il tuo spirito».

Preparandosi a salire all’altare, il sacerdote dice: Oremus «Preghiamo», allarga le mani e le ricongiunge. Ogni volta che dice questa parola, agisce nel solito modo, perché si dispone a pregare, e perché, per pregare si stendono le mani verso Dio, che è in cielo e a cui ci si indirizza. Così aveva pregato Nostro Signore sulla croce. Nella preghiera che il sacerdote dice salendo i gradini, egli parla al plurale, perché non sale da solo; il diacono e il suddiacono salgono con lui, l’accompagnano e lo servono.

Il pensiero dominate del sacerdote, in questo momento solenne, è quello di purificarsi, perché, come egli stesso dice, sta entrando nel «santo dei santi»: ad Sancta Sanctorum, usando questo superlativo ebraico per esprimere la grandezza dell’azione che si accinge a compiere.

Domanda dunque che i suoi peccati saino rimossi, pregando anche per i ministri. Più ci si avvicina a Dio, più si sentono anche le minime macchie che sporcano l’anima; il sacerdote sente dunque il bisogno di purificarsi ancora e lo domanda a Dio. Ha già detto Deus tu conversus vivificabis nos – Ostende nobis, Domine, misericordiam tuam. Ma, poiché si accosta di più a Dio, egli teme e raddoppia le sue preghiere per ottenere il perdono. Varca i gradini dicendo questa preghiera: Aufer a nobis, quaésumus, Dómine, iniquitátes nostras: ut ad sancta sanctórum puris mereámur méntibus introíre. Per Christum Dóminum nostrum. Amen; «Togli da noi, o Signore, le nostre iniquità: affinché con animo puro possiamo entrare nel Santo dei Santi. Per Cristo nostro Signore. Cosi sia.»

Giunto all’altare, il sacerdote posa le mani giunte sull’altare, e poi lo bacia. Questo bacio dell’altare è qui un segno di rispetto per le reliquie dei santi, che vi sono contenute. Egli fa un’altra preghiera nella quale domanda che i peccati siano perdonati: peccata mea «i miei peccati»; ma la comincia dicendo: Oramus te, «noi ti preghiamo», perché tutti coloro che assistono al sacrificio devono avere per il sacerdote un sentimento filiale e pregare con lui e per lui

III – LA PRIMA INCENSAZIONE

L’altare rappresenta Gesù Cristo, e le reliquie dei Santi che vi si trovano ci rammentano che essi sono sue membra. Nostro Signore, infatti, dopo aver preso la nostra natura umana, non solamente ha sofferto la Passione più dolorosa, ha trionfato nella sua Risurrezione ed è asceso gloriosamente al cielo, ma ha altresì fondato sulla terra la sua Chiesa, suo Corpo Mistico, del quale Egli è il Capo e del quale i Santi sono le membra. Da questo punto di vista, dunque, Nostro Signore non è completo se non quando è accompagnato dai suoi Santi, ed ecco perché i Santi che sono con Lui nella gloria devono esser uniti a Lui nell’altare che lo rappresenta.

Terminata l’orazione che dice inchinato sull’altare e con le mani giunte, il sacerdote si prepara all’atto dell’incensazione. Due incensazioni hanno luogo nel corso del santo Sacrificio e ambedue si fanno con molta solennità per rispetto a Nostro Signore rappresentato dall’altare, come abbiamo detto. Tuttavia il sacerdote fa la prima incensazione senza accompagnarla con alcuna preghiera, limitandosi ad incensar ogni parte dell’altare in modo da profumarlo tutto. Sappiamo dal Levitico che l’uso dell’incenso per il culto del Signore risale ad un’epoca molto remota. Nella Messa questo prodotto naturale si eleva all’ordine soprannaturale mediante la benedizione che riceve dal sacerdote.

La santa Chiesa prende questa cerimonia dal cielo stesso, dove l’ha contemplata san Giovanni. Infatti nell’Apocalisse egli vede l’Angelo con un turibolo d’oro presso l’altare su cui sta l’Agnello a cui fan corteo d’onore ventiquattro vegliardi: Angelus venit, et stetti ante altare habens thuribulum aureum (Ap 8,3). L’Apostolo ci mostra quest’Angelo che offre a Dio le orazioni dei Santi, rappresentate dall’incenso. Così la santa Chiesa, sposa fedele dell’Agnello, cerca d’imitare sulla terra ciò che si fa in cielo a onore e gloria del suo Sposo, e a tal fine profitta delle occasioni in cui il discepolo prediletto solleva un poco il velo che avvolge i misteriosi segreti dell’Alto.

In questo momento della Messa vengono incensati soltanto l’altare e il sacerdote; il coro sarà incensato durante la seconda incensazione.

La Chiesa suole esporre sull’altare le immagini e le reliquie di Santi che in questo frangente vengono incensate.

IV – INTROITO

Terminata la cerimonia dell’incensazione, il sacerdote dice l’Introito. Non è sempre stato questo l’uso, poiché san Gregorio nel suo Ordo ci dice che il sacerdote si parava nel Secretarium (2) e si recava all’altare, preceduto dalla croce e dai candelieri, mentre il coro cantava l’Introito, il quale era più lungo che ai giorni nostri, poiché si cantava tutto il salmo, mentre attualmente si esegue solo un versetto e il Gloria Patri. Il coro, inoltre, si occupava solo di cantare tutti gli altri brani che si dovevano eseguire durante la Messa. L’uso di fare recitar al sacerdote queste differenti parti che accompagnano la celebrazione del Sacrificio venne stabilito nello stesso tempo in cui si fissò l’uso delle Messe basse, e si è finito per osservarlo nelle Messe cantate.

Per questa ragione i Messali antichi non sono uguali a quelli utilizzati oggi. Essi contenevano semplicemente le orazioni, ossia le collette, le secrete, i postcommunio, i prefazi e il Canone, e portavano il nome di Sacramentari. Tutto ciò che si cantava si trovava nell’Antiphonarium, oggi chiamato Graduale (la maggior parte dei canti della Messa non sono, in realtà, che antifone più “ornate” di note delle antifone ordinarie).

Ai nostri giorni, da quando si è introdotto l’uso di celebrare le Messe basse, il Messale contiene tutto quello che un tempo cantava il coro, come pure le Epistole e i Vangeli.

Il sacerdote, come anche il coro, fa il segno di croce cominciando l’Introito, perché questa parte è considerata come l’inizio delle letture. Nelle Messe dei defunti si fa soltanto il segno di croce sul Messale.


V – KYRIE

Segue il Kyrie che, nelle Messe cantate, il sacerdote deve recitar al lato dell’altare, dove ha già letto l’Introito; è accompagnato dai suoi ministri che non vanno in mezzo all’altare se non quando vi si reca il sacerdote, disponendosi dietro di lui sui differenti gradini. Nelle Messe basse il sacerdote dice il Kyrie nel mezzo dell’altare.

Questa preghiera è un grido col quale la santa Chiesa invoca le tre Persone della Santissima Trinità. Le prime tre invocazioni si rivolgono al Padre, che è Signore: Kyrie, eleison; le tre seguenti s’indirizzano al Figlio incarnato, cioè a Cristo, e perciò si dice: Christe, eleison; infine le ultime tre si rivolgono allo Spirito Santo, che col Padre e col Figlio è Signore, e perciò si ripete: Kyrie, eleison, “Signore, abbi pietà”. Il Figlio è ugualmente Signore col Padre e con lo Spirito Santo, ma la santa Chiesa parlando di Lui adopera la parola “Cristo”, Christe, per la relazione di questo termine con l’Incarnazione.

Il coro canta questi Kyrie mentre il sacerdote li recita. Un tempo si erano aggiunte alcune parole alla melodia di queste diverse invocazioni, come ancora si vede nel Messale della Diocesi di Le Mans del 1705. Il Messale di san Pio V ha fatto cadere quasi ovunque l’uso di questi Kyrie detti infarciti (3). Nella Messa papale si cantavano innumerevoli Kyrie durante tutto il tempo in cui i cardinali prestavano pubblicamente obbedienza al Papa (4); ma ciò costituiva una vera eccezione.

La ripetizione delle tre invocazioni per ben tre volte, come vuole attualmente la Liturgia, ci mostra la relazione che esiste quaggiù con i nove cori degli Angeli che cantano in cielo la gloria dell’Altissimo. Quest’unione con gli Angeli ci prepara al cantico del Gloria che segue: cantico angelico portato sulla terra da quegli spiriti beati.


3) Erano detti “infarciti” per esser un miscuglio di lingua latina e volgare. Nel Medioevo s’iniziarono ad aggiungere altre parole al testo (i cosiddetti tropi). I nomi dati alle Messe ci ricordano ancora tale pratica: Kyrie Rex Genitor (Messa VI), Orbis factor (XI), ecc. Talvolta questi tropi erano composti di latino e greco: “Deus creator omnium, tu Theos ymon nostri pie, eleyson” (Messale Sarum). L’uso di testi infarciti fu abolito dalla riforma di san Pio V. Cf. Rev. Dr. ADRIAN FORTESCUE, The Mass: A Study ofthe Roman Liturgy, Loreto Publications 2003.

4) Prima della riforma liturgica degli anni ‘70, il Papa celebrava pontificalmente la Santa Messa solo tre volte l’anno, a Natale, a Pasqua e nella festa dei Ss. Pietro e Paolo Apostoli (29 giugno), mentre nelle altre festività si limitava ad assistere al Sacrificio Eucaristico celebrato da qualche cardinale o prelato. Durante le tre Messe annuali i cardinali promettevano obbedienza al Papa.



VI – GLORIA IN EXCELSIS DEO

Per intonar il Gloria in excelsis Deo, il sacerdote si porta in mezzo all’altare, allarga le braccia e poi le ricongiunge. Ma nell’intonare quest’inno, come pure il Credo, non alza gli occhi. Alla fine dell’inno fa il segno di croce, perché in esso si parla di Gesù Cristo che, con lo Spirito Santo, sì trova nella gloria di Dio Padre, e in tal modo si fa menzione della Santissima Trinità.

Quest’inno è uno dei più antichi della Chiesa. Mons. Cousseau, vescovo d’Angoulème, ha fatto una dotta dissertazione per provare che santuario ne è l’autore, ma quest’opinione non è attendibile. In ogni modo, tale inno risale certamente ai primordi della santa Chiesa e lo si ritrova in tutti i Messali della Chiesa orientale. Non v’è nulla di più bello dei diversi afflati che s’incontrano in questa composizione. Non si tratta d’un brano lungo, del genere dei Prefazi, ad esempio, in cui la santa Chiesa espone una dottrina a cui segue un’orazione. Qui tutto è una continua elevazione e uno slancio ardente. Gli Angeli stessi lo hanno intonato, e la Chiesa, guidata – in questo come in tutto – dallo Spirito Santo, non fa che riprendere le parole degli Angeli. Ecco l’esposizione di questo magnifico cantico: Gloria in excelsis Deo, et in terra pax hominibus bonae voluntatis, “Gloria a Dio nel più alto dei cieli, e pace sulla terra agli uomini di buona volontà”. Tali sono le parole degli Angeli: a Dio la gloria, agli uomini, che erano tutti – fino ad allora – figli dell’ira, la pace e la benedizione di Dio. In quest’esordio ci si rivolge anzitutto a Dio, senza fare la distinzione delle Persone, e la Chiesa, imitando gli Angeli, continua sul medesimo tono ed aggiunge: Laudamus te, “noi ti lodiamo”, perché “la lode ti appartiene, e noi te l’offriamo”; Benedicimus te, “ti benediciamo”, ossia: “ti rivolgiamo i ringraziamenti che ti sono dovuti per i tuoi benefici”; Adoramus te, “adoriamo la tua maestà”; Glorificamus te, “ti glorifichiamo” per averci creati e redenti.

Rivolgendo a Dio queste diverse elevazioni con l’intenzione di lodarlo, ringraziarlo, adorarlo e glorificarlo, non è necessario dar a queste espressioni alcuna interpretazione perché esse offrono a Dio una supplica ed una lode perfetta, secondo le intenzioni della Chiesa.

Gratias agimus tibi propter magnam gloriam tuam. Ecco un’espressione profondissima: “Ti ringraziamo per la tua grande gloria”. Dio si glorifica facendoci del bene. L’Incarnazione, che è il più gran bene che poteva far all’uomo, è anche la sua maggior gloria. Per questo la Chiesa doveva dire: “Ti ringraziamo”, propter magnam gloriam tuam: “per la tua grande gloria”. Infatti, l’omaggio del Verbo incarnato procura a Dio maggior gloria, anche nella minima delle sue adorazioni, di quella che gli possono procurare tutti insieme gli esseri creati. L’Incarnazione è dunque la maggior gloria di Dio, propter magnam gloriam tuam. E noi, povere creature, non possiamo che ringraziare Dio, perché se il suo divin Figlio si è incarnato, lo ha fatto per noi e per causa nostra. “È veramente per noi che tu hai operato, o Signore, il mistero che più ti glorifica: per questo è ben giusto che incessantemente te ne ringraziamo”: Gratias agimus tibi propter magnam gloriam tuam.

Domine Deus, Rex ccelestis, Deus Pater omnipotens. La santa Chiesa si rivolge qui direttamente al Padre e, se in principio tiene conto soltanto dell’unità di Dio, ora ne considera la Trinità. Incominciando, dunque, dalla Persona del Padre, che è principio e origine delle altre due, esclama: Deus Pater omnipotens, “Dio Padre onnipotente”.

Poi rivolge le sue lodi al suo Sposo e, come se parlando di Lui non potesse raffrenarsi, gli consacra quasi tutto il resto del cantico. Canta il Figlio di Dio incarnato, e lo chiama Signore: Domine Fili unigenite, “Signore, Figlio unico”, aggiungendo in continuazione il nome umano che ha ricevuto come creatura: Jesu Christe. Ma non dimentica che Egli è Dio, e lo conferma espressamente: Domine Deus, Agnus Dei, Filius Patris. Sì, il suo Sposo è Dio, è anche l’Agnello di Dio, come ha mostrato san Giovanni; è, infine, il Figlio del Padre. Nei suoi trasporti di giubilo, la santa Chiesa ricerca tutti i titoli che meglio possono convenire al suo Sposo, accumula le sue grandezze e si compiace di ripeterle incessantemente.

Nel novero dei titoli che da allo Sposo figura quello di “Agnello di Dio”, ma sembra quasi ch’essa non abbia osato aggiungere, subito dopo, quella che per Lui è stata la conseguenza dolorosa di tale titolo: Qui tollis peccata mundi. Torna allora, ancora una volta, a parlare della sua grandezza ed esclama: Filius Patris. Come rincuorata da tale espressione, si risolve a rammentar al suo Sposo che, essendo l’Agnello di Dio, s’è degnato di portar i peccati del mondo: Qui tollis peccata mundi. “Se hai voluto riscattarci col tuo Sangue -sembra dirgli -, ora che sei nella gloria, non ci abbandonare, ma abbi pietà di noi”, miserere nobis. Di nuovo gli dice: Qui tollis peccata mundi. Non teme più di pronunziare questa parola, ma torna a ripeterla, perché in essa è la nostra forza. L’Agnello di Dio, il Figlio del Padre, prendendo su di sé le nostre colpe e i nostri peccati, ci ha resi forti: che cosa abbiamo da temere? La santa Chiesa lo comprende così bene che lo ripete per due volte, chiedendo la prima volta misericordia e aggiungendo la seconda volta, che si degni prestar attenzione alle suppliche della sua Sposa: Suscipe deprecationem nostram. “Siamo – dice – riuniti per il Sacrificio; ricevi dunque ora la nostra preghiera”.

Dopo aver così parlato, la santa Chiesa risale nel più alto dei Cieli: Qui sedes ad dexteram Patris. Pochi attimi prima si era compiaciuta di considerare lo Sposo come l’Agnello di Dio, carico di tutti i peccati del mondo. Ora si slancia e penetra sino alla destra del Padre, dove vede assiso Colui che è l’oggetto della sua lode. Ivi s’inabissa nell’Essere medesimo di Dio e vi ravvisa ogni santità, ogni giustizia, ogni rettitudine, ogni grandezza, come dirà tra breve. Ma prima fa sentire questo grido: Miserere nobis, “abbi pietà di noi”, perché tu ci hai riscattato. E subito aggiunge: Tu solus Sanctus, Tu solus Dominus, Tu solus Altissimus Jesu Christe, “O Gesù Cristo, tu sei il solo Santo, il solo Signore, il solo Altissimo”.

Come si vede, la santa Chiesa in questo cantico tende incessantemente verso il suo Sposo, e tutte le sue esclamazioni sono altrettanti slanci che essa compie per salire sino a Lui. Ora pensa a se stessa, ora pensa a Lui, e nulla trattiene il suo entusiasmo. Ha cominciato a parlare del suo Sposo, ricerca tutte le sue grandezze e si sforza di non ometterne alcuna. Parla di Lui, in particolare, perché è il suo Sposo; vuole lodarlo, glorificarlo e lo definisce: “solo Santo, solo Signore, solo Altissimo”. Tuttavia aggiunge: Cum Sancto Spiritu, in gloria Dei Patris, “con lo Spirito Santo nella gloria di Dio Padre”. In tal modo menziona la Santissima Trinità. E la lode che rivolge a Cristo, chiamandolo “il solo Santo, il solo Signore, il solo Altissimo”, raggiunge le due altre Persone, poiché il Padre e lo Spirito Santo non possono essere separati dal Figlio e – al par di Lui – sono egualmente solo “Santo”, solo “Signore”, solo “Altissimo”. Infatti nessuno è “Santo”, nessuno è “Signore”, nessuno è “Altissimo”, all’infuori del Signore stesso.

In questo magnifico cantico tutto è grande e semplice allo stesso tempo. La santa Chiesa si commuove pensando al suo Sposo. Si eleva prima di tutto col canto del Kyrie, segue poi intonando il cantico degli Angeli e, volendo continuar il canto di questi spiriti beati, lo stesso Spirito, che ha parlato ai pastori attraverso gli Angeli, ha posto sulle labbra della Chiesa la fine di un così sublime cantico.

VII – COLLETTA

Terminato il Gloria, il sacerdote bacia l’altare e, voltandosi verso il popolo, dice: Dominus vobiscum. Già un’altra volta aveva rivolto queste medesime parole ai soli ministri, quand’era ancora ai piedi dell’altare. Era allora come una sorta d’addio che dava nel momento in cui si disponeva ad entrare nella nube, non volendo separarsi dal popolo fedele senza aver detto una parola di affetto a coloro che avevano pregato con lui. Qui la santa Chiesa l’adopera con un’altra intenzione, ossia per richiamare, in qualche modo l’attenzione dei fedeli e ricordar loro che il sacerdote sta per pronunziare la colletta, ossia l’orazione nella quale raccoglie i voti dei fedeli e presenta a Dio le loro domande.

La parola colletta viene dal latino colligere, che significa “raccogliere, riunire”. La colletta è di grande importanza, e perciò la santa Chiesa vuole che la si ascolti con rispetto e gravità. Secondo le usanze monastiche, mentre il sacerdote la recita, i Religiosi devono star inchinati profondamente, mentre nei capitoli i canonici l’ascoltano rivolti verso l’altare.

Alla fine di quest’orazione il coro risponde Amen, come se dicesse: “Sì, questo è ciò che domandiamo ed approviamo quanto è stato detto”.

Questa prima orazione della Messa la si ritrova nell’Ufficio del Vespro, delle Lodi ed anche nel Mattutino dell’Ufficio monastico e nell’Ufficio romano (5). Non la si trova all’Ora di Prima, perché quest’Ufficio è stato istituito più tardi, né a Compieta, che deve essere considerata come una preghiera della notte, di cui san Benedetto, per primo, ha fissato la forma liturgica. La si ritrova, invece, all’Ora di Terza, Sesta e Nona.

Tutto ciò dimostra quanta importanza la santa Chiesa attribuisca alla recita di questa preghiera, che dona, in un certo senso, la caratteristica del giorno. Nessuna meraviglia, dunque, che la faccia precedere dal Dominus vobiscum, come per dire al popolo: “Prestate molta attenzione, perché quanto segue è della più grande importanza”. Inoltre, in questo momento il sacerdote si volta verso il popolo, cosa che non ha fatto quando era ancora ai piedi dell’altare. Ormai si sente sicuro e, dopo aver ricevuto la pace del Signore baciando l’altare, l’annunzia al popolo. Poi, come se la portasse sulle sue braccia, le allarga dicendo: Dominus vobiscum, e il popolo risponde: Et cum spiritu tuo. Il sacerdote, allora, sentendocene il popolo gli è unito, aggiunge subito: Oremus, “preghiamo”.

Il Fax vobis, che dicono i prelati invece di questo Dominus vobiscum, è un uso antichissimo. Era una formula di saluto abituale presso i Giudei e ricorda le parole del Gloria: Fax hominibus bonae voluntatis. È molto probabile che nei primi secoli tutti i sacerdoti dicessero il Fax vobis. Qualcosa di simile avviene in molte altre cerimonie pontificali. Così, ad esempio, è avvenuto per l’uso del manipolo che il prelato non indossava se non quando saliva all’altare. Tutti i sacerdoti, un tempo, facevano così. Più tardi è sembrato più semplice prender il manipolo in sacrestia e questo uso è prevalso sull’antico, che è stato riservato ai soli prelati (6).

Essendo il Pax vobis un ricordo del Gloria, ne consegue che, nelle Messe in cui si omette quest’inno, quella formula andrà sostituita col: Dominus vobiscum.

Il sacerdote deve tenere le braccia allargate quando legge la colletta, praticando in tal modo l’antico modo di pregare dei primi cristiani. Come Nostro Signore ha pregato sulla croce con le braccia stese, così i primi cristiani si rivolgevano a Dio allargando le braccia. Questo uso antichissimo ci è stato tramandato in modo particolare dalle pitture delle catacombe, che raffigurano l’orazione fatta sempre in questo atteggiamento: di qui il nome di Orantes dato a tali rappresentazioni, le quali – come pure gli scritti dei santi Padri – sono servite perché un’infinità di particolari relativi ai primi secoli del Cristianesimo non andassero perduti per sempre.

In Oriente si conserva ancora questo uso per tutti i fedeli. In Occidente è divenuto abbastanza raro e lo si restringe a casi particolari; solo il sacerdote prega in questo modo, perché rappresenta Nostro Signore, il quale, confitto sulla croce, offre al Padre una preghiera di straordinaria efficacia.


5) Fatta eccezione per l’Ufficio di Natale, prima della Messa di mezzanotte.

6) Nella celebrazione, il vescovo sopra il rocchetto indossa l’amitto ed il camice, quindi la croce pettorale, la stola, la tunicella e la dalmatica ed infine la pianeta (se è metropolita vi aggiungerà il pallio benedetto dal Romano Pontefice; in alcune diocesi non metropolitane v’è un’insegna caratteristica detta “razionale”); poco dopo il Confiteor indosserà il manipolo. L’uso per i vescovi d’indossare il manipolo all’altare va spiegato, più che con ragioni simboliche, col fatto che lo si consegnava al vescovo quando, già vestito, stava per salire all’altare. Cf. M. RIGHETTI, op. cit, voi. I, p. 620.



VIII – EPISTOLA


Dopo la colletta, e le altre orazioni che spesso si aggiungono sotto il nome di commemorazioni, si legge l’Epistola che è quasi sempre un passo delle Lettere degli Apostoli, ma talvolta è anche un brano d’un altro libro della Sacra Scrittura.

L’uso di legger una sola Epistola non risale ai primordi della Chiesa, benché rimonti a quasi mille anni fa. Nei primi secoli si leggeva prima una lettura dell’Antico Testamento, a cui seguiva un passo degli scritti degli Apostoli. Attualmente alla Messa si legge solo l’Epistola, ad eccezione delle Quattro Tempore e di alcuni giorni feriali. L’uso di leggere passi dell’Antico Testamento prima dell’Epistola è scomparso quando è stato composto il Messale oggi in uso, che contiene tutto ciò che si dice e si canta nella Messa, e che per questo è chiamato Messale completo (o plenario) (7). Il Messale antico o Sacramentario conteneva, come abbiamo già detto, soltanto le orazioni, i prefazi e il Canone; per tutto il resto si usavano l’antifonario, la bibbia e un evangeliario. Molto abbiamo perduto nel cambio, perché ciascuna Messa aveva il suo Prefazio proprio, ed oggi tali brani liturgici sono ridotti ad un numero insignificante.

Il medesimo procedimento si seguiva per la recita dell’Ufficio divino, poiché non v’era ancora il Breviario, sicché bisognava servirsi del salterio, dell’innario, della bibbia, del passionale, nel quale si leggevano gli atti dei Santi, e dell’omiliario, che conteneva i discorsi dei santi Padri.

Per lungo tempo e per privilegio speciale s’è conservato l’uso di leggere due Epistole nella Messa della prima domenica dell’Avvento, ma attualmente se ne legge solo una. L’Ufficio di questa domenica è stato redatto con grande cura e rappresenta, più fedelmente della maggior parte degli altri Uffici, gli usi antichi; così, quantunque semidoppio (8), mai gli si assegnarono i suffragi, pratica, questa, che si osserva sino all’Epifania. L’origine dei suffragi non può esser antecedente al sec. XI, poiché prima non esistevano.

Come abbiamo veduto, nella celebrazione del santo Sacrificio tutto procede con ordine: il sacerdote ha esposto da principio le domande ed espresso i voti e i desideri dei fedeli; la santa Chiesa ha parlato per bocca del suo ministro. Tra poco ascolteremo le parole del Maestro nel Vangelo. Ma la santa Chiesa vuole prepararci a quest’atto, facendoci prima udire la parola del suo servo, per questo pone prima l’Epistola, passando in tal modo dal Profeta, o dall’Apostolo, al Signore stesso.


7) L’organizzazione degli antichi Sacramentari sfocia nel Medioevo nel cosiddetto Missale plenum (o plenario o, più esattamente, Missale completum), ossia in quel testo che riunisce tutti gli elementi propri della celebrazione (antifone, orazioni, letture, sequenze, ecc.). I primi saggi di tali Messali plenari s’incontrano nella seconda metà del IX secolo nell’area liturgica dell’Italia centrale e di Benevento. Essi però divennero d’uso comune solo nel XII secolo.

8) Circa i “suffragi”, il RIGHETTI osserva che «Fin dal sec. XI, a Cluny, chiamavansi Suffragia Sanctorum le preghiere d’intercessione solite a rivolgersi ad alcuni determinati Santi, al termine delle Ore principali dell’Ufficio, Mattutino, Lodi e Vespro. A Roma si dicevano Commemorationes. Appartenevano alla serie di quei formulari extra ufficiali che, insensibilmente, dopo il sec. IX, si sovrapposero all’Ufficio quotidiano. […]. I libri romani dei sec. XI-XII e poi il Breviario della Curia portavano molte e svariate commemorazioni di Santi. Pio V le ridusse a quattro: Santa Croce, Beata Vergine, Ss. Pietro e Paolo, de pace; Pio IX nel 1871 vi aggiunse quella di san Giuseppe. La riforma di Pio X ne ammise due soltanto: quella della SS. Vergine associata a tutti i Santi, e quella de Cruce durante il tempo pasquale. […]. Tutte le Commemorazioni predette vennero soppresse da Pio XII col Decreto del 1955 circa la semplificazione delle rubriche»: op. cit., vol. II, Milano 1969, p. 788. Circa l’Ufficio “semidoppio”, va notato che Giovanni XXIII ha trasformato l’antica divisione dei giorni in: domeniche di I e II classe, ottave di I e II classe, Feste di I, II e III classe, Ferie di I, II, III e IV classe, Vigilie di I, II e III classe, apportando tante altre modifiche atte a rendere più fruibile il modo di ordinare i singoli giorni, le Decorrenze e le concorrenze, ecc.



IX – GRADUALE


Tra l’Epistola e il Vangelo si canta il Graduale, che si compone d’un responsorio col versetto corrispondente. In passato si ripeteva il responsorio tutto intero, prima e dopo il versetto, nella forma che oggi si osserva per i responsorii brevi, ma con una melodia molto ornata. Il graduale è infatti la parte più musicale dell’Ufficio e, poiché il suo canto è molto difficile, per eseguirlo non si ammisero mai più di due cantori. Questi si recavano all’ambone, una sorta di pulpito in marmo collocato nella chiesa, ed è a motivo degli scalini o gradini, che i cantori dovevano salire per andar all’ambone, che questi brani sono stati chiamati Graduali, nome utilizzato anche dai Giudei per indicar i Salmi graduali che cantavano salendo i gradini del Tempio.


X – ALLELUIA – TRATTO


Al graduale segue l’Alleluia o il Tratto, secondo il tempo liturgico. L’Alleluia si ripete a mo’ di responsorio ed è seguito da un versetto, dopo il quale si ripete per la terza volta Alleluia. Essendo l’Alleluia il cantico per eccellenza della lode di Dio, era naturale che avesse il suo posto nella Santa Messa. Possiede qualcosa di così gioioso e a volte di così misterioso che nei tempi di penitenza, cioè dalla Settuagesima sino a Pasqua, si sopprime, sostituendolo allora col Tratto.

Quest’ultimo occupa piamente i fedeli durante il tempo necessario alle diverse cerimonie che devono svolgersi quando il diacono, dopo aver domandato la benedizione del sacerdote, va in processione all’ambone del Vangelo e si prepara a far ascoltare la Parola di Dio. Il Tratto si compone qualche volta di un salmo intero, come avviene nella prima domenica di Quaresima; ordinariamente, invece, non contiene che alcuni versetti. Questi, che si cantano con una melodia molto ricca e caratteristica, si susseguono uno dopo l’altro senza alcuna ripetizione. Per tale ragione, ossia perché l’esecuzione avviene tutta di seguito come “d’un tratto”, è stato chiamato Tratto.

XI – SEQUENZA

In alcune solennità si aggiunge all’Alleluia o al Tratto la cosid­detta “Sequenza”, Sequentia. Essa fu aggiunta al canto della Messa in un’epoca ben posteriore a san Gregorio, probabilmente verso il secolo IX.

Prese il nome di Sequentia, cioè “seguito”, perché consisteva inizialmente in un testo che si adattava alle note melodiche che seguivano la parola Alleluia e che si chiamava già Sequentia, prima ancora dell’invenzione della Sequenza. Si chiama anche prosa, perché in origine non rassomigliava né agli inni misurati, dei quali si trovano modelli presso gli antichi, né ai ritmi regolarmente cadenzati, comparsi più tardi. Era un vero pezzo di prosa che si cantava con semplicità – come abbiamo detto -, per rivestire di parole il neuma dell’Alleluia. A poco a poco il suo genere si avvicinò a quello degl’inni.

La Sequenza serviva, così, a dare maggior rilievo alla solennità degli Uffici e, mentre si cantava, si suonavano le campane e l’organo. Se ne fecero per tutte le feste ed anche per le domeniche dell’Avvento.

Nella riforma del Messale Romano, avvenuta con san Pio V, quattro di esse solamente sono state conservate: il Victimae Paschali, la più antica di tutte e modello di prosa, il Veni Sancte Spiritus, il Lauda Sion e il Dies iras. Più tardi vi si aggiunse lo Stabat Mater. Il Messale monastico dei benedettini contiene anche il Laeta dies, per la festa del gran patriarca san Benedetto, composizione che risale al secolo XVI.

XII – VANGELO

Mentre il coro canta tutti gl’inni dei quali abbiamo parlato, il diacono prende il libro dei Vangeli e lo pone sopra l’altare, manifestando così l’identità che esiste tra il Verbo di Dio, che ascoltiamo nel Vangelo, e Nostro Signore, rappresentato dall’altare. Il sacerdote non incensa il libro, ma benedice l’incenso, cerimonia che il diacono non ha il diritto di fare.

Benedetto l’incenso, il diacono s’inginocchia sul primo gradino dell’altare e recita la preghiera Munda cor meum nella quale domanda a Dio che il suo cuore e le sue labbra siano purificati affinché possa annunziare degnamente il santo Vangelo. Fa allusione, in questa preghiera, al carbone di fuoco col quale un serafino toccò le labbra del profeta Isaia per purificarlo e renderlo degno d’annunziare le cose che lo Spirito Santo gli aveva ispirato (cf. Is 6,5-7). Questa preghiera viene pronunciata dal sacerdote anche nella Messa bassa.

Terminata questa orazione, il diacono prende il libro e, inginocchiandosi dinanzi al sacerdote, gli chiede la benedizione: Jube, domne, benedicere, “degnati di benedirmi”. Nella Messa bassa il sacerdote chiede la benedizione a Dio dicendo: Jube, Domine, benedicere, ed egli stesso si risponde con le parole della benedizione, facendovi i cambiamenti necessari, per applicar a se stesso la risposta. Ricevuta la benedizione, il diacono bacia la mano del sacerdote, che deve aver posta sul libro dei Vangeli prima di consegnarglielo, quasi ad indicare che lo incarica di legger in suo nome.

Si dirige allora verso l’ambone del Vangelo e là comincia la lettura con le solenni parole: Dominus vobiscum. È questa l’unica occasione in cui è permesso al diacono di salutar il popolo con tale espressione solenne. Con essa sembra dirgli: “Preparatevi, poiché state per ascoltar il Verbo di Dio, la Parola eterna; per ricever un così grande favore bisogna che il Signore sia con voi, che vi illumini e vi alimenti con la sua Parola”. Il popolo risponde a questa domanda: Et cum spiritu tuo.

Allora il diacono da inizio alla lettura annunziando il titolo di ciò che sta per leggere con le parole: Initium o Sequentia sancti Evangeli!, facendo il segno di croce sul libro laddove comincia il passo del Vangelo; poi segna se stesso sulla fronte, sulla bocca e sul petto, domandando con la croce, principio di ogni grazia, che abbia sempre il Vangelo nel cuore e sulle labbra, e che la sua fronte non ne arrossisca giammai. Prende il turibolo, incensa il libro per tre volte, mentre il popolo risponde: Gloria tibi, Domine all’annunzio della buona novella, rendendo gloria al Signore, la cui Parola si prepara ad ascoltare.

Procede quindi al canto del Vangelo. Il diacono congiunge le mani e non le appoggia sul libro, non permettendosi una tale familiarità verso ciò che racchiude l’espressione della Parola eterna.

Finita la lettura, il suddiacono prende il libro aperto e lo porta al celebrante che, baciandolo dove inizia il passo letto, dice: Per evangelica dieta deleantur nostra delicta, “per l’efficacia delle parole che abbiamo ascoltato, siano cancellati i nostri peccati”. Noi troviamo in questa formula, che si usa qualche volta come benedizione a Mattutino, una specie di rima che denota un’origine medievale. Frattanto il diacono si volge subito verso il sacerdote in nome del quale ha cantato il Vangelo e, prendendo il turibolo, lo incensa tre volte. A questo punto della Messa viene incensato solo il celebrante.

Il sacerdote che celebra la Messa senza esser assistito dai ministri deve girar il Messale, quando legge il Vangelo, in modo che si trovi collocato un po’ verso il nord, poiché, secondo la parola del profeta Geremia (1,14): Ab aquilone pandetur malum super omnes habitatores terree, “dal settentrione si rovescerà la sventura su tutti gli abitanti della terra”. Anche il diacono si mette nella direzione indicata quando canta il Vangelo e, per la stessa ragione, nel battesimo degli adulti si mette il catecumeno in modo che abbia la faccia rivolta a nord, nel momento in cui rinunzia a Satana.

Un tempo, vi erano nelle grandi chiese due amboni o specie di pulpiti molto alti, uno per l’Epistola e l’altro per il Vangelo. Oggi non sì vedono più che nella chiesa di san Clemente a Roma e di san Lorenzo fuori le mura. Esistevano anche a san Paolo fino all’epoca dei restauri. In uno di questi amboni sì metteva il cero pasquale durante i quaranta giorni che precedono l’Ascensione.

Dobbiamo far notare, in questo luogo, la differenza che la Chiesa stabilisce tra la maniera di annunziar il Vangelo e quella di proclamare l’Epistola. Per l’Epistola si limita ad annunziare semplicemente qual è il passo che si sta per leggere, mentre fa sempre preceder il Vangelo dal Dominus vobiscum. Nell’Epistola, infatti, è il servo che parla; nel Vangelo, al contrario, è la parola del Maestro che si ascolta e, di conseguenza, bisogna richiamare l’attenzione del popolo fedele; per questo si usa la formula: Dominus vobiscum.

Soltanto alla fine del Vangelo letto dal sacerdote si risponde: Laus tibi, Christe, perché un tempo il celebrante, non leggendo nulla di ciò che era cantato, ascoltava semplicemente il Vangelo (9).

Nelle Messe dei defunti il diacono non domanda la benedizione al sacerdote prima del Vangelo, poiché, essendo una cerimonia puramente di onore, la si omette in segno di lutto e di tristezza. Non si portano neppure i lumi all’ambone e il sacerdote non bacia il libro al ritorno del diacono. Similmente il diacono non bacia la mano del sacerdote quando prende il libro dall’altare.


9) Al tempo di Dom Guéranger il sacerdote, alla Messa solenne, leggeva per conto proprio l’Epistola e il Vangelo che erano cantati dal suddiacono e dal diacono. Prima d’allora l’uso era diverso ed il sacerdote non leggeva nulla.

XIII – CREDO

Alla lettura del Vangelo segue il Credo, col quale si vuoi dar occasione ai fedeli di confessare la propria fede. E poiché la loro fede è basata sul santo Vangelo, il Credo segue immediatamente la lettura della Parola sacra. È conveniente che i fedeli pronunzino questa professione di fede contro le eresie.

II Credo deve dirsi non solo nella Messa delle domeniche, ma anche nelle feste degli Apostoli che predicarono la fede; nelle feste dei Dottori che la difesero; in quella di santa Maddalena che, oltre ad essere la prima a credere nella Risurrezione, l’annunzio agli Apostoli, divenendo così “l’Apostola degli Apostoli”; nelle feste degli Angeli, perché ci si riferisce proprio a loro quando si dice: factorem caeli et terrae, visibilium omnium et invisibilium; nelle feste della Santissima Vergine, anch’ella menzionata nel Simbolo. Non lo si recita tuttavia nelle Messe votive. Si recita anche nella festa della Dedicazione d’una chiesa e nelle feste patronali, perché si suppone che a tali solennità assisterà tutto il popolo fedele. Per questa ragione, se la festa di san Giovanni Battista cade in domenica, si recita il Credo, altrimenti si omette, perché san Giovanni è venuto prima della consumazione dei misteri e non v’è alcuna menzione di lui nel Simbolo.

Infine, si recita ancora il Credo, a motivo del concorso del popolo, quando una chiesa possiede una reliquia insigne del Santo di cui si celebra solennemente la festa.

Il Simbolo che usa la Chiesa nella Santa Messa non è il Simbolo degli Apostoli, ma quello di Nicea; e, se si vuoi parlare con tutta esattezza, lo si deve chiamar il Simbolo di Nicea e di Costantinopoli, perché tutto quanto si riferisce all’articolo dello Spirito Santo è stato aggiunto contro Macedonie nel primo Concilio di Costantinopoli.

Prima del secolo XI il Credo non era recitato pubblicamente nella Chiesa romana. Sant’Enrico, imperatore di Germania, in un viaggio che fece a Roma, rimase grandemente sorpreso di non aver udito il Credo. Ne parlò al papa Benedetto Vili, che occupava allora la cattedra di san Pietro, e il Pontefice gli rispose che la Chiesa romana in tal modo manifestava la purezza della sua fede, poiché, non esistendo nel suo seno l’errore, non aveva necessità di rigettarlo. Però, subito dopo l’osservazione del santo Imperatore, si decretò che le domeniche, nella Chiesa romana, si dicesse il Credo nella Messa, rianimando in tal modo questa sublime professione di fede, promulgata dalla medesima cattedra di san Pietro.

Il Simbolo di Nicea è più lungo di quello degli Apostoli, quantunque quest’ultimo contenga tutte le verità della fede. Orbene, siccome le eresie apparvero posteriormente, fu necessario dare maggiore sviluppo a ciascuno degli articoli che erano oggetto di attacchi, arginando così i diversi errori non appena comparivano. Questo Simbolo contiene tutto ciò che dobbiamo credere, perché diciamo: Credo Ecclesiam e, credendo tutto ciò che crede la santa Chiesa, possediamo tutto ciò che essa adottò e dichiarò come verità degne di fede nei Concili di Nicea, Costantinopoli e successivi.

Ecco come comincia questo Simbolo: Credo in unum Deum. Si noti bene la differenza. Gli Apostoli non misero la parola unum, perché in quell’epoca non la stimarono necessaria. Più tardi, nel Concilio di Nicea, la Chiesa credette opportuno aggiungerla per sostenere l’affermazione dell’unità divina accanto alla professione espressa della trinità delle Persone, contro l’eresia degli Ariani. Ma perché diciamo Credo in Deum? Qual è qui il valore della preposizione in? Grande è la sua importanza e la comprenderemo facilmente. La fede non è altro che un movimento dell’anima verso Dio; la fede unita alla carità, la fede viva che la Chiesa depone nel cuore dei suoi figli tende di natura sua verso Dio, sale e s’innalza a Lui: Credo in Deum.

Vi sono due maniere di conoscere Dio. Un uomo che vede tutte le meraviglie dell’universo: la terra con le sue innumerevoli produzioni, il firmamento ricco dei suoi astri, in mezzo ai quali brilla il sole con la magnificenza e lo splendore dei suoi raggi e con l’ammirabile e ordinata successione delle sue rivoluzioni; quest’uomo, alla vista di tali meraviglie disposte con tanto ordine e perfezione, deve necessariamente riconoscere l’esistenza d’un essere che le ha create. Questo è ciò che si chiama una verità razionale. L’uomo che non giungesse a questa conclusione darebbe prova di mancare d’intelligenza e si eguaglierebbe agli animali, i quali non sono capaci di comprender alcuna verità, essendo privi di ragione. Questo è dunque il modo di conoscere Dio con la ragione, quando dalla contemplazione delle cose create deduciamo, come conseguenza, che Egli ne è l’autore.

Ma quando affermiamo: “Conosco Dio come Padre, come Figlio e come Spirito Santo”, bisogna certamente che Dio ce lo abbia rivelato e che noi crediamo alla sua Parola per fede, cioè per una certa disposizione che ci è stata comunicata in modo soprannaturale. Essa ci spinge a credere ciò che Dio ha detto e ad arrenderci alla sua Parola. Dio ci rivela questa o quella cosa per mezzo della sua Chiesa. Subito, come se uscissimo da noi stessi, ci slanciamo verso di Lui, riconoscendo come verità quanto si degna di rivelarci. In tal modo confessiamo il nostro Dio: Credo in unum Deum, Patrem omnipotentem.

Factorem ceeli et terrae, visibilium omnium et invisibilium, “Dio creatore del cielo e della terra, di tutte le cose visibili e invisibili”. Gli Gnostici attribuivano a Dio la sola creazione della materia e delle cose visibili. Per tale ragione furono condannati dal Concilio di Nicea, il quale affermò con chiarezza che visibilium et invisibilium, “tutte le cose visibili e invisibili”, sono opera di Dio, rendendo così omaggio al Dio eterno che, essendo onnipotente, per virtù di tale onnipotenza ha creato tutte le cose del mondo visibile ed invisibile. Con questa formula si confessa anche che Dio è il Creatore degli Angeli.

Et in unum Dominum Jesum Chrìstum, Filium Dei unigenitum. Qui la Chiesa ci fa nuovamente adoperare la parola unum. “lo credo in un solo Signore”: in unum Dominum. Questa parola unum ha un valore essenziale. Infatti, crediamo non in due figli, ma in uno solo; non in un Uomo e in un Dio separati, che formano due persone distinte, ma nella medesima Persona, quella del Figlio unigenito di Dio. Ma perché lo chiamiamo “Signore” in maniera così speciale? Parlando del Padre non gli abbiamo dato questo titolo. Diamo questo titolo a Gesù Cristo perché gli apparteniamo per due ragioni distinte e a due titoli differenti. Siamo di Gesù Cristo in primo luogo perché, facendo il Padre tutte le cose col Verbo suo, Questi col Padre ci ha creato. In secondo luogo, Gesù Cristo ci ha redento col suo Sangue, ci ha strappato dagli artigli di Satana. Siamo, di conseguenza, suo bene e suo possesso. Egli dunque ci possiede non solo come Creatore, ma anche come Redentore e il suo amore per le anime giunge al punto di voler possederle a titolo di Sposo.

Figlio di Dio: ecco un esempio chiarissimo della differenza, che poco fa facevamo notare, tra la conoscenza di Dio per mezzo della ragione e la conoscenza di Lui per mezzo della fede. La ragione, da sola, non potrebbe insegnarci che esistono in Dio un Padre ed un Figlio; bisogna, per penetrare questa verità, o esser in cielo, o che Dio ce l’abbia rivelato nella Scrittura o attraverso la Tradizione. Come noi crediamo in un solo Dio Padre, così crediamo in un solo Dio Figlio: et in unum Dominum Jesum Chrìstum, Filium Dei unigenitum.

Et ex Patre natum ante omnia saecula, “nato dal Padre prima di tutti i secoli”. I secoli hanno avuto inizio quando la creazione è uscita dalle mani di Dio. Infatti, perché vi fossero i secoli, era indispensabile che esistesse il tempo e, perché il tempo esistesse, era necessaria l’esistenza degli esseri creati. Ora, prima di tutti i secoli, ossia prima che alcuno dei secoli esistenti uscisse dal nulla, il Figlio di Dio era già uscito dal Padre, come noi confessiamo dicendo: Ex Patre natum ante omnia saecula. Deum de Deo, lumen de lumine, Deum verum de Deo vero.

Il mondo creato procede da Dio, poiché è opera della sua destra, ma non per questo diciamo che il mondo creato è Dio. Il Figlio di Dio, al contrario, procedendo dal Padre, è Dio come Lui, perché da Lui è stato generato. Dunque tutto ciò che si dice del Padre conviene al Figlio, salvo l’essere Padre; ma si tratta sempre della stessa sostanza, della medesima essenza divina.

Orbene, come può il Figlio essere la medesima sostanza del Padre, senza che questa sostanza ne risulti diminuita? Sant’Atnasio, parlando di questo argomento, ci propone una similitudine che, benché materiale, ci fa cogliere, sia pur imperfettamente, tal verità. Come una fiaccola – egli dice -, ricevendo la sua luce da un’altra della medesima sostanza, non diminuisce per niente la fiaccola da cui è stata accesa, così il Figlio di Dio, prendendo la sostanza dal Padre, non diminuisce in nulla tale sostanza divina che condivide con Lui, perché Egli è veramente “Dio da Dio, luce da luce, Dìo vero da Dio vero”.

Genitum, non factum, “Generato non creato”. Noi, creature umane, siamo state create, siamo tutte opera di Dio, senza eccettuare né la Vergine Santissima né gli Angeli. Ma il Verbo, il Figlio di Dio, è stato generato, non creato, è uscito dal Padre, ma non è opera sua. Ha la medesima sostanza, la medesima natura del Padre.

In Dio, dobbiamo distinguere le Persone, ma dobbiam anche sempre considerar in Lui la medesima sostanza divina, per il Padre, per il Figlio e per lo Spirito Santo: Idem quoad substantiam. Il Signore medesimo ce lo dice: Ego et Pater unum sumus. Essi sono una medesima cosa, ma le Persone sono distinte. Padre, Figlio e Spirito Santo sono i tre termini che servono a designarli. È dunque di somma importanza la sentenza del Concilio di Nicea: Consubstantialem Patri, ossia: “consustanziale al Padre”. Sì, il Figlio è stato generato dal Padre, ha con Lui la medesima sostanza, è la medesima essenza divina.

Per quem omnia facta sunt, “per mezzo di Lui furono fatte tutte le cose”. Abbiamo detto al principio del Simbolo che Dio ha fatto il cielo e la terra, tutte le creature visibili e invisibili. Ora diciamo, parlando del Verbo, Figlio di Dio, che tutte le cose furono fatte per mezzo di Lui. Come armonizzare questi due concetti? Facilmente lo si comprenderà per mezzo d’un paragone con l’anima nostra.

Vi sono nell’anima umana tre facoltà differenti per il compimento dei suoi diversi atti; queste tre facoltà sono: la potenza, l’intelligenza e la volontà. Tutte e tre sono necessarie perché l’atto si compia, poiché per mezzo della potenza l’anima agisce, ma la sua azione suppone conoscenza e volontà. Similmente, Dio Padre onnipotente fece tutte le cose con la sua potenza; le fece con intelligenza attraverso il suo Figlio; e infine le fece con la volontà attraverso lo Spirito Santo, e in tal modo si compì l’atto. È dunque esatto dire, parlando del Figlio: per quem omnia facta sunt.

Qui propter nos homines, et propter nostram salutem descendit de caelis. Dopo averci mostrato il Verbo che opera i più grandi prodigi, la Chiesa aggiunge ch’Egli è venuto al mondo per noi, uomini peccatori, e che non solamente è venuto per l’uomo, ma anche per riparar i peccati dell’uomo e liberarlo dalla dannazione eterna; in una parola, per operare la nostra salvezza: et propter nostram salutem.

Sì, per questo e solamente per questo è disceso dal cielo: descendit de caelis. Senza lasciar il Padre e lo Spirito Santo, senza privarsi della beatitudine divina, si è unito all’uomo in tutto tranne che nel peccato, e ha sofferto, come uomo, tutto ciò che l’uomo poteva soffrire. È disceso dal cielo per incarnarsi in una creatura, viver in mezzo a noi e conformarsi in tutto e per tutto alle esigenze della nostra fragile natura.

Et incarnatus est de Spirìtu Sancto. Il Verbo si è fatto carne per opera dello Spirito Santo. Dio ha fatto tutte le cose, e noi abbiamo già veduto la cooperazione delle tre divine Persone, in tutte le opere della creazione. Nel mistero dell’Incarnazione operano ancora unite le tre Persone divine; il Padre inviando il Figlio, il Figlio venendo sulla terra, e lo Spirito Santo presiedendo a questo divino mistero.

Ex Maria Virgine. Osserviamo bene queste parole: ex Maria. Maria ha fornito al Figlio di Dio la sostanza del suo essere umano, sostanza che le era propria e personale; dunque ha preso qualcosa di se medesima per darla al Figlio di Dio, divenuto perciò suo proprio Figlio. Quanto grande dovette essere la purità di Maria perché la si trovasse degna di comunicar al Figlio di Dio la sostanza del suo essere umano! Il Verbo non ha voluto unirsi ad una creatura umana tratta immediatamente dal nulla come il primo uomo; no, ha voluto essere della stirpe di Adamo e per questo s’è incarnato nel seno di Maria. E si noti bene che non solo è disceso in Maria, ma ha preso la medesima sostanza di lei: ex Maria.

Et homo factus est, “E si è fatto uomo”, cioè non si è limitato a prendere le sembianze dell’uomo, ma si è fatto veramente uomo. In queste sublimi parole noi vediamo la divinità sposare l’umanità e, per tributare l’onore che è dovuto a così meraviglioso mistero, si fa qui una profonda genuflessione.

Crucifixus etiam pro nobis: sub Pontio Filato passus, et sepultus est.

Crucifixus. Il Simbolo degli Apostoli usava questa stessa espressione. Gli Apostoli volevano sottolineare che il Signore non solamente era morto, ma che era morto crocifisso, facendo così risaltar il trionfo della croce su satana. E poiché la nostra perdizione era avvenuta per un legno, il Signore voleva che anche la nostra salvezza fosse operata per un legno: ipse lignum tunc notavit, damna Ugni ut solveret. Sì, bisognava che il nostro nemico cadesse nel medesimo artificio di cui s’era servito per ingannarci: et medelam ferret inde, hostis unde laeserat, e che il rimedio fosse attinto là dove il nemico aveva tratto il veleno.

Per questo gli Apostoli vollero indicare con esattezza il supplizio del Signore e, a tal fine, quando annunziavano la fede ai pagani, parlavano subito della croce.

San Paolo, scrivendo ai Corinzi, affermava che, quando era giunto tra loro, aveva giudicato di non dover parlar loro d’altro che di Gesù e di Questi crocifìsso: Non enim judicavi me scire aliquid inter vos, nisi Jesum Christum et hunc crucifixum (1 Cor 2,2). Già aveva loro detto: “Predichiamo Cristo crocifisso: scandalo per i Giudei, e i stoltezza per i pagani”, Judaeis quidam scandalum, gentibus autem stultitiam (ibid., 1,23).

Gesù Cristo è stato crocifisso, e il Simbolo aggiunge: prò nobis. Come noi diciamo propter nos homines descendit de caelis, così era giusto che la santa Chiesa ci facesse notare che, se il Signore è stato crocifìsso, lo è stato per noi. Crucifixus etiam prò nobis: sub Pontio Pilato. Il nome del governatore romano si trova qui menzionato dagli Apostoli perché dona una collocazione storica.

Et sepultus est. Cristo ha sofferto, è vero, ed è stato sepolto. Ciò era necessario poiché, in caso contrario, come poteva avverarsi la profezia in cui s’annunzìava che al terzo giorno doveva uscire trionfante dal sepolcro? Ciò inoltre dimostra che la sua morte non è stata fittizia, ma reale, poiché è stato seppellito come gli altri uomini.

Et resurrexit tertia die, secundum Scripturas. Il terzo giorno è risuscitato, come avevano annunziato le profezie, particolarmente quella del profeta Giona. Nostro Signore stesso aveva detto: “questa generazione malvagia domanda un segno, ma non le sarà dato se non quello del profeta Gìona”, nisi signum Jonee prophetae (Mt 12,39; Le 11,29). Infatti, “come Giona stette tre giorni e tre notti nel ventre della balena, così il Figlio dell’uomo dimorerà tre giorni e tre notti nel seno della terra”.

Et ascendit in coelum, “è salito al cielo”. Il Verbo di Dio, venendo sulla terra per farsi uomo, non aveva per questo lasciato il seno del Padre suo. Qui si dice che è salito al cielo, nel senso che la sua umanità è ascesa alla celeste dimora, dov’è oggetto d’un’intronizzazione eterna.

Sedet ad dexteram Patris, “si è assise alla destra del Padre”, come un maestro, come un Signore. Senza dubbio, il Figlio con la sua natura divina era stato sempre assiso alla destra del Padre, ma doveva esservi anche secondo la sua natura umana, ed è quanto si afferma con queste parole. Difatti, così doveva essere perché la natura umana è unita alla natura divina in una stessa Persona, quella del Figlio di Dio. Di essa può dirsi in tutta verità: “II Signore sta assiso alla destra del Padre”. Davide l’aveva già annunziato quando diceva: Dixit Dominus Domino meo: Sede a dextris meis (Sal 109,1). Da qui può dedursi una prova dell’intima unione che esiste, nella Persona di Nostro Signore, tra la natura divina e la natura umana. Cosicché possiamo dire che il salmo 109 è veramente il salmo dell’Ascensione, perché è esattamente quello il momento in cui il Padre, che è Signore, dice al Figlio, che è pure Signore: “Siedi alla mia destra”, Sede a dextris meis.

Et iterum venturus est cum gloria judicare vivos et mortuos. A proposito di Nostro Signore si parla di due avvenimenti. Nel primo nasce senza gloria e, come dice san Paolo, si abbassa sino a prendere la forma di schiavo: semetipsum exinanivit formarti servi accipiens (FU 2,7), mentre nel secondo verrà circondato di gloria, venturus est cum gloria. E perché viene? Non più per salvare, come la prima volta, ma per giudicare: judicare vivos et mortuos. Non solamente verrà a giudicare quelli che saranno ancora sulla terra al momento di questa seconda venuta, ma anche tutti quelli che sono morti, a partire dalla fondazione del mondo, perché tutti, assolutamente tutti, devono essere giudicati.

Cuius regni non erit finis, “e il suo regno non avrà fine”. Qui si tratta del regno di Gesù Cristo come uomo, perché come Dio non ha mai smesso di regnare. Questo regno, poi, non solo sarà glorioso, ma eterno.

Qui termina la seconda parte del Credo, che è anche la più considerevole. È più che giusto che in questa confessione pubblica della nostra fede si parli più lungamente di Gesù Cristo, poiché Egli, con la sua divina Persona, ha fatto per noi più delle altre due Persone, quantunque nulla abbia fatto senza l’accordo e il consenso di esse. Per questo lo chiamiamo “Nostro Signore”, e, sebbene questo titolo convenga anche al Padre che ci ha creati, conviene per un duplice motivo al Figlio, il quale, oltre ad averci creati, perché Dio ha fatto tutte le cose con il suo Verbo, ci ha anche redenti. Gli apparteniamo dunque, come abbiamo detto, a doppio titolo.

Et in Spiritum Sanctum, Dominum et vivificantem. Io credo ugualmente nello Spirito Santo, cioè, per fede, vado verso lo Spirito Santo, aderisco, mi unisco allo Spirito Santo. E lo Spirito Santo chi è? Dominum. È Signore, è maestro come le altre due Persone. Ma cos’altro è? Vivificantem, “Colui che da la vita”. Come la nostra anima è il principio vitale del nostro corpo, così lo Spirito Santo vivifica la nostra anima. È lo Spirito Santo che le da vita con la grazia santificante che effonde su di essa, la sostiene, la fa agire, la vivifica e la fa crescer in amore. L’azione dello Spirito Santo si estende anche alla Chiesa. È Lui che la sostiene incessantemente, è Lui che fa sì che tutti i suoi membri, così diversi per nazione, linguaggio e costumi, vivano tutti la medesima vita, appartengano ad un medesimo Corpo di cui Gesù Cristo è il Capo. Tutti, infatti, hanno la medesima fede, ottengono le medesime grazie dai medesimi Sacramenti; tutti sono animati dalle stesse speranze e tutti attendono le medesime promesse; tutti, in una parola, sono sostenuti dallo Spirito Santo.

Qui ex Patre Filioque procedit, “il quale Spirito Santo procede dal Padre e dal Figlio”. Com’è possibile pensare che il Padre e il Figlio siano disuniti? Era necessario che un legame li unisse. Infatti il Padre e il Figlio non stanno unicamente uno accanto all’altro, ma un legame li unisce, li stringe, e questo legame procede da ambedue, formando una medesima cosa con loro; quest’amore scambievole è lo Spirito Santo.

Il Concilio di Nicea si occupò di redigere l’articolo del Simbolo che tratta di Gesù Cristo; nel Concilio di Costantinopoli si volle completar il Simbolo di Nicea aggiungendovi tutto ciò che riguarda lo Spirito Santo, eccetto, tuttavia, il Filioque, cosicché si sarebbe detto semplicemente: Qui ex Patre procedit.

I Padri di questo Concilio non credevano necessario aggiunger altro a quest’espressione, perché le parole di Nostro Signore nel Vangelo non possono lasciar alcun dubbio in proposito. Nostro Signore aveva detto: “lo vi manderò lo Spirito che procede dal Padre”, Ego mittam vobis a Patre Spiritum veritatis qui a Patre procedit (Gv 15,26). Egli è, dunque, anche principio dello Spirito Santo, poiché lo manda. Il Padre manda il Figlio, ed è chiaro per tutti che il Figlio procede dal Padre, che lo ha generato. Nostro Signore dicendo qui: “Io vi manderò lo Spirito”, dimostra che Egli pure è l’origine donde procede lo Spirito Santo, come lo è il Padre. E se aggiunge: Qui a Patre procedit, non è per dirci che lo Spirito Santo procede solamente dal Padre, ma, al contrario, per spiegarci con maggior chiarezza che non è Egli solo che lo invia, ma che il Padre lo invia con Lui.

I Greci non hanno voluto ammettere questa Verità e hanno sollevato una questione su questa preposizione per scompaginar il mistero della Trinità. Ma facilmente si comprende quest’ammirabile unione delle tre Persone, ossia che la prima Persona genera la seconda, e la prima e la seconda sono unite tra loro dalla terza. Se non si ammettesse questo legame esistente tra il Padre e il Figlio, s’isolerebbe completamente lo Spirito Santo e si distruggerebbe, in tal modo, la Trinità.

È in Spagna che si è introdotto per la prima volta il Filioque nel Simbolo, per spiegare meglio ciò che avevano detto i Padri di Costantinopoli. Si era allora al secolo Vili, ma la Chiesa romana non l’adottò fino al secolo XI. Sapeva molto bene che ciò avrebbe provocato delle difficoltà, ma, quando vide che questo provvedimento era divenuto necessario, si decise ad accettarlo, e sin d’allora l’aggiunta della parola Filioque divenne obbligatoria per la Chiesa universale.

Qui cum Patre, et Filio simul adoratur, et conglorìficatur. Lo Spirito Santo deve esser adorato, dunque è veramente Dio. Per professar, pertanto, la vera fede non basta onorare lo Spirito Santo, ma bisogna adorarlo come Dio, così come adoriamo il Padre e il Figlio, simul adoratur. Adorarlo come le altre due Persone divine, nel medesimo tempo: simul. A questo punto, la santa Chiesa vuole che chiniamo il capo, per render omaggio allo Spirito Santo, del quale in questo momento riconosciamo la divinità.

Et conglorìficatur, “e conglorificato”, cioè riceve gloria con il Padre e con il Figlio; è incluso infatti nella medesima dossologia, parola greca che significa “dar gloria”.

Qui locutus est per Prophetas. Ecco un altro dogma. Lo Spirito Santo ha parlato per bocca dei Profeti, e la santa Chiesa lo dichiara. Il fine principale di tale dichiarazione è quello di confonder i Marcioniti, eresiarchi che pretendevano d’introdurre il principio dell’esistenza d’un dio buono e d’un dio malvagio. Secondo loro, il Dio dei Giudei non era buono. La Chiesa, dichiarando qui che lo Spirito Santo ha parlato per bocca dei Profeti, dai libri di Mosè fino a quelli che si avvicinano al tempo di Nostro Signore, proclama che l’azione dello Spirito Santo avvolge la terra fin dal principio.

Nel giorno della Pentecoste questo divino Spirito è disceso sugli Apostoli ed è venuto sulla terra per restarvi. La sua missione era del tutto differente da quella di Nostro Signore. Il Verbo fatto carne è venuto sulla terra, ma dopo un certo tempo è risalito al cielo. Lo Spirito Santo, al contrario, è venuto per restare, e Nostro Signore, annunziandolo ai suoi Apostoli, disse loro che tale era la sua missione: Paraclitum dabit vobis – disse -, ut maneat vobiscum in aeternum (Gv 14,16). E altrove dice loro che questo Spirito insegnerà ad essi tutte le cose, suggerendo loro tutto ciò che Egli medesimo aveva loro insegnato: Et suggeret vobis omnia quaecumque dixero vobis (ibid., 26).

La Chiesa, infatti, ha bisogno d’esser istruita, guidata e sostenuta. A chi spetta questa missione? Chi la compie? È lo Spirito Santo che deve assisterla sino alla fine dei secoli, secondo le parole di Nostro Signore. Per questo il Figlio è stato inviato dal Padre e poi è ritornato in cielo. Il Padre e il Figlio hanno quindi inviato lo Spirito Santo perché rimanesse con la Chiesa sino alla fine. Nostro Signore dice: “II Padre mio vi manderà lo Spirito Santo”: e altrove: “lo vi manderò lo Spirito Santo”, indicando in tal modo l’intima relazione che esiste tra le divine Persone le quali non possono star isolate l’una dall’altra, come avrebbero voluto gli eretici.

La santa Chiesa ci ha dunque spiegato il dogma della Trinità nel Simbolo. Inizialmente ci mostra il Padre onnipotente e creatore di tutte le cose; ci presenta poi il Figlio, che discende dal cielo, si fa uomo, muore per noi, risuscita vincitore della morte e trionfa nella sua Ascensione. Infine viene lo Spirito Santo, Signore come il Padre e il Figlio, che da la vita, ha parlato per bocca dei Profeti ed è Dio come il Padre e il Figlio.

Entriamo ora in un altro argomento: et unam sanctam catholicam et apostolicam Ecclesiam. Occorre notare che non diciamo: credo in unam… Ecclesiam. Perché? Perché la fede, che ha per oggetto immediato Dio, è un movimento dell’anima nostra verso Dio, si slancia verso Lui e riposa in Lui; così crediamo in Dio, Credo in Deum. Ma per quel che riguarda le cose create ed intermedie che concernono Dio, che servono a condurci a Lui, ma che non sono Lui, le crediamo semplicemente. Un esempio è, appunto, la santa Chiesa fondata da Gesù Cristo, nel seno della quale soltanto si trova la salvezza: Credo Ecclesiam. Questo articolo è più sviluppato in questo Simbolo che in quello degli Apostoli, il quale dice semplicemente: Credo sanctam Ecclesiam catholicam.

Noi diciamo, dunque, in primo luogo, che la Chiesa è “una”: Credo unam Ecclesiam. Nel Cantico ascoltiamo lo Sposo chiamarla Egli stesso: “unica mia”, una est columba mea.

Inoltre è “santa”: Credo sanctam Ecclesiam; ancora una volta ascoltiamo lo Sposo che dice nel Cantico: Amica mea, columba mea, formosa mea, […] et macula non est in te (Ct 2,10). San Paolo, scrivendo agli Efesini, afferma anche che essa è “senza macchia e senza ruga”, non habentem maculam aut rugam (Ef 5,27). È dunque “santa” la Chiesa di Gesù Cristo: i Santi non si trovano che in essa e in essa vi sono sempre dei Santi. Inoltre, essendo santa, non può insegnarci che la Verità della quale è depositarla.

La Chiesa è “cattolica”: Credo Ecclesiam catholicam. Ciò significa che la Chiesa è universale, poiché è diffusa su tutta la terra e la sua esistenza si prolungherà fino alla fine dei tempi. Tutto ciò è indicato dalla parola cattolica con cui la si designa.

Infine è “apostolica”: Credo Ecclesiam apostolicam. Sì, la Chiesa nella sua origine procede da Gesù Cristo. Non è sorta in modo improvviso, come è avvenuto per il Protestantesimo nel secolo XVI. Se così fosse, non sarebbe di Nostro Signore. Perché sia la vera Chiesa, deve esser “apostolica”, cioè ha bisogno d’una gerarchia che risalga fino agli Apostoli e, attraverso gli Apostoli, a Nostro Signore stesso.

Così, dunque, noi crediamo la Chiesa, e Dio vuole che la crediamo “una”, “santa”, “cattolica” ed “apostolica”: Et unam sanctam catholicam et apostolicam Ecclesiam. La crediamo, dunque, fondata su queste quattro note o caratteri essenziali, che sono la nozione e la prova della sua istituzione divina.

Confiteor unum baptisma in remissionem peccatorum, “Confesso un solo battesimo per la remissione dei peccati”. La parola Confiteor significa “io riconosco”. Ma perché la Chiesa ci fa confessare così espressamente un solo battesimo: Confiteor unum baptisma? Perché con questa confessione vuoi farci proclamare l’esistenza d’un solo ed unico modo di nascita spirituale e, secondo la parola dell’Apostolo agli Efesini, d’un solo battesimo, come Ve un solo Dio e una sola fede”, unus Dominus, una fides, unum baptisma (Ef 4,5).

Il battesimo ci fa figli di Dio e, al tempo stesso, ci da la grazia santificante, con la quale lo Spirito Santo viene a stabilire in noi la sua dimora. E quando, per il peccato mortale, abbiamo la sventura di perdere questa grazia, l’assoluzione che ci riconcilia con Dio ci ridona questa grazia del battesimo, questa santificazione primordiale e non altra, tanta è la forza di tale grazia originaria. Il battesimo prende tutta la sua forza dall’acqua che è scaturita dal costato di Cristo, che è stato dunque per noi il principio di vita. Possiamo pertanto ben dire che Nostro Signore ci ha veramente generato, e que­sto è il solo ed unico battesimo che dobbiamo confessar e riconoscere.

Et expecto resurrectionem mortuorum, “aspetto la risurrezione dei morti”. La Chiesa non ci fa solamente dire: io credo nella risurrezione dei morti, ma io aspetto. Dobbiamo infatti aspettar impazienti il momento della risurrezione, perché l’unione del corpo e dell’anima è necessaria alla perfezione della beatitudine.

I pagani facevano molta fatica ad accettare questa verità, perché la morte sembrava esser una condizione della nostra natura. Quest’ultima, infatti, si compone di anima e di corpo. Dal momento che questi elementi possono separarsi, la morte conserva qualche dominio su di noi. Ma, per noi cristiani, la risurrezione dei morti è un dogma fondamentale. Nostro Signore stesso, risuscitando il terzo giorno dopo la morte, lo confermò in maniera lampante, perché –  dice san Paolo – Egli è il primo uscito tra i morti: primogenitus ex mortuis. E poiché dobbiamo tutti seguirlo, tutti dobbiamo risuscitare.

Et vìtam venturi saeculi. Aspetto anche la vita del secolo futuro, che non conosce la morte. Sulla terra viviamo della vita della grazia, basandoci sulla fede, la speranza e la carità, ma non godiamo della visione di Dio. Nella gloria, al contrario, ne godremo pienamente, lo vedremo a faccia a faccia, come ci dice san Paolo: Videmus nunc per speculum in aenigmate, tunc autem facie ad facies (1 Cor 13,12). Inoltre, durante il nostro pellegrinaggio terrestre, siamo continuamente esposti a perdere la grazia, mentre nel cielo non esiste più alcun timore che ciò avvenga, e si possiede qualcosa che appaga tutti i nostri desideri ed aspirazioni. Si possiede Dio stesso, che è il fine dell’uomo. Ben a ragione, dunque, la Chiesa ci fa ripetere: Et expecto vitam venturi saeculi.

Tale è la magnifica professione di fede che la Chiesa mette sulle labbra dei suoi figli. Esiste un’altra formula del nostro Simbolo, composta da Pio IV, dopo il Concilio di Trento. Questa che noi abbiamo veduto si trova inclusa in quest’ultima, ma arricchita di molti altri articoli contro i protestanti, ai quali si fanno leggere quando fanno l’abiura dei loro errori; essi non potrebbero ottenere l’assoluzione, se omettessero questa condizione. Similmente tutti i beneficiati che prendono possesso del beneficio loro assegnato (10) devono pronunciare questa formula di fede; anche il vescovo deve farlo arrivando nella sua diocesi. La medesima cosa dovrebbero fare tutti i parroci quando prendono possesso delle parrocchie; ma, dopo la Rivoluzione francese, questa pratica è caduta in disuso e la si osserva soltanto in alcune località particolari.


10) II beneficio ecclesiastico, tuttora presente nel diritto canonico, si sviluppò come istituto nell’alto Medioevo. Esso designa un insieme di beni di proprietà della Chiesa, costituitesi nel tempo grazie a legati e donazioni pubbliche e private, che si assegnava al titolare d’un ufficio ecclesiastico (vescovo, canonico, parroco) per il suo sostentamento. Quando il donatore del complesso patrimoniale che costituiva il beneficio era anche il fondatore dell’ufficio (chiesa privata, altare privato, monastero), questi per lo più conservava per sé e per i suoi eredi il diritto di scelta del beneficiario.

XIV – OFFERTORIO

Appena il Simbolo della fede è stato cantato da tutti i fedeli, il sacerdote bacia l’altare e, voltandosi verso il popolo, dice: Dominus vobiscum, a cui si risponde come d’ordinario: Et cum spiritu tuo. Perché il sacerdote ha baciato l’altare? Perché essendo l’altare, come abbiamo già detto, immagine e rappresentazione di Cristo, voltandosi verso i fedeli il sacerdote vuole inviar loro il bacio di Cristo.

Segue la lettura dell’Offertorio. Si tratta d’un uso moderno, poiché anticamente tutto ciò che si cantava in coro non si leggeva all’altare. In questa parte della Messa le funzioni dei differenti ordini sono ben determinate: il diacono presenta al sacerdote la patena con l’ostia. Il diacono, infatti, non può consacrare, ma può portare la Santa Eucaristia, toccarla ed amministrarla; non ci deve dunque, meravigliare ciò che fa in questo frangente. Il suddiacono, invece, rimane molto più lontano dal celebrante.

Il sacerdote, ricevendo la patena ed offrendo l’ostia, pronuncia l’orazione: Suscipe, sancte Pater. Quest’orazione risale all’VIII o IX secolo.

Per comprendere bene tutte le orazioni che seguono, è necessario aver sempre presente il Sacrificio, benché esso non sia ancora stato offerto. Così, in questa prima orazione, si parla dell’ostia che si presenta all’eterno Padre, benché quest’ostia non sia ancora l’Ostia divina. Quest’Ostia è senza macchia: immaculatam hostiam, v’è qui un’allusione alle vittime dell’Antico Testamento, che dovevano essere tutte scelte tra quelle senza alcuna macchia, perché erano figura di Gesù Cristo, il quale doveva un giorno apparirci come immaculatus.

In quest’orazione la mente del sacerdote va più lontano del momento presente: pensa all’Ostia che sarà sull’altare dopo la consacrazione, la quale è la sola vera Ostia. E per chi offre quest’Ostia? Noi qui vediamo quale vantaggio arrechi l’assistenza alla Santa Messa. Il sacerdote, infatti, offre l’Ostia non solo per se medesimo, ma anche per tutti quelli che gli stanno attorno: pro omnibus circumstantibus. Egli menziona ogni giorno “tutti i presenti”. Inoltre, l’azione del Sacrificio della Messa si estende a tal punto che il sacerdote parla di tutti i fedeli, avendo cura di non ometter i defunti, dei quali fa menzione immediatamente dopo, dicendo: prò omnibus fidelibus christianis vivis atque defunctis, “per tutti i fedeli cristiani vivi e defunti”; e questo perché la Messa non si propone solamente di dar gloria a Dio, ma anche di procurar il bene degli uomini.

Le quattro orazioni dell’Offertorio non sono molto antiche. Un tempo era lasciata alle differenti Chiese la libertà di scegliere per questo momento della Messa le formule di orazione che credevano preferibili; si manteneva invariato solo il Canone che, sempre e dovunque, è stato il medesimo. Ma con il Messale di san Pio V, che è quello attualmente in uso, è stato proibito d’introdurre qualunque cambiamento nelle formule in esso confluite. La differenza delle epoche alle quali risalgono queste diverse preghiere risulta evidente confrontando il latino di queste orazioni con quello del Canone, che è molto più bello.

Il sacerdote, terminata l’oblazione, fa il segno di croce con la patena, e depone l’ostia in cima al corporale. Con questa croce egli ci indica l’identità che esiste tra il Sacrificio della Messa e quello del Calvario. Quindi il diacono mette il vino nel calice, e il suddiacono si avvicina a sua volta per compier il suo ufficio, che consiste nel mettere l’acqua nel medesimo calice, essendo questa cerimonia la più importante del suo ministero.

L’orazione che accompagna questa cerimonia è antichissima, risalendo ai primi tempi della Chiesa, e ci dimostra che, all’epoca in cui fu composta, si sapeva ancora parlare bene il latino. Essa ci fa comprendere l’importanza e la dignità dell’acqua adoperata nel santo Sacrificio. Ma perché si mescola l’acqua al vino nei calice? Perché, secondo la tradizione, Nostro Signore stesso, istituendo l’Eucaristia, la mescolò al vino, come ogni uomo sobrio deve fare, e la Chiesa conserva questo costume, servendosi di questo particolare per parlarci un linguaggio sublime e svelarci altissimi misteri.

La Chiesa dice dunque: Deus, qui humanae substantiae dignitatem mirabiliter condidisti, “O Dio, che hai creato mirabilmente il genere umano in uno stato di elevata dignità”. Ma perché ci parla qui della dignità dell’uomo? Perché ci ricorda qui la divinità e l’umanità di Gesù Cristo? Perché il vino e l’acqua mescolati nel calice ne sono figura: il vino ci rappresenta Gesù Cristo come Dio, l’acqua ce lo rappresenta come uomo. L’inferiorità dell’acqua confrontata con la forza e superiorità del vino esprime la differenza che passa tra l’umanità e la divinità dì Gesù Cristo. Anche noi dobbiamo vederci rappresentati in quest’acqua, poiché attraverso Maria abbiamo comunicato a Gesù Cristo la natura umana. Anche la Chiesa vuol a questo proposito esprimer i suoi sentimenti d’ammirazione e ricordare la dignità dell’uomo.

Già il Salmista aveva cantato questa dignità, quando aveva detto nel salmo: Constituisti eum super opera manuum tuarum, omnia subjecisti sub pedibus eius, “Signore, tu hai dato all’uomo potere sulle opere delle tue mani, tutto hai posto sotto i suoi piedi” (Sai 8,7). E se ci ricordiamo come Dio ha creato l’uomo, non ci meraviglieremo di ascoltare la Chiesa dire che è stato creato in maniera mirabile. Quando si tratta della creazione dell’uomo, Dio pronunzia queste parole; “Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza” (Gn 1,26). E come ha detto, così ha fatto.

Ma se fu mirabile il modo in cui è stato creato l’uomo, molto più ammirabile è stato il modo in cui è stato rialzato dopo la caduta; per questo la Chiesa aggiunge: mirabilius reformasti. Sì, più meravigliosa dell’opera della creazione appare quella della Redenzione, sposando Dio, per mezzo del Figlio suo, la natura umana, e rigenerando in tal modo l’uomo.

Da nobis, per hujus aquae et vini mysterium, ejus divinitatis esse consortes, qui humanitatis nostrae fieri dignatus est particeps, Jesus Christus, Filius tuus Dominus noster, “Fa’ che noi, con il mistero di quest’acqua e di questo vino, partecipiamo alla divinità di Colui che si è degnato farsi partecipe della nostra umanità, Gesù Cristo, tuo Figlio, Signor Nostro”. La Chiesa fa in primo luogo risaltare il mistero dell’Incarnazione, col pensiero dell’acqua e del vino mescolati in una medesima bevanda. Ricorda, in tal modo, l’unione dell’umanità e della divinità di Nostro Signore e domanda a Dio che ci faccia partecipi della divinità di Cristo, come dice san Pietro nella sua seconda Lettera: Ut per haec efficiamini divinaa consortes naturae (2Pt 1,4), affinchè, per le promesse che si sono compiute in Gesù Cristo, “noi siamo partecipi della sua natura divina”.

Questa deificazione, cominciata sulla terra con la grazia santificante, avrà il suo compimento in cielo nella gloria. Nel paradiso terrestre, il serpente disse ad Eva che, se ella ed Adamo avessero seguito il suo consiglio, ambedue sarebbero divenuti come dèi. Egli mentiva, perché – allora come ora – soltanto il fedele adempimento dei precetti divini poteva innalzare l’uomo sino a Dio. In cielo saremo come dèi, non perché la nostra natura si divinizzi, ma perché per la visione beatifica contempleremo Dio come Egli contempla Se medesimo, ed il nostro stato sarà allora quello di creature messe immediatamente al di sotto della divinità. La Chiesa ha premura di rammentarci questo pensiero e lo fa in quest’orazione, parlandoci dell’Incarnazione del Verbo, principio della vera grandezza dell’uomo.

Nelle Messe dei defunti il sacerdote non benedice l’acqua che si deve mescolare con il vino nel calice, e in questa omissione v’è un nuovo mistero. Infatti, l’acqua rappresenta i fedeli e il vino rappresenta Nostro Signore Gesù Cristo. L’uso dunque dell’acqua e del vino racchiude due misteri insieme: il mistero dell’unione della natura umana e della natura divina in Gesù Cristo, e il mistero dell’unione di Gesù Cristo e della sua Chiesa, composta di tutti i fedeli. Orbene, la Chiesa non ha più giurisdizione sulle anime del Purgatorio; essa non può più esercitare su di esse il potere delle chiavi. Mentre sono sulla terra, ha su di esse la potestà che ha ricevuto dal suo divin Fondatore, quella cioè di legare e di sciogliere. In virtù di questa potestà conduce le anime sia nella Chiesa trionfante, e allora la Chiesa terrena s’inchina e le onora, sia nella Chiesa purgante, e in questo caso la Chiesa terrena prega per esse. Infatti, non potendo più esercitare su di esse alcun potere, non le rimane che l’intercessione. La Chiesa, dunque, non benedicendo l’acqua nella Messa dei defunti, vuoi farci comprendere che non ha più sulle anime del Purgatorio alcuna autorità.

L’acqua è talmente indispensabile per la celebrazione del santo Sacrificio della Messa che, se per qualche circostanza avvenisse di non trovarne, bisognerebbe astenersi dal celebrare, anche nel giorno di Pasqua. D’altra parte, non si deve mai mettere l’acqua in quantità eccessive perché – in tal caso – il vino sarebbe alterato e non vi sarebbe consacrazione.

I certosini, che seguono la liturgia del secolo XI, e i domenicani, che seguono quella del XIII, non fanno questa cerimonia in Chiesa. Essi la compiono in sacrestia e qualche volta anche, all’altare, ma prima d’incominciare la Messa.

Mescolati già nel calice il vino e l’acqua, il sacerdote offre questo calice a Dio, dicendo: Offerimus tibi, Domine, calicem salutaris, tuam deprecantes clementiam: ut in conspectu divinae majestatis tuas, prò nostra et totius mundi salute, cum odore suavitatis ascendat. Amen, “Ti offriamo, Signore, il calice della salvezza, invocando la tua clemenza, affinchè si elevi come un profumo pieno di soavità, alla presenza della tua maestà divina, per la nostra salvezza e quella del mondo intero. Così sia”.

In questa preghiera la Chiesa porta il suo pensiero su ciò che diverrà il calice. Questo, per ora, non contiene che vino, ma più tardi di questo vino non resteranno che gli accidenti, le specie o apparenze: la sostanza sparirà per far posto al Sangue di Gesù Cristo stesso. La Chiesa prega dunque Dio di guardar al di là di ciò che ora gli presenta, chiedendo di ricevere questo calice in odore di soavità, ossia che gli sia gradito per operare la salvezza di tutti.

Quando il sacerdote termina l’offerta, colloca il calice sul corporale, facendo prima, come aveva fatto precedentemente con la patena, il segno di croce sul punto dove sta per deporlo, e ciò al fine di mostrar ancora una volta che si tratta qui del Sacrificio del Calvario.

Nella Chiesa latina, il pane vien posto sull’altare dinanzi al sacerdote, il calice tra il pane e la croce dell’altare: le due offerte sono così l’una dinanzi all’altra. I Greci, al contrario, le mettono ambedue sulla medesima linea, l’ostia a sinistra e il calice a destra.

II calice, una volta deposto sul corporale, viene coperto con la palla. Quest’ultima consiste in un lino, reso rigido perché abbia maggior consistenza, che vien posto sul calice per impedire che alcunché possa cadervi, specialmente dopo la consacrazione.

Un tempo non si adoperava la palla perché il corporale era così ampio che, alzando uno dei suoi lembi, bastava a coprire il calice, usanza, questa, che conservano ancora i certosini (11). Per comodità ed economia si adattò la palla e, per dimostrare che è come una continuazione del corporale ed ha la medesima dignità, si usa la medesima formula di benedizione tanto per l’una che per l’altro, rimanendo per mezzo di questa benedizione esclusa dalla categoria degli oggetti volgari che tutti possono toccare. A Roma la palla è formata di due tele cucite insieme ed inamidate. In Francia tra le due tele si mette un piccolo cartone.

All’orazione che dice il sacerdote nell’offrire il calice, segue un’altra supplica ch’egli recita in mezzo all’altare con le mani giunte, stando alquanto inchinato: In spiritu humilitatis et in animo contrito suscipiamur a te, Domine: et sic fiat sacrìficium nostrum in conspectu tuo hodie, ut placeat tibi, Domine Deus, “In spirito-di umiltà e col cuore contrito ti domandiamo, Signore, d’essere ricevuti da te, e che il nostro sacrificio oggi sia tale alla tua presenza che possa esserti gradito, Signore Dio nostro”. È questa una preghiera generale, che la Chiesa ha posto qui per completar i riti. Sono le parole dei tre fanciulli nella fornace, contenute nel libro di Daniele (3,39-40).

Segue ora una benedizione importante, poiché si tratta d’invocare lo Spirito Santo affinchè Egli pure si degni di venire a prendere parte al santo Sacrificio: Veni sanctificator, omnipotens aeterne Deus: et benedic (dicendo questa parola, il sacerdote fa il segno di croce sulle cose offerte) hoc sacrìficium, tuo sancto nomini praeparatum, “Vieni Santificatore, Dio onnipotente ed eterno, e benedici questo sacrificio preparato per dar gloria al tuo santo nome”.

Poiché è lo Spirito Santo stesso che opera nella Messa la trasformazione del pane e del vino nel Corpo e Sangue di Cristo, è giusto che sia menzionato nel corso di tale Sacrificio. La Chiesa lo invoca, dunque, con questa preghiera, affinchè, come ha formato Gesù Cristo nel seno di Maria Santissima, si degni di formarlo di nuovo sull’altare. Ed esprime questa supplica chiedendo una benedizione: “Benedici questo sacrificio”, ossia “fallo fruttificare, affinchè sia gradito alla maestà divina”.


11) «II corporale era quadrato o rettangolare e spiegato in modo da contenere sulla parte anteriore le oblate; la parte posteriore invece ripiegavasi sul calice propter custodiam immundutiae […]. I certosini ne conservano ancora il costume nel loro rito»: M. RIGHETTI, op. cit, voi. I, pp. 532-533.

XV – SECONDA INCENSAZIONE

Abbiamo già detto che l’altare rappresenta Nostro Signore, e questo spiega l’onore con cui è trattato. Il resto della Chiesa rappresenta i membri del Corpo Mistico di cui Gesù Cristo è il Capo, cioè i fedeli, i quali – riuniti – compongono la santa Chiesa, la sposa dell’Agnello. Quando il sacerdote è salito all’altare per dar inizio al Sacrificio, lo ha incensato in tutte le direzioni, rendendo così omaggio a Nostro Signore. Ora questa cerimonia si ripete. Come i re dell’Oriente deposero ai piedi del divin Infante i tre doni dei quali fa menzione il Vangelo, così il sacerdote offre l’incenso in onore del suo Signore e Re.

Ma un’altra cerimonia deve precedere l’incensazione dell’altare. Il pane e il vino offerti dal sacerdote, in virtù di quest’offerta, han cessato d’appartener all’ordine delle cose comuni e usuali, cosicché, se il sacerdote morisse a questo punto della funzione, quel pane e quel vino dovrebbero essere gettati nel sacrario. Al fine d’esprimer il suo rispetto per tali doni, la santa Chiesa li profuma con l’incenso, come fa per Cristo stesso, rappresentato dall’altare.

L’uso dei profumi nelle cerimonie della Chiesa ha avuto origine in Oriente, dove si trovano in grande abbondanza, al contrario di quel che accade nei nostri paesi freddi dove scarseggiano enormemente. Ad ogni modo, la Chiesa non vuoi che nelle sue cerimonie siano del tutto esclusi, e per questo prescrive l’uso almeno dell’incenso, come pure per preparar il santo Crisma, prescrive d’aggiunger il balsamo all’olio.

Dopo l’incensazione del pane e del vino, incensatio super oblata, “l’incensazione sulle cose offerte”, ha luogo la seconda incensazione dell’altare. Ma prima l’incenso deve essere benedetto, e il sacerdote lo fa con la preghiera: Per intercessionem beati Michaelis Archangeli, stantis a dextris altaris incensi…. Come si vede, non si fa qui menzione dell’angelo che nell’Apocalisse tiene il turibolo d’oro, ma di san Michele, principe della milizia celeste. Alcuni hanno creduto che vi sia qui un errore, perché è l’angelo Gabriele che, in san Luca (1,19) appare alla destra dell’altare, ma la Chiesa non ha tenuto conto dei loro reclami. San Luca, infatti, non dice che l’angelo Gabriele tiene in mano il turibolo d’oro.

La prima benedizione dell’incenso è stata meno solenne, poiché il sacerdote si è limitato a dire: Ab ilio benedicaris, in cujus honore cremaberis, “ti benedica Colui in onore del quale sarai bruciato”. In questa seconda benedizione sono invocati gli Angeli perché il mistero dell’incenso non rappresenta altro che la preghiera dei Santi presentata a Dio dagli Angeli, come dice san Giovanni nell’Apocalisse (8,4): Et ascendit fumus incensorum de orationibus sanctorum de manu angeli coram Deo, “E dalla mano dell’Angelo il fumo degli aromi ascende con la preghiera dei santi davanti a Dio”.

Il sacerdote incensa il pane e il vino in modo che l’odore dell’incenso profumi e avvolga le cose offerte; mentre fa l’incensazione, dice queste parole: Incensum istud, a te benedictum, ascendat ad te, Domine: et descendat super nos misericordia tua, “che questo incenso, da te benedetto, salga a te, Signore, e la tua misericordia discenda su di noi”. Questa preghiera, che è una lode a Dio, è anche una petizione che formuliamo per noi medesimi.

La rubrica ordina al sacerdote che divida le parole adattandole a ciascun movimento del turibolo. Quando il sacerdote ha fatto la prima incensazione dell’altare, non ha detto alcuna orazione. Ora la Chiesa gli fa recitar una parte del salmo 140, scelto a causa delle prime parole che pone sulle labbra del sacerdote: Dirigatur, Domine, oratio mea, sicut incensum, in conspectu tuo, “la mia preghiera, Signore, s’innalzi come incenso alla tua presenza”. La Chiesa cerca sempre tra i Salmi, le Epistole o i Vangeli ciò che più si adatta alle circostanze.

Il sacerdote comincia con l’incensare la Croce o il Santissimo Sacramento, se è esposto (12). Quindi s’inchina davanti alla croce o fa la genuflessione se c’è il Santissimo Sacramento. Se vi fossero reliquie esposte, le incensa due volte partendo dal lato del Vangelo, per passare poi a quello dell’Epistola: quindi incensa tutte le parti dell’altare. Quest’incensazione non differisce dalla prima che si è fatta all’inizio della Messa né da quella che si fa alle Lodi e al Vespro

Il sacerdote, rendendo il turibolo al diacono, gli rivolge un augurio che fa ugualmente a se medesimo, dicendo: Accendat in nobis Dominus ignem sui amoris, et flammam seternae caritatis, “che il Signore accenda in noi il fuoco del suo amore e la fiamma della carità eterna”. Il diacono, ricevendo il turibolo, bacia la mano del sacerdote e poi la parte superiore delle catene: è il contrario di quello che fa presentandoglielo. Tutti questi usi sono orientali e la liturgia li conserva perché sono dimostrazioni di rispetto e riverenza.

Il diacono incensa poi il sacerdote che si mette sul lato dell’altare, ma, se è esposto il Santissimo Sacramento, il sacerdote discende dall’altare e, voltandosi verso il popolo, riceve l’incensazione dal diacono. Poi s’incensa il coro, cominciando dal vescovo, se è presente, i prelati se ve ne sono, i sacerdoti, i chierici e, infine, tutti i fedeli, per mostrare che essi formano l’unico Corpo di cui Gesù Cristo è il Capo. Tutti, tanto il vescovo che i sacerdoti e i fedeli, devono alzarsi per ricevere l’incensazione: solamente il Papa non si alza quando viene incensato.


12) II Rito tridentino prevede la celebrazione della Messa davanti al SS.mo Sacramento esposto. Attualmente si può celebrare «solo in caso di necessità o grave causa o per indulto, anche se il SS.mo Sacramento fosse velato o esposto solo con la pisside. La Messa solenne è permessa nella festa e durante l’ottavario del Corpus Domini e alle Quarantore, ma solo per l’esposizione e la reposizione del SS.mo Sacramento»: L. TRIMELONI, Compendio di Liturgia pratica (3a ed.), Milano 2007, p. 413.

XVI – LAVABO

Mentre s’incensa il coro e i fedeli, il sacerdote si lava le mani, cerimonia che è stata collocata a questo punto perché il sacerdote ha toccato il turibolo, che lascia sempre sulle mani qualche traccia di fumo. Ma, al tempo stesso, l’abluzione delle mani racchiude un significato misterioso, poiché con essa si manifesta la necessità che v’è per il sacerdote di purificarsi sempre più, a misura che avanza nel santo Sacrificio. Come Nostro Signore ha lavato i piedi agli Apostoli prima d’istituire la Santa Eucaristia e dar loro la santa Comunione, così anche il sacerdote deve purificarsi.

Nella liturgia ambrosiana il rito di lavarsi le mani si compie nel corso del Canone, prima della consacrazione; il significato è sempre lo stesso, cioè la necessità che ha il sacerdote di purificarsi, però il momento scelto dalla Chiesa romana, sempre così saggia e prudente nelle sue decisioni, è preferibile a quello adottato dal rito ambrosiano.

Per accompagnare quest’azione, che indica quanto grande deve essere la purezza del sacerdote, la Chiesa ha scelto il salmo 25, che si trova nell’Ufficio monastico al primo notturno del mattutino della domenica: Judica me, Domine, quondam ego in innocenza mea ingressus sum, “fammi giustizia, o Signore, perché cammino nell’innocenza”. In questo salmo è Nostro Signore che parla; ben si comprende, infatti, che il sacerdote non potrebbe applicar a se stes­so queste parole. La Chiesa gliene fa dire solamente la metà, cominciando dalle parole: Lavabo inter innocentes manus meas et cir-cumdabo altare tuum, Domine…, “lo voglio lavare le mie mani, o Signore, e rendermi simile a coloro che sono nell’innocenza, per essere degno di avvicinarmi al tuo altare, di ascoltar i tuoi sacri cantici e di narrare le tue meraviglie”. Tutte parole che s’adattano perfettamente alla circostanza.

Più innanzi consideriamo questa parola del Profeta: Domine, dilexi decorem domus tuas, et locum habitationis gloriae tuae, “Signore amo la bellezza della tua casa, il luogo che hai scelto per abitazione della tua gloria”. Davide parla qui del tabernacolo, all’ombra del quale si sentiva felice, quantunque il tempio non esistesse ancora, poiché fu co­struito da Salomone. Il sacerdote recita il salmo sino alla fine, avendo così il tempo necessario per lavarsi e asciugarsi le mani.

Quest’altro versetto: Ego autem in innocentia mea ingressus sum, “sono entrato con la mia innocenza”, ci prova ancora una volta che questo salmo si riferisce a Gesù Cristo; il sacerdote lo dice dunque in nome di Nostro Signore col quale costituisce, durante l’azione del Sacrificio, un essere unico.

Nelle Messe dei defunti e nel tempo di Passione (nella Messa propria del Tempo), si omette il Gloria Patri alla fine del salmo. L’omissione del Gloria in questo punto si fonda sulla medesima ragione per cui si omette il salmo Judica all’inizio della Messa.

XVII – SUSCIPE, SANCTA TRINITAS

Terminato il salmo, il sacerdote ritorna in mezzo all’altare, congiunge le mani e inchina leggermente il capo, dicendo: Suscipe, sancta Trinitas, hanc oblationem, quam tibi offerìmus ob memoriam passionis, resurrectionis et ascensionis Jesu Christi Domini nostri….

Troviamo qui alcune considerazioni di rilievo. Si parla in primo luogo d’un’oblazione: Suscipe hanc oblationem, “ricevi quest’oblazione”. Il sacerdote applica queste parole al pane e al vino che ha offerto; ma non è ad essi ch’egli si riferisce. Questi oggetti sono santificati e benedetti, è vero e, di conseguenza, meritano d’essere trattati con grande rispetto. Tuttavia, l’oblazione che qui si presenta alla maestà divina non potrebbe limitarsi ad esser un sacrificio puramente materiale, come quelli che offrivano i Giudei. No, il pensiero del sacerdote in quest’occasione va più lontano: egli presenta l’offerta del grande Sacrificio che presto dovrà essere compiuto.

Ob memoriam passionis, resurrectionis et ascensionis Jesu Christi Domini nostri, “E ti offriamo quest’oblazione, o Trinità Santissima, in memoria della Passione, della Risurrezione e dell’Ascensione di Gesù Cristo Signor nostro”. Si tratta di tre importanti misteri che completano la vita di Gesù Cristo. Prima Egli ha patito e, a coronamento dei suoi patimenti, è morto. Tali patimenti, culminati nella morte, costituiscono la sua Passione. Ma non è tutto: il Signore è anche risuscitato. La morte, castigo del peccato, è come il trionfo del diavolo sull’uomo, e sarebbe stata una sconfitta per Gesù Cristo se, dopo morto, non fosse poi risuscitato.

Ma non è solamente risuscitato, è anche salito al cielo nella sua gloriosa e trionfante Ascensione. Nostro Signore non poteva restare sulla terra. Finché la sua natura umana non entrava in cielo, questo rimaneva chiuso all’uomo, sicché non potevamo essere salvati se Nostro Signore non fosse salito al cielo dopo essere risuscitato dai morti, essendo, come dice san Paolo, il “primogenito tra i morti”. Notiamo bene, di conseguenza, che il Signore ha sofferto la Passione ed è risuscitato, ma la salvezza dell’uomo non si sarebbe interamente compiuta s’Egli fosse rimasto esiliato in questa valle di lacrime: alla Passione e alla Risurrezione doveva seguire necessariamente l’Ascensione.

È questa la nostra fede, perché questa è l’economia della nostra salvezza, racchiusa in questi tre misteri: Passione, Risurrezione, Ascensione. La santa Chiesa comprende così bene che questi tre atti sono necessari per completare la vita di Gesù Cristo e costituiscono il compendio di tutta la nostra fede, che ha vero interesse di farcelo dire esplicitamente nell’offerta del Sacrificio.

Et in honorem beatae Mariae semper Virginis, “e in onore della beata e sempre Vergine Maria”. Non si offre una sola Messa che non ridondi di espressioni in onore della Santissima Vergine, la quale, per se medesima, costituisce un mondo a parte. Così facciamo prima menzione di Nostro Signore e poi della Santìssima Vergine, degli Angeli e dei Santi. Gli Angeli sono da più di noi, cioè sono superiori a noi per la loro natura spirituale, ma la Santissima Vergine, quantunque creatura umana, si trova al di sopra degli Angeli, perché è, come abbiamo detto, un mondo a parte: è il capolavoro di Dio stesso. Per questo la santa Chiesa l’onora come tale nel santo Sacrificio, dove ha gran cura di non dimenticarla.

Et beati Joannis Baptistae. La Chiesa nutre gran venerazione per san Giovanni Battista. Ne fa già menzione – come abbiamo veduto – nel Confiteor. Qui si compiace d’onorare nuovamente il Precursore del Signore. Et sanctorum apostolorum Petri et Pauli; niente di più giusto del tributar onore e gloria a questi due grandi Apostoli, che si adoperarono insieme per la fondazione della santa Chiesa romana.

Et istorum. Questa parola ha fatto sorgere in varie occasioni qualche difficoltà. Infatti ci si è spesso domandato che cosa si volesse intendere. Alcuni sostenevano che si riferisse al Santo di cui si celebrava la festa, ma in questo caso si sarebbe dovuto dire istius e non istorum. Inoltre le Messe dei defunti presenterebbero – in tal caso – altre difficoltà. Evidentemente l’intenzione della santa Chiesa è tutt’altra: si riferisce senza alcun dubbio alle reliquie dei Santi racchiuse nell’altare, tant’è vero che quando si consacra un altare, vi si devono sempre collocare le reliquie di vari Santi. Quelle di uno solo non basterebbero e non permetterebbero alla Chiesa di dire qui: et istorum. “Sì – dice – in onore di questi Santi che servono come punto d’appoggio al mistero che è stabilito sopra di essi, di questi Santi sopra il corpo dei quali va a compiersi il gran sacrificio”. È dunque giustissimo far di essi una speciale menzione.

Et omnium Sanctorum. Infine la santa Chiesa ricorda tutti i Santi in generale, perché tutti hanno parte nella Santa Messa.

Ut illis proficiat ad honorem, nobis autem ad salutem, “perché serva a loro onore e a nostra salvezza”. Sono qui esposti i due fini principali del santo Sacrificio: da una parte, procurare gloria a Dio, alla Santissima Vergine e ai Santi, dall’altra, essere di profitto alla nostra salvezza. Per questo la Chiesa ci fa chiedere qui che Dio si degni d’accettar e ricever il santo Sacrificio in modo che si ottengano i due fini proposti. Con le parole finali di quest’orazione s’invocano infine i Santi dei quali la Chiesa fa in quel giorno memoria. Et lili prò nobis intercedere dignentur in caelis, quorum memoriam agi-mus in terris, “che quelli dei quali facciamo memoria sulla terra, si degnino intercedere per noi in cielo”. Per eundem Christum Dominum nostrum, “Per lo stesso Gesù Cristo, Signore nostro”; aggiungendo, in tal modo, sempre il nome di Cristo.

Quest’orazione, come la prima, è divenuta universale a partire da san Pio V. Il suo latino è di bellezza inferiore rispetto a quello del Canone, che risale ai primi tempi, come pure la preghiera per la benedizione dell’acqua.

XVIII – ORATE, FRATRES

II sacerdote, dopo aver baciato l’altare, si volta verso il popolo e lo saluta dicendo: Orate, fratres: ut meum ac vestrum sacrificium acceptabile fiat apud Deum Patrem omnipotentem, “Pregate, fratelli, perché il mio sacrificio, che è anche il vostro, sia accetto a Dio Pa­dre onnipotente”.

È una specie di congedo che il sacerdote rivolge al popolo, per­ché non si volterà più verso di esso finché il Sacrificio non sia stato consumato. Ma questa non è la formula ordinaria di congedo; infatti prima di salire all’altare, il sacerdote aveva detto semplicemente: Dominus vobiscum. Qui si raccomanda alle preghiere dei fedeli, af­finchè questo Sacrificio, che appartiene al sacerdote e ai fedeli, sia gradito a Dio. Il Sacrificio è del sacerdote, perché egli ne è l’agente; è dei fedeli, perché Gesù Cristo lo ha istituito a loro profitto: ecco perché il sacerdote si sofferma a lungo sulle parole: meum ac vestrum sacrìficium, “il mio sacrificio, che è anche il vostro”.

Per questa stessa ragione il sacerdote richiama l’attenzione dei fedeli, invitandoli a stare sempre più attenti. Essi non devono dimen­ticare che hanno la loro parte nel sacerdozio, come afferma san Pietro chiamando i fedeli “sacerdozio regale”, regale sacerdotium (1 Pt 2,9), perché sono cristiani. Essi, infatti, vengono da Cristo, so­no di Cristo, sono stati unti e, per il battesimo, sono divenuti altret­tanti “cristi”; bisogna, di conseguenza ch’essi possano offrire il santo Sacrificio in unione al sacerdote.

Così, a questo invito del sacerdote, rispondono con grande ef­fusione: Suscipiat Dominus sacrìficium de manibus tuis ad laudem, et glorìam nominis sui ad utilitatem quoque nostram, totiusque Ecclesiae suae sanctae, “Riceva il Signore il sacrificio dalle tue mani, a lode e gloria del suo nome, per la nostra utilità e per quella di tutta la sua santa Chiesa”. Il Messale porta tra parentesi la parola meis in­vece di tuis, qualora il sacerdote fosse obbligato a supplire all’as­senza o all’ignoranza di chi gli serve la Messa.

Dopo aver dato al sacerdote questa risposta, i fedeli devono pensare che non vedranno più il suo volto finché il Signore stesso non sia disceso sull’altare. La sua stessa voce si farà udire una sola volta, per la grande e magnifica preghiera di ringraziamento, ossia il Prefazio.

Ma prima di quel momento il sacerdote raccoglie i voti dei fedeli in un’orazione che dice a bassa voce e che per tale ragione sì chiama Secreta. Poiché prega in silenzio, non fa precedere la sua preghiera dalla parola Oremus, “preghiamo”, perché non invita i fe­deli a pregare con lui. Negli antichi Sacramentari, come quello di san Gregorio, per esempio, quest’orazione era indicata come Oratio super oblata.

XIX – PREFAZIO

Benché il sacerdote faccia quest’ultima orazione, di cui abbiamo parlato, a bassa voce, la termina ad alta voce, esclamando: Per omnia saecula saeculorum, e i fedeli rispondono: Amen, come per dire “noi pure acconsentiamo alla tua domanda”. Il sacerdote, infatti, nulla dice nel Sacrificio che non sia senza il consenso dei fedeli, i quali, come abbiamo detto, partecipano del sacerdozio. Pur non avendo udito ciò che ha detto il sacerdote nella Secreta, si associano a lui e l’approvano di tutto cuore, rispondendo: Amen: “sì, la nostra preghiera è unita alla tua”. Il dialogo cominciato tra il sacerdote e i fedeli continua per lasciare poi la parola solo al sacerdote, che ringrazia a nome di tutta l’assemblea.

Il sacerdote (questa volta senza voltarsi verso il popolo) comincia, dunque, col salutar i fedeli: Dominus vobiscum, “il Signore sia con voi”. Questo è il momento più solenne della preghiera. I fedeli rispondono: Et cum spiritu tuo, “ch’Egli sia col tuo spirito, che Egli ti assista; noi siamo uniti a te”.

Poi il sacerdote dice: Sursum corda!, “In alto i cuori!” e domanda che i cuori si distacchino da ogni pensiero terreno per dirigersi unicamente verso Dio, perché la preghiera che sta per elevar è la preghiera di ringraziamento. Questa preghiera trova qui la sua giusta collocazione, perché il sacerdote sta per compier il Sacrificio del Corpo e del Sangue di Cristo, Sacrificio che è per noi il mezzo privilegiato per ringraziare la divina Maestà, poiché solo attraverso di esso possiamo render a Dio tutto ciò che gli dobbiamo. Per questo la Chiesa, che si compiace di gustare tutte le parole di questa sua magnifica preghiera, vuoi ridestar i fedeli con il grido: Sursum corda!, affinchè possano apprezzare tal rendimento di grazie che offre a Dio qualcosa di grande e degno di Lui.

I fedeli, come se volessero rassicurar il sacerdote, si affrettano a rispondergli: Habemus ad Dominum, “teniamo i nostri cuori elevati verso il Signore”. Quindi il sacerdote dice: “poiché è così, tutti insieme rendiamo grazie al Signore”, Gratias agamus Domino Deo nostro. I fedeli rispondono: Dignum etjustum est, unendosi al ringraziamento contenuto nel Prefazio, che il sacerdote comincia a pronunciare.

Questo dialogo è antico quanto la Chiesa, e tutto ci fa credere che siano stati gli stessi Apostoli a fissarlo, poiché s’incontra nelle Chiese più antiche e in tutte le liturgie. Bisogna, per quanto possibile, che i fedeli non restino seduti durante queste acclamazioni.

Solo il sacerdote ha ora la parola e dice: Vere dignum etjustum est, aequum et salutare, nos libi semper et ubique gratias agere: Domine, sancte Pater, omnipotens aeterne Deus: per Christum Dominum nostrum, “Veramente è giusto renderti grazie, o Dio onnipotente, tibi, a te, semper et ubique, sempre ed ovunque, e renderti grazie per mezzo di Gesù Cristo Signor nostro”. Sì, dobbiamo ringraziare per mezzo di Gesù Cristo perché, se lo facessimo in nome nostro, vi sarebbe tra DIo e noi una distanza infinita, e il nostro ringraziamento non salirebbe sino a Lui, mentre, per mezzo di Gesù Cristo, esso giunge direttamente a Dio e penetra sino al centro stesso della Divinità.

Ma non solamente noi, povere creature umane, dobbiamo passare per Gesù Cristo. Vi sono anche tutti gli Angeli: Per quem maje-statem tuam laudant Angeli, “per il

Solo il sacerdote ha ora la parola e dice: Vere dignum etjustum est, aequum et salutare, nos libi semper et ubique gratias agere: Domine, sancte Pater, omnipotens aeterne Deus: per Christum Dominum nostrum, “Veramente è giusto renderti grazie, o Dio onnipotente, tibi, a te, semper et ubique, sempre ed ovunque, e renderti grazie per mezzo di Gesù Cristo Signor nostro”. Sì, dobbiamo ringraziare per mezzo di Gesù Cristo perché, se lo facessimo in nome nostro, vi sarebbe tra DIo e noi una distanza infinita, e il nostro ringraziamento non salirebbe sino a Lui, mentre, per mezzo di Gesù Cristo, esso giunge direttamente a Dio e penetra sino al centro stesso della Divinità.

Ma non solamente noi, povere creature umane, dobbiamo passare per Gesù Cristo. Vi sono anche tutti gli Angeli: Per quem maje-statem tuam laudant Angeli, “per il quale (Gesù Cristo) gli Angeli lodano la tua maestà”, perché, dopo l’Incarnazione, essi adorano la Maestà divina per Gesù Cristo, Sommo Sacerdote; Adorant Dominationes, “le Dominazioni adorano per Gesù Cristo”; Tremunt Potestates, “le Potestà”, questi Angeli così belli, fanno sentire un fremito tutto celeste, “tremano alla vista di Gesù Cristo”; Caeli, “i Cieli”, cioè gli Angeli altissimi, Caelorumque Virtutes, “e le Virtù dei Cieli”, ancor più alte delle precedenti; Ac beata Seraphim, “e i beati Serafini”, che sono i più vicini a Dio per la purezza del loro amore; Soda exultatione concelebrant, “tutti insieme, in concerto d’armonioso trasporto, celebrano per Gesù Cristo la Maestà divina”.

I prefazi terminano facendo menzione degli Angeli, affinchè la Chiesa militante s’unisca all’inno che canta la Chiesa trionfante: Cum quibus et nostras voces ut admitti jubeas, deprecamur, supplici confessione dicentes, “Sì, noi domandiamo il permesso di aggiungere le nostre deboli voci alle potenti voci angeliche e di ripetere quaggiù, quantunque ancora peccatori”: Sanctus, Sanctus, Sanctus Dominus Deus Sabaoth.

Tutto il Prefazio consiste nel rendere grazie a Dio, gratias agere, attraverso Gesù  Cristo, perché per Lui solamente arriveremo a Dio uniti agli Angeli coi quali andiamo a cantar il Trisagio.

Oltre a questo Prefazio comune, la santa Chiesa ce ne offre altri nei quali s’invitano gli Spiriti celesti a celebrare con noi, in un comune ringraziamento, i principali misteri dell’Uomo-Dio, nei tempi di Natale, di Quaresima, di Passione, di Pasqua, dell’Ascensione e della Pentecoste, senza dimenticare colei che ha portato al mondo la salvezza, Maria Santissima né gli Apostoli, che predicarono agli uomini la Redenzione.

Il Prefazio si canta con la tonalità antica che i Greci usavano nelle loro feste.

XX – SANCTUS

II Trisagio è il cantico che udì Isaia quand’ebbe la visione celeste e, dopo di lui, san Giovanni, come ci narra egli stesso nella sua Apocalisse (4,8). La Chiesa non poteva mettere questo cantico celeste al principio della celebrazione, quando ci siamo confessati peccatori dinanzi a Dio e a tutta la corte celeste.

Che dicono dunque gli Angeli? Sanctus, Sanctus, Sanctus Dominus Deus Sabaoth. Celebrano la santità di Dio. Ma come la celebrano? Nella maniera più perfetta: adoperano il superlativo, dicendo per tre volte di seguito che Dio è veramente santo. Ritroviamo il cantico del Trisagio nel Te Deum: Tibi Cherubim et Seraphim incessabili voce proclamant: Sanctus, Sanctus, Sanctus Dominus Deus Sabaoth.

Perché applichiamo a Dio la triplice affermazione della santità? Perché la santità è la principale delle perfezioni divine: Dio è santo per essenza.

Già nell’Antico Testamento, il profeta Isaia udì questo cantico degli Angeli, e più tardi, nel Nuovo Testamento, ce ne parla Giovanni, il discepolo prediletto, nella sua Apocalisse. Dio è dunque veramente santo, ed Egli medesimo si compiace di rivelarcelo. Ma alla santità va unita un’altra qualità: Sanctus Dominus Deus Sabaoth, “Santo è il Signore, Dio degli eserciti”; come se si dicesse: Deus sanctus et fortis. Dunque, due qualità in Dio: la santità e la forza. S’adopera l’espressione Deus Sabaoth o Deus exercituum, “Dio degli eserciti”, perché niente è più forte d’un esercito che sormonta tutti gli ostacoli, supera tutte le difficoltà e passa sopra a tutto, e ciò esprime perfettamente la forza di Dio. Dunque, Dio è santo e forte, tanto forte quanto santo e tanto santo quanto forte.

Questo cantico angelico ha preso il nome di “Trisagio”, termine che deriva da agios, “santo”, e da treis, “tre”: “Dio tre volte santo”.

Nell’Antico Testamento esso costituiva una definizione della Santissima Trinità, perché è come se si dicesse: “Santo è Dio Padre, Santo è Dio Figlio, Santo è Dio Spirito Santo”. Ma, per intravedere questo, bisognava essere molto colti e conoscere le Scritture; e non vi erano che pochi dottori in possesso d’una tale conoscenza. O, talvolta, era piaciuto a Dio d’infonder una tale conoscenza in alcune anime privilegiate a cui si degnava di comunicar i suoi lumi. Tra i Giudei vi sono sempre state di queste anime privilegiate.

Dopo aver confessato la santità e la forza di Dìo, la Chiesa ag­giunge: Pieni sunt caeli et terra gloria tua. Non v’è nulla di più sublime per esprimere la gloria di Dio. Infatti, non v’è angolo della terra dove la gloria di Dio non brilli e risplenda; tutto è opera della sua potenza e tutto lo loda e lo glorifica.

La santa Chiesa, contemplando in un trasporto di giubilo la gloria e la potenza di Dio, esclama: Hosanna in excelsis. Così gridavano i Giudei, secondo quanto ci dice la Scrittura, quando, la Domenica delle Palme, Gesù entrava trionfante in Gerusalemme. Osanna filio David, gridava il popolo: sì, Hosanna, che significa “saluto” e “rispetto”. Unendo questo saluto al Sanctus, la Chiesa ha costituito un solo brano liturgico. Hosanna in excelsis, “saluto e rispetto nell’alto dei cieli”, senza permettere che alcuna dì tali espressioni così belle e significative cadesse in oblio.

Come al principio della Messa la Chiesa ci ha unito agli Angeli per mezzo delle suppliche del Kyrie, vero grido di tristezza, così ora vuole che ci uniamo di nuovo ai cori angelici, ma in tutt’altra maniera. Essendo già penetrata nei misteri, essa è vicina a raggiunger il loro possesso completo. Per questo è presa dall’entusiasmo e pensa unicamente a cantar al suo Dio: Sanctus, Sanctus, Sanctus, Hosanna in excelsis.

Era senza dubbio lodevole che i Giudei cantassero l’Hosanna mentre Gesù scendeva dal monte degli Olivi, arrivando a Gerusalemme e traversando la Porta Aurea: tutto era in armonia ed annunziava il trionfo. Ma, in realtà, è ancor più opportuno cantarlo qui, nel momento in cui il Figlio di Dio sta per discender in mezzo a noi che abbiamo la grazia di conoscerlo! È vero, infatti, che i Giudei dicevano: Hosanna filio David, ma non lo conoscevano; dopo pochi giorni, infatti, gridano contro di Lui: Tolle tolle, crucifìge eum.

Tutte le Chiese, a qualunque liturgia appartengono, qualunque rito seguono, hanno questo Trisagio.

Anticamente il Sanctus si cantava nel medesimo tono del Prefazio e si aveva il tempo sufficiente per dirlo intero prima della Consacrazione e di aggiungervi le parole: Benedictus qui venit in nomine Domini. Più tardi si composero canti più ornati, e dunque più lunghi. Da qui è venuto l’uso di divider il brano in due parti, perché poteva accadere che la Consacrazione avesse luogo prima d’averlo terminato. Il coro sospende dunque il canto alla parola Benedictus, che riprende dopo la consacrazione. E così questa frase, che prima si considerava come un saluto a Colui che doveva venire, diviene un saluto a Colui che è già venuto.

Il sacerdote, al contrario, recita immediatamente dopo il Trisagio queste parole: Benedictus qui venit in nomine Domini e, pronunziandole, traccia su se medesimo il sacro segno della nostra Redenzione per esprimere che quelle parole si applicano a Gesù Cristo. Tuttavia, la recita del Sanctus e del Benedictus da parte del sacerdote non deve considerarsi come un uso relativamente recente, come abbiamo detto parlando dell’Introito. Abbiamo veduto, infatti, il Sanctus recitato da alcuni sacerdoti di rito orientale; ora, è noto che le liturgie orientali hanno conservato quasi senza modifiche i riti da esse adottati sin dalla più remota antichità.

CANONE DELLA MESSA

Terminato il Prefazio, risuona il Sanctus e allora il sacerdote entra nella nube. La sua voce non si udrà più finché la grande preghiera non sarà terminata. Essa ha ricevuto il nome di Canon Misses, cioè “regola della Messa”, perché tale parte è veramente ciò che costituisce la Messa: è ciò che si può definire la Messa per eccellenza. Termina al Pater noster, e il sacerdote, che ha concluso ad alta voce le preghiere dell’Offertorio, completerà questa nel medesimo modo, facendo udire le parole: Per omnia saecula saaculorum. I fedeli rispondono Amen, ossia: “approviamo tutto ciò che hai detto e fatto, perché abbiamo, come te, l’intenzione di far venire il Signore, perciò ci associamo a tutte le tue azioni”. Il sacerdote, dunque, dice a bassa voce tutta la grande orazione del Canone, ed anche la parola Amen che conclude le diverse orazioni che compongono tale preghiera. Una sola volta alza un po’ la voce, ma non dirà che alcune parole per confessarsi peccatore, egli e quelli che lo circondano: nobis quoque peccatoribus.

Nel secolo XVII gli eretici giansenisti vollero introdurre la pratica di recitar il Canone della Messa a voce alta. Ingannato da essi, un successore di Bossuet, il cardinal de Bissy, aveva lasciato mettere la R. impressa in carattere rosso nel Messale che aveva fatto comporre per la sua Chiesa, secondo un diritto che i vescovi di Francia s’immaginavano allora d’avere. Questa R, in rosso significava naturalmente che il popolo doveva risponder ad alta voce con la parola Amen alle orazioni, e siccome non si può risponder a ciò che non si ode, bisognava di conseguenza che il sacerdote dicesse a voce alta tutto il Canone, che era precisamente ciò che desideravano i giansenisti. Questa pericolosa innovazione suscitò vive ed energiche proteste, ed il cardinal de Bissy stesso corresse questo suo errore.

Le diverse orazioni che compongono il Canone sono molto antiche, ma non risalgono ai primi tempi della Chiesa. Ciò è provato dal fatto che tutta l’officiatura divina si faceva inizialmente in greco, lingua, a quell’epoca, molto più usata di quella latina. Dobbiamo dunque credere che dette orazioni siano state composte verso il II secolo o nei primi anni del III. Tutte le Chiese hanno il loro Canone, il quale, se differisce un poco nella forma, è in sostanza sempre il medesimo, e la dottrina espressa nei diversi riti s’accorda spesso con quella che noi esprimiamo nel rito latino. Prova ammirabile dell’unità della fede, qualunque sia il rito.

La prima lettera della prima orazione del Canone è una T, che equivale al Tau degli Ebrei e che, per la sua forma, rappresenta la croce. Nessun altro segno poteva meglio porsi all’inizio di questa grande preghiera, nella quale si rinnova il Sacrificio del Calvario. Pertanto, quando si cominciarono a scrivere quei magnifici Sacramentari, arricchiti di disegni e d’illustrazioni d’ogni specie, si volle adornar il Tau e s’ebbe l’idea di mettere sulla croce che forma questa lettera l’immagine di Cristo. A poco a poco il disegno s’ingrandì e si finì per rappresentare tutta la scena della crocifissione; e, per quanto grande fosse questo disegno, serviva sempre da prima lettera all’orazione Te igitur. Alla fine si decise che, per l’importanza del soggetto, poteva farsi di essa una stampa a parte. E infatti così si fece, tanto che oggi non v’è un solo Messale completo che non abbia, nel foglio antecedente a quello in cui comincia il Canone, l’immagine di Cristo crocifìsso. E ciò deriva, dunque, semplicemente dalla prima illustrazione degli antichi Sacramentari.

Quanto all’importanza del Tau o T vediamo che se ne parlava già nell’Antico Testamento. Ezechiele dice, a proposito degli eletti, che tutti coloro che Dio vorrà riserbare per sé dovranno essere segnati in fronte col segno del Tau, fatto col sangue della vittima, e tutti costoro saranno risparmiati (9,4-6). La ragione di ciò si fonda nell’essere tutti salvati dalla croce di Gesù Cristo, la quale aveva la forma del segno Tau. Anche nella Cresima, il vescovo fa il segno del Tau con l’olio santo sulla fronte dei cresimati.

La croce di Nostro Signore aveva la forma di Tau, cioè della T. In cima, per sostenere l’iscrizione, si aggiunse un altro pezzo di legno (che completa la forma della croce come la vediamo oggi) poiché san Giovanni ci dice che la causa della morte di Nostro Signore fu posta per iscritto sulla croce: Scripsit autem et titulum Pilatus, et posuit super crucem (19,19).
Tale è l’importanza di questa lettera con cui comincia la grande preghiera del Canone.

XXI – TE IGITUR

Te igitur, clementissime Pater, per Jesum Christum, Filium tuum, Dominarti nostrum, supplices rogamus ac petimus. Il sacerdote, dopo il Sanctus, allarga le braccia e le innalza; poi, congiungendo le mani, leva gli occhi al cielo e subito li riabbassa. Allora, profondamente inchinato, con le mani giunte e appoggiate sull’altare, dice: Te igitur, clementissime Pater.

Queste parole Te igitur indicano una sorta di congiunzione, mostrando che il sacerdote è dominato da un solo pensiero, quello del Sacrificio. “Ora che già ti appartengo”, sembra dire a Dio (tutte queste preghiere s’indirizzano al Padre, come abbiamo notato sin dall’inizio), “ora che i fedeli hanno rimessi i loro voti e desideri nelle mie mani, tutti insieme ti supplichiamo in nome di questo divin Sacrificio”.

Poi bacia l’altare, per dare più espressione alla sua preghiera, e continua dicendo: uti accepta habeas et benedicas, congiungendo le mani. Quindi si appresta a fare per tre volte il segno di croce sulle cose offerte, aggiungendo: haec dona, haec munera, haec sancta sacrificia illibata, “sì, questo pane e questo vino che ti sono stati offerti sono veramente puri; degnati, dunque, benedirli e riceverli; ma benedicili non come pane e vino materiale, ma considerando il Corpo e il Sangue di Cristo in cui saranno trasformati”. E per meglio mostrare che ha di mira il Cristo, il sacerdote fa il segno di croce sul pane e sul vino.

Di nuovo allarga le braccia e prosegue: In primis, quae tibi offerimus prò Ecclesia tua sancta cattolica. L’intenzione prima, quando si dice la Messa, è per la santa Chiesa, perché non v’è nulla di più caro a Dio che la sua Chiesa. E quando si parla della sua Chiesa, Dio è infallibilmente colpito.
Quam pacificare, custodire, adunare et regere dignerìs foto orbe terrarum. La parola adunare ci manifesta qui l’intenzione di Dio il quale vuole che la sua Chiesa sia una, come Egli stesso dice nella Sacra Scrittura: Una est columba mea (Ct 6,8). Entrando appieno nelle sue mire, gli chiediamo che la Chiesa rimanga sempre una, e che nulla venga a scindere la veste inconsutile di Cristo. Come nel Pater noster la prima cosa che Nostro Signore ci fa chieder è questa: Sanctificetur nomen tuum, “sia santificato il tuo nome”, insegnandoci in tal modo che gl’interessi e la gloria di Dio devono precedere tutte le cose, così la sua gloria, a proposito della sua Chiesa, si antepone qui a tutto: in primis. Chiediamo per essa la pace, chiediamo che sia conservata e ben governata su tutta la terra. Quindi il sacerdote aggiunge: Una cum famulo tuo Papa nostro N. et Antistite nostro N. et omnibus orthodoxis, atque catholice et apostolicae fidei cultoribus. Come si vede non vi è una sola Messa che non sia proficua a tutta la Chiesa; tutti i suoi membri partecipano di essa, e si ha cura, in quest’orazione, di nominarli specificatamente. In primo luogo si nomina il Vicario di Cristo sulla terra e, quando si pronunzia il suo nome, si fa un inchino di testa per onorare Gesù Cristo nel suo Vicario. Se la Santa Sede fosse vacante, questa menzione sì ometterebbe.
Quando il Papa celebra la Messa, sostituisce le parole che sono nel Messale con le seguenti: Et me indigno servo tuo… Il vescovo fa lo stesso per sé perché dopo il Papa, il Messale ricorda il vescovo della diocesi del luogo dove si celebra la Messa, affinchè ovunque la santa Chiesa sia rappresentata per intero. A Roma non si fa menzione del vescovo, poiché il vescovo di Roma è il Papa.
Ma, affinchè siano nominati tutti i suoi membri, la Chiesa parla qui di tutti i fedeli usando la parola cultoribus, cioè “tutti coloro che sono fedeli cultori della fede della santa Chiesa”, poiché è necessario praticare questa fede per essere compresi nel numero di coloro dei quali la santa Chiesa fa menzione; bisogna altresì esser ortodossi, come essa dice chiaramente: omnibus orthodoxis, cioè “professare integra la fede cattolica, la fede che abbiamo ricevuto dagli Apostoli”. La Chiesa, insistendo su quelle parole: omnibus orthodoxis, atque catholicse et apostolicae fidei cultoribus, vuoi farci intendere che non prega qui per coloro che non hanno fede, per quelli che non pensano con la Chiesa e non hanno la fede predicataci dagli Apostoli.
Dai termini che adopera la Chiesa, comprendiamo quanto la Santa Messa s’allontani dalle devozioni private. Deve dunque venire prima di tutte, e le sue intenzioni devono essere rispettate. Così la Chiesa fa partecipe di questo grande Sacrificio tutti i suoi membri; questo fa sì che, se il santo Sacrificio della Messa cessasse, non tarderemmo a ricadere nell’abisso di depravazione in cui si trovavano i pagani, e questa sarà l’opera dell’Anticristo. Questi metterà in pratica tutti i mezzi possibili per impedire la celebrazione della Santa Messa, affinchè questo grande contrappeso sia abbattuto, e così1 Dio metta fine a tutte le cose, non avendo più ragione di farle sussistere.
Ciò sarà facilmente comprensibile se osserviamo che, dopo il protestantesimo, in seno alle società la forza è notevolmente diminuita. Sono scoppiate guerre sociali dovunque, portando con sé la desolazione, e questo unicamente perché l’intensità del Sacrificio della Messa è diminuita. È il preludio di ciò che avverrà quando il diavolo e i suoi satelliti usciranno scatenati per tutto il mondo, portando dappertutto il terrore e la desolazione, come ci avverte il profeta Daniele. A forza d’impedire le ordinazioni e di far morire i sacerdoti, il diavolo impedirà la celebrazione del grande Sacrifìcio, e allora verranno i giorni della desolazione e del pianto.

E non bisogna meravigliarsene, perché la Santa Messa è un grande evento per Iddio come per noi. Questo evento straordinario torna direttamente alla sua gloria. Come potrebbe disconoscere la voce di questo Sangue mille volte più eloquente di quello di Abele? È obbligato a prestarle una speciale attenzione, perché la sua gloria v’è interessata, e perché è il suo stesso Figlio, il Verbo eterno, Gesù Cristo, che s’offre come Vittima e che prega per noi il Padre suo.
Così, dunque, dobbiamo sempre considerare tre cose nella Santa Eucaristia: anzitutto il Sacrifìcio che da gloria a Dio; poi il Sacramento che è alimento delle anime nostre; infine, il possesso di Nostro Signore che è la nostra consolazione in questo esilio. Il semplice possesso di Nostro Signore, che ci consente di adorarlo con facilità, è minore del Sacramento o della Comunione; la Comunione è minore del Sacrificio poiché in essa si tratta soltanto di noi; ma, quando queste tre cose si trovano unite insieme, allora tutto è completo e si realizza pienamente il fine che Nostro Signore si propose nell’istituire l’Eucaristia.

Senza dubbio, se ci fosse stato concesso solamente di poter adorar il Signore, presente in mezzo a noi, sarebbe stato già molto, ma c’è stato dato molto di più nella Comunione. Tuttavia, il Sacrificio rimane ben al di sopra di questi due primi benefici. Infatti, attraverso il Sacrificio possiamo agire su Dio stesso, senza ch’Egli abbia il diritto d’esser indifferente ad esso, poiché, altrimenti, attenterebbe alla sua stessa gloria.

E, siccome Dio ha fatto tutto per la sua gloria, presta attenzione al Sacrificio della Messa e accorda, in un modo o nell’altro, ciò che gli viene domandato. Così neppure una sola Messa si celebra senza che si compiano i quattro fini di questo gran Sacrificio: l’adorazione, il ringraziamento, la propiziazione e l’impetrazione; e ciò perché Dio vi si è obbligato. Quando Nostro Signore, insegnandoci a pregare, diceva: Sanctificetur nomen tuum, era già molto, e questa domanda riguarda grandemente la gloria di Dio. Ma nella Santa Messa abbiamo molto di più: possiamo dire a Dio che non ha il diritto d’ignorar il Sacrificio perché in esso è Gesù Cristo che si offre e non può far a meno d’ascoltare, perché è Gesù Cristo che prega.

In passato si metteva nel Canone, dopo il nome del vescovo, quello del re: et Rege nostro N. Da quando san Pio V ha composto il Messale attualmente in uso, questo nome si omette, fondandosi questa decisione di quel Pontefice sulle differenze di religione dei prìncipi, sorte dopo il Protestantesimo. Attualmente c’è bisogno d’un permesso particolare di Roma per menzionar il re nel Canone. La Spagna lo domandò sotto Filippo II e l’ottenne. In Francia, il parlamento di Tolosa e quello di Parigi, offesi perché il re non era nominato nel Messale di san Pio V, ne proibirono la stampa. Nel 1855 Napoleone III domandò al Papa l’autorizzazione d’essere nominato nel Canone della Messa, e gli venne accordato.

La prima e la seconda orazione del Canone della Messa non hanno né conclusione né Amen.

XXII – MEMENTO DEI VIVI

Memento, Domine, famulorum famularumque tuarum N. et N., “Ricordati, o Signore, dei tuoi servi e serve N. e N.”. Il sacerdote, congiungendo le mani, fa menzione in silenzio di coloro che ha intenzione di raccomandare.

Il sacerdote ha dunque inizialmente pregato per la santa Chiesa in generale, per il Papa, per il vescovo e per tutti i cattolici ortodossi, cioè per tutti coloro che vivono nella fede della santa Chiesa. Il santo Sacrificio, i cui frutti sono infiniti, opera tuttavia in modo speciale per quelli che sono oggetto d’una supplica particolare. Ecco perché il sacerdote ha il permesso di menzionare qui tutti coloro che desidera raccomandar a Dio in modo speciale. La Tradizione ci dice che in ogni tempo il sacerdote ha avuto la facoltà di pregare con particolare fervore per coloro che più l’interessavano, perché fossero loro applicati in modo speciale i frutti del santo Sacrificio, senza pregiudizio dell’intenzione principale.

Allargando di nuovo le braccia, il sacerdote continua la sua preghiera e dice: Et omnium circumstantium, quorum tibi fides cognita est et nota devotio. Prega per tutti coloro che sono presenti e che lo circondano, perché la fede ha fatto lasciar loro tutte le cose per venire a riunirsi intorno all’altare e, di conseguenza, hanno diritto ad una parte molto speciale nel Sacrificio. Ecco perché, per quanto è possibile, è conveniente assister alla Messa. Ma bisogna assistervi con fede e devozione, perché lo stesso sacerdote dice: quorum tibi fides cognita est et nota devotio.
È chiaro che il sacerdote non può dire questo a Dio a proposito di quei cristiani che stanno nella Chiesa come starebbero in qualunque altro luogo, senza preoccuparsi affatto di ciò che accade sull’altare, e vi stanno in modo più o meno sconveniente per tutto il tempo che dura la celebrazione del santo Sacrificio. Solo coloro che hanno fede e devozione – quorum tibi fides cognita est et nota devotio – sono quelli che, quando vi assistono, partecipano ai frutti della Santa Messa.
In quanto a quelli che sono legittimamente impediti ad assister al santo Sacrificio, se si uniscono ad esso col desiderio, con fede e devozione, quantunque siano lontani partecipano di tutti i suoi frutti, al pari di coloro che vi sono presenti corporalmente.

Il sacerdote, salendo all’altare, non deve farsi del santo Sacrificio un’idea personale e limitata. No, egli in questo momento ha tra le sue mani tutta la Chiesa e prega con le braccia allargate come pregava Nostro Signore nell’offrire il suo Sacrificio per tutto il genere umano.
Il sacerdote insiste su tutte queste raccomandazioni dicendo a Dio che offre il Sacrificio per quelle persone: prò quibus tibi offeri-mus: vel qui tibi offerunt hoc sacrificium laudis, “per le quali ti offriamo ed esse stesse ti offrono questo sacrificio di lode”. La Chiesa adopera l’espressione “sacrificio di lode”, sacrificium laudis (più pertinente tuttavia alla salmodia), perché la Santa Messa si celebra anche a lode e ad onore di Dio. Si tratta inoltre d’un’epressione che spesso s’incontra nella Bibbia.

Per chi si offre il Sacrificio? Il sacerdote, parlando sempre di coloro che ha menzionato, continua il suo pensiero e aggiunge: prò se suisque omnibus: prò redemptione animarum suarum, prò spe salutis et incolumitatis suae, “per sé e per tutti i suoi, per la redenzione delle loro anime, ecc.”. Così il Sacrificio abbraccia tutto, si estende a tutto. In questa enumerazione figura in primo luogo l’anima, con la formula di petizione che s’incontra spessissimo nelle carte di fondazione durante il Medioevo. Poi la Chiesa si occupa del corpo, e chiede a Dio di mantenerlo sano e saldo in mezzo ai pericoli che l’attorniano: incolumitatis suae. Quindi il sacerdote termina presentando al Dio vivente i voti e le suppliche di tutti i fedeli, in questi termini: tibique reddunt vota sua aeterno Deo, vivo et vero.
Non può il sacerdote pregare qui né per gli infedeli, né per i Giudei e neppure per gli eretici, unicamente perché, a motivo della loro eresia, sono scomunicati e, di conseguenza, fuori della Chiesa Cattolica. Non prega neppure per coloro che, senz’esser eretici, sono tuttavia scomunicati. Sarebbe una profanazione il nominarli nel corso del santo Sacrificio. Si può pregare per essi in segreto, ma non nelle preghiere ufficiali. Sono esclusi dal Sacrificio, poiché sono fuori della Chiesa; di conseguenza è impossibile menzionarli nel corso di essa.

XXIII – COMMUNICANTES

La Chiesa militante non vuoi salire sola all’altare. Ha parlato a Dio del Vicario di Gesù Cristo sulla terra, del vescovo preposto al governo della diocesi, di tutti i cattolici. Ora menziona un’altra categoria di persone che non appartengono più alla Chiesa militante, bensì alla Chiesa trionfante. Considera, e a ragione, che quelli che godono già della gloria nella Chiesa trionfante non per questo sono separati da lei, ma, al contrario, le sono più intimamente uniti in una medesima ed unica Chiesa. Questa Chiesa, è vero, si divide in Chiesa trionfante, purgante e militante, ma tutte e tre sono una medesima ed unica Chiesa. Bisogna dunque presentarsi a Dio non solamente con i santi della terra, ma anche con i Santi del cielo, di conseguenza il sacerdote aggiunge: Communicantes, et memoriam venerantes…, “Sì, veneriamo quelli che nomineremo, ed onoriamo la loro memoria”, perché sono giunti alla gloria e possiedono Dio per sempre. Noi siamo uniti a loro e con loro siamo in comunicazione diretta, formando una sola cosa con loro nel Sacrificio. E chi sono? In primis gloriosae semper Virginis Marìae, Genitricis Dei et Domini nostri Jesu Christi. “Innanzitutto”, la Santissima Vergine ha il diritto di ricever un onore particolare, e la Chiesa non manca mai di tributarglielo, come esprime qui attraverso l’espressione in primis. “In primo luogo”, dunque, dobbiamo parlare di Maria Santissima. Sì, di Maria che è stata ed è sempre Vergine: Vergine prima del parto, Vergine nel parto, Vergine dopo il parto. Inoltre è vera Madre di Dio, che è al tempo stesso Nostro Signore Gesù Cristo. Per tutti questi titoli ha ben diritto d’esser oggetto d’una special menzione. Sed et beatorum Apostolorum ac Martyrum tuorum… La Chiesa fa qui menzione degli Apostoli e dei Martiri di Cristo; ma non dice i nomi dei Martiri se non dopo aver elencato quelli degli Apostoli, che sono qui tutti nominati, ad eccezione di san Mattia, che sarà menzionato più avanti, nella seconda lista, dopo la Consacrazione.

Queste liste portano il nome di dìttici, perché anticamente erano scritte sopra cartoni separati, ornati d’avorio, che si piegavano in due. Ve n’erano diversi: sopra uno di essi erano scritti i nomi dei Santi dei quali si faceva una speciale menzione, su di un altro v’erano i nomi del Papa, del patriarca da cui si dipendeva, del vescovo della diocesi, ecc. Qualche volta se ne trovava aggiunto un terzo, quando nel primo non si faceva menzione del principe cattolico regnante nel paese né dei suoi figli. Infine, un altro dittico conteneva i nomi delle persone che avevano fondato quella Chiesa, l’avevano dotata o le avevano reso qualche altro servigio speciale. Nei dittici, dunque, si enumeravano tutti questi nomi, cosa che a volte risultava essere lunghissima. Se accadeva che alcune delle persone iscritte nei dittici incorreva nell’eresia, il suo nome si cancellava e vi era riammesso soltanto dopo la riconciliazione con la santa Chiesa. Questi usi finirono per cadere, poiché v’erano molte persone che volevano far valer i loro diritti per esser iscritti nei dittici, fatto che finiva per esser un peso. Si stabilì, dunque, di non ammettere che un certo numero di Santi e si determinarono le liste che abbiamo attualmente nel Messale; queste liste ricordano gli antichi dittici.

Nel Communicantes, come nel Confiteor, non si menziona san Giuseppe (13), perché la devozione a questo Santo benedetto era riservata agli ultimi tempi, ed anche perché nei primi secoli la Chiesa preferiva rendere gli onori del culto ai suoi Apostoli e ai suoi Martiri. Inoltre, una volta fissata la forma del Canone, la Chiesa non voleva che si toccasse né modificasse in nulla, neppure nei dettagli, una preghiera liturgica consacrata e stabilita fin dall’antichità cristiana; e, manifestando in questo come in tutto la sua prudenza, si è limitata ai Santi qui menzionati: sed et beatorum Apostolorum ac Martyrum tuorum. Petri et Pauli. Il pensiero del sacerdote è di esser in unione con tutti questi Santi e di onorarne la memoria. Nomina insieme san Pietro e san Paolo, perché questi due Santi vengono ad essere come uno solo, appartenendo ambedue alla Chiesa romana, fondata grazie alle loro fatiche. Seguono gli altri Apostoli Andreae, Jacobi, Giacomo il maggiore, Joannis, Giovanni il prediletto, Thomee, Jacobi, Giacomo il minore, Philippo, Bartholomasi, Matthaei, Simonis et Thaddaei: Taddeo, detto anche Giuda.

Tutti i Santi fin qui nominati appartengono al Vangelo, ma la Chiesa appartiene a tutti i tempi e, per dimostrarcelo, ha creduto bene collocar accanto a quelli menzionati, che sono il fondamento della Chiesa, altri nomi che sono per essa ugualmente degni di stima e di venerazione. Perciò seguono immediatamente i tre papi: Lini, Cleti, Clementis. Lino, Cleto, Clemente erano stati ordinati tutti e tre da san Pietro; alla morte dell’Apostolo, dunque, a Roma v’erano tre vescovi. Pietro aveva designato Clemente per suo successore, ma questi seppe sottrarsi a tale carica, sebbene alla fine si vide obbligato ad accettarla. Víè chi crede che successe a san Lino, e che san Cleto fu il terzo sulla cattedra di Pietro. Xysti, ecco ancora un papa: san Sisto II, colui che aveva per diacono san Lorenzo. È celeberrimo e fu decapitato nel cimitero di Pretestato. Porta anche il nome di san Sisto il cimitero di Callisto, dove si trova la cripta di santa Cecilia. Dopo Sisto viene Cornelio: Cornelii, il cui epitaffio è stato trovato nelle catacombe, dal cavaliere De Rossi; questo epitaffio era in due pezzi, uno portava scritto Core l’altro nelius.

Dopo questi Papi viene Cipriano, vescovo di Cartagine: Cypriani. È stato inserito nei dittici col suo amico san Cornelio papa.

Laurentii, è il gran diacono Lorenzo, che appartiene, come i precedenti, alla persecuzione di Valeriano. Quello che segue, Chrysogoni, appartiene alla persecuzione di Diocleziano. Quanto ai santi Joannis et Pauli, sono d’epoca più recente, perché patirono sotto Giuliano l’Apostata.
Infine, Cosmae et Damiani, ambedue medici, non erano romani, ma i loro corpi col passar del tempo furono trasportati a Roma. Subirono il martirio sotto Diocleziano. Questi due Santi chiudono la lista adottata dalla Chiesa in quest’orazione, che ha inizio con la parola Communicantes, senza che sia permesso aggiungerne alcun altro.

La santa Chiesa termina questa preghiera nominando tutti i Santi per i meriti dei quali si raccomanda a Dio: et omnium Sanctorum tuorum; quorum merìtis precibusque concedas, ut in omnibus protectionis tuae muniamur auxilio.

Così si conclude questa terza orazione che è, come le prime due, una preghiera di raccomandazione. All’inizio il sacerdote ha pregato per la santa Chiesa, per il Papa, per il vescovo, per i cattolici, e poi per coloro secondo le cui intenzioni si offre il santo Sacrificio. Ha quindi aggiunto le persone che l’interessano in modo speciale e per ultimo ricorda a Dio l’unione della Chiesa militante e della Chiesa trionfante, facendo udire sull’altare i nomi dei Santi. Queste tre orazioni, cioè il Te igitur, il Memento dei vivi e il Communicantes, formano un tutt’uno; perciò, alla fine di questa terza preghiera, il sacerdote, congiungendo le mani, aggiunge: Per eundem Christum Dominum nostrum. Amen. Egli medesimo risponde Amen a voce bassa, e più non s’udrà la sua voce sino al Paternoster.

NOTE

13) II nome di san Giuseppe è stato inserito nel 1962 con il decreto De S. Ioseph nomine Canoni Messae inserendo del 13 novembre 1962. Cf. Acta Apostolicae Sedis LIV(1962), p. 873.

XXIV – HANC IGITUR

Terminata l’orazione precedente, il sacerdote, tenendo le mani stese sulle cose offerte, cioè sull’ostia e sul calice, fa una nuova preghiera. Questo atteggiamento, che ha la sua origine nella legge antica, è degno d’essere notato. Quando si presentava al tempio una vittima che doveva esser offerta, il rito dell’imposizione delle mani aveva un duplice significato e una duplice efficacia. La vittima, mediante questa cerimonia, rimaneva per sempre esclusa dall’uso profano e consacrata al servizio e all’onore di Dio. Il Signore prendeva possesso dell’ostia, qualunque essa fosse. Ora la Chiesa, dopo aver già nell’Offertorio separato il pane e il vino dall’uso profano ed averli presentati a Dio, v’insiste ancora, adesso che si avvicina la Consacrazione. Il sacerdote aspetta con santa impazienza questo momento e, perché la sua oblazione sia favorevolmente accolta dinanzi al trono di Dio, stende le mani sul pane e sul vino e dice queste parole: Hanc igitur oblationem servitutis nostrae, sed et cunctaa familiaa tuae, quaesumus, Domine, ut placatus accipias: diesque nostros in tua pace disponas, atque ab aeterna damnatione nos eripi, et in electorum tuorumjubeas grege numerari. In tal modo, offrendo il santo Sacrificio della Messa, e specialmente in questo momento in cui designa la sua offerta, il sacerdote prega per se medesimo, per tutti coloro che sono presenti e per tutti coloro che gli sono uniti. Chiede che ci sia data la pace in questo mondo, che siamo liberati dall’inferno e che godiamo della gloria del cielo insieme con gli eletti.

In quest’orazione v’è una significativa aggiunta. Inizialmente, infatti, la santa Chiesa non aveva inserito le parole: diesque nostros in tua pace disponas. È stato il papa san Gregorio Magno ad aggiungerle durante l’assedio di Roma da parte dei Longobardi, allorché la città si trovava in estremo pericolo. La Chiesa ha creduto bene di continuar a domandare la pace anche per i tempi presenti, avendo cura di non sopprimere queste parole ispirate al santo Papa dallo Spirito Santo, che spesso, nelle circostanze gravi – secondo la testimonianza del suo segretario Giovanni – si rendeva visibile sotto forma di colomba, stando vicino alla testa di san Gregorio e dicendogli all’orecchio ciò che doveva dire o fare. Quest’orazione si con elude con: Per Christum Dominum nostrum, che il sacerdote dice ricongiungendo le mani, aggiungendo ancora a voce bassa: Amen.

XXV – QUAM OBLATIONEM

Qui ha inizio la magnifica orazione che si prolunga sino al Memento dei defunti e che racchiude il sublime mistero della transustanziazione. Ecco ciò che dice il sacerdote: Quam oblationem tu, Deus, in omnibus, quaesumus, benedictam, adscriptam, ratam, rationabilem, acceptabilemque facere digneris… La santa Chiesa continua ad occuparsi dell’oblazione, pregando Dio di benedirla (benedictam), ed il sacerdote fa su di essa il segno di croce, affinchè, santificata da questo segno, sia accetta al Signore; adscriptam (ancora un segno di croce): quest’oblazione è talmente importante che deve essere “registrata”, cioè che bisogna ben considerarla; ratam (un ultimo segno di croce), deve essere ratificata, approvata e confermata in cielo come cosa buona e conveniente; infine, questa oblazione deve essere rationabilem (14)

Per comprendere tutto questo, bisogna ricordarsi ciò che erano le vittime dell’antica legge, vittime, dopo tutto, grossolane, figure, la cui grandezza procedeva dalla relazione esistente tra esse e il Sacrificio della croce. Il pane e il vino, o – anticipando con la Chiesa l’effetto dell’augusta Consacrazione – il Corpo e il Sangue di Gesù Cristo, sono qui la vera Vittima, l’oblazione spirituale che rende per sempre superflui e sterili gli altri sacrifici.

È in questo senso che san Paolo, scrivendo ai Romani, dice loro che devono offrire a Dio nelle loro persone un’ostia interiore e veramente spirituale: Obsecro vos, fratres, per misericordiam Dei, ut exhibeatis corpora vestra hostiam viventem, sanctam, Deo placentem, rationabile obsequium vestrum, «Voi che siete cristiani – dice l’Apostolo – dovete offrire a Dio non solamente le vostre anime, ma anche i vostri corpi, come ostia vivente, santa, gradita a Dio e ragionevole, cioè spirituale, in opposizione alle vittime della legge antica» (Rm 12,1). Così, dunque, il cristiano deve offrire a Dio persino il suo corpo, facendolo partecipar alla preghiera, praticando il digiuno e la penitenza, per impedire che segua continuamente le tendenze della materia; in una parola, deve far in modo che la parte inferiore del suo essere s’innalzi sino ad unirsi senza ostacolo alla parte superiore.
Ritorniamo ora all’offerta dell’altare. Se questo pane o questo vino dovessero rimanere tali, non sarebbero superiori alle vittime dell’antica legge; ma ben presto si trasformeranno nel Corpo, Sangue e Anima di Nostro Signore Gesù Cristo e, di conseguenza, quest’ostia sarà rationabilem, ossia essenzialmente spirituale. Ma questo non è tutto. Bisogna, inoltre, che l’oblazione sia acceptabilem, ossia che il Signore possa dire: “lo sono soddisfatto dell’ offerta che mi è stata fatta”.
Ut nobis Corpus et Sanguis fiat dilectissimi Filli tui Domini nostri Jesu Christi. Alle parole Corpus et Sanguis, il sacerdote fa il segno di croce sull’ostia e sul calice. Che l’oblazione si converta nel Corpo e nel Sangue di Gesù Cristo! Senza dubbio il Corpo e il Sangue di Gesù Cristo sono in cielo, ma noi domandiamo che siano prodotti quaggiù, in quest’oblazione che offriamo. È dunque per noi che domandiamo questo cambiamento dell’oblazione nel Corpo e nel Sangue del Signore, perché la Chiesa ce lo fa dire: Fiat nobis, “siano messi a nostra disposizione e divengano nostro nutrimento”.

NOTE

14) II Canone Romano e l’anafora di san Giovanni Crisostomo definiscono la santa Messa “oblationem rationabilem” e “logikèn latreìan”, a cui partecipano lo spirito e la ragione. Il RIGHETTI a tal proposito osserva: «La formula (quam oblationem) domanda con una serie di termini propri del linguaggio giuridico romano, che l’oblazione diventi in omnibus, interamente, sotto ogni rapporto, benedictam, consacrata; adscriptam, registrata a merito degli offerenti; ratam, ratificata, cioè riconosciuta valida; rationabilem, spirituale, secondo l’elevato concetto del sacrificio che i filosofi greci dichiaravano essere l’unica forma di culto degna di Dio, in opposizione ai sacrifici carnali, cruenti, ormai aboliti; od anche nel senso di “canonica”, secondo le debite forme; acceptabilem, gradita»: op. cit, voi. III, Milano 1966, p. 385.

XXVI – CONSACRAZIONE DELL’OSTIA

Qui pridie quam pateretur. Queste parole furono aggiunte dal papa Alessandro I, sesto successore di san Pietro. Egli volle aggiungere queste parole per ricordare la Passione; per esser il Sacrificio della Messa il medesimo Sacrificio della croce; perché lo stesso Signore, che era stato immolato la sera nel Cenacolo, doveva esser immolato il giorno dopo sul Calvario.
Accepit panem in sanctas ac venerabiles manus suas. Il sacerdote prende nelle sue mani il pane ed alza gli occhi al cielo – et elevatis oculis in caelum -, facendo ciò che fece lo stesso Gesù Cristo.
Non ci dice il Vangelo che Gesù alzò gli occhi al cielo in quest’occasione, ma ce lo dice una tradizione così certa che la santa Chiesa si compiace di far notare questa circostanza.
Ad te Deum Patrem suum omnipotentem, tibi gratias agens. Questa è l’Eucaristia o “rendimento di grazie”, e la Chiesa ha cura speciale di ricordarlo, e questo perché noi siamo sempre restii nel testimoniar a Dio la nostra gratitudine per i suoi innumerevoli benefici, mentre dovremmo aver sempre il ringraziamento nel cuore e sulle labbra. Benedixit (dicendo questa parola il sacerdote fa il segno di croce sull’ostia), fregit deditque discipulis suis, dicens: Accipite, et manducate ex hoc omnes: HOC EST ENIM CORPUS MEUM.

II sacerdote tiene allora l’ostia col pollice e l’indice di ambedue le mani, pronunzia a voce bassa, ma chiaramente e distintamente, le parole della consacrazione tenendo gli occhi sull’ostia che vuole consacrare. Pronunziate le parole della Consacrazione, il sacerdote, genuflettendo, adora l’Ostia santa. La rubrica dice statim: subito; non deve infatti passar alcun intervallo, perché il pane è sparito, non restando di esso altro che le specie, ossia l’apparenza, per lasciar il posto al Signore; perciò, è Dio stesso che il sacerdote adora. Fatta la sua adorazione, il sacerdote si alza ed eleva l’Ostia al di sopra del suo capo per farla veder al popolo, affinchè esso pure l’adori.
Un tempo non si elevava l’Ostia in questo punto della Messa, ma solamente prima di cominciar il Pater Noster. Nel secolo XI, Berengario, arcidiacono d’Angers, osò negare la presenza reale di Gesù Cristo nell’Eucaristia, e ciò fece sì che s’introducesse nella Messa questa nuova estensione immediatamente dopo la Consacrazione, per muover il popolo all’adorazione.

Dopo aver elevato l’Ostia, il sacerdote la mette sul corporale e l’adora di nuovo. D’ora innanzi ogni volta che toccherà l’Ostia, il sacerdote farà una genuflessione prima e dopo; prima, perché sta per toccare con le sue mani il Signore, e dopo, per rendergli omaggio. Inoltre, non disgiungerà più i pollici e gli indici fin dopo l’abluzione delle dita, perché queste dita sono consacrate e solo con esse deve toccar il Signore. Così, durante l’ordinazione, il vescovo consacra prima di tutto queste dita con l’olio santo, che stende poi su tutta la mano; e se un sacerdote venisse a perder il dito indice, occorrerebbe un permesso speciale del Papa per toccar il Corpo del Signore con un altro dito.
Così si compie il grande mistero della transustanziazione, ossia la conversione d’una sostanza in un’altra, con le parole che il Signore disse ai suoi Apostoli: Hoc facite in mea commemorationem: “Fate questo in memoria di me” (Le 22,19), a patto però che il ministro sia un sacerdote legittimamente ordinato e che pronunzi le parole sacramentali su vero pane e su vino naturale, con l’intenzione di consacrare come fa la Chiesa. Se queste condizioni si compiono, Dio non è libero: il mistero deve operarsi necessariamente, poiché il Signore vi s’è obbligato.

La parola enim è utilizzata per legare la frase a ciò che immediatamente precede. Essa non si trova nei tre Vangeli che parlano dell’istituzione dell’Eucaristia e neppure in san Paolo (cf. 1Cor9,24). Però, Nostro Signore dovette adoperarla, perché giunse sino a noi la tradizione di san Pietro e degli Apostoli. Il sacerdote che omettesse l’enim commetterebbe un peccato, ma la Consacrazione avrebbe luogo. Se omettesse la parola meum, invece, non avverrebbe la Consacrazione, perché bisogna determinare qual è questo corpo che il sacerdote dice d’aver tra le sue mani.
Dopo queste prime parole della Consacrazione, il Corpo di Nostro Signore è sull’altare, ma poiché, dopo la Risurrezione, il Corpo, il Sangue, l’Anima e la Divinità del Salvatore non possono essere separati, Nostro Signore è vivo sull’altare come in cielo, ossia glorioso, come dopo la sua Ascensione.
L’ostensione del Corpo di Nostro Signore dopo la Consacrazione è d’istituzione relativamente moderna, com’è stato già detto. Le Chiese d’Oriente mantengono l’antico uso di elevare l’Ostia prima del Pater Noster, ma, per incoraggiare l’adorazione dei fedeli, fanno quest’elevazione con grande solennità: il sacerdote prende il Corpo e il Sangue del Signore e, voltandosi verso il popolo come all’Orate fratres, li presenta all’adorazione dell’assemblea.

XXVII – CONSACRAZIONE DEL VINO

Scoperto il calice, il sacerdote pronunzia queste parole: Simili modo postquam coenatum est. Poi, prendendo il calice tra le mani, prosegue: accipiens et hunc praeclarum Calicem in sanctas ac venerabiles manus suas. Consideriamo bene le parole: praeclarum Calicem. Quanto la santa Chiesa nobilita questo calice che ha contenuto il Sangue del Signore e che ora pone nelle mani del sacerdote! Nel salmo ascoltiamo il Profeta che dice: Et calix meus inebrians quam praeclarus est!, “Sì, il mio calice inebriante, quanto è augusto, quanto è bello, quanto è magnifico!” (Sai 22,5). La santa Chiesa trovò questa lode così appropriata per il calice consacrato, destinato a contener il Sangue di Gesù Cristo, che ad essa rivolge il suo ricordo in questo momento. Il sacerdote prosegue: item tibi gratias agens. Già nella Consacrazione dell’Ostia il sacerdote ha parlato del rendimento di grazie, quando ha detto che Nostro Signore, alzando gli occhi al Padre suo, lo ha ringraziato. Poi, tenendo il calice con la mano sinistra, con la destra lo benedice, dicendo: Benedixit, deditque discipulis suis, dicens: Accipite, et bibite ex eo omnes. Allora il sacerdote, tenendo il calice un poco alzato, pronunzia sopra di esso le parole della consacrazione del vino:
HIC EST ENIM CALIX SANGUINIS MEI, NOVI ET AETERNI TESTAMENTI:
MYSTERIUM FIDEI: QUI PRO VOBIS ET PRO MULTIS EFFUNDETUR
IN REMISSIONEM PECCATORUM.

Notiamo che anche qui, come nella Consacrazione del pane, si trova la parola enim per legare ciò che precede a quello che segue.

Le parole adoperate per la consacrazione del vino assomigliano a quelle del Vangelo con qualche differenza. Esse sono giunte sino a noi attraverso la tradizione fondata da san Pietro, che le udì dalle labbra di Gesù Cristo stesso.

Novi et aeterni testamenti. È dunque questo il vaso che contiene il Sangue del Signore, il Sangue della Nuova Alleanza, chiamata al tempo stesso “eterna”, novi et aeterni, per distinguerla dall’Antica Alleanza che doveva durare soltanto fino alla venuta di Nostro Signore.
Mysterium fidei. Si tratta del mistero che prova in modo speciale la nostra fede; perché – secondo la parola di san Pietro – la nostra fede deve essere provata. Essa è così ben provata in tal mistero che san Paolo, scrivendo a Timoteo, afferma, a proposito dell’Eucaristia, che i diaconi devono essere puri e santi, mantenendo “il mistero della fede” in una coscienza pura: Habentes mysterium fidei in coscientia pura. Sappiamo, infatti, che la Santa Eucaristia era affidata in deposito ai diaconi, che potevano anche amministrarla ai fedeli in assenza dei sacerdoti.

Infine, occorre notare le seguenti parole: prò multis effundeturin remissionem peccatorum. Questo Sangue sarà sparso per molti in remissione dei loro peccati. È vero che è stato sparso per tutti e non solamente per molti, ma non tutti ne trarranno profitto per la remissione dei loro peccati.
Tali sono le parole della Consacrazione del vino, che hanno un effetto così importante, poiché costituiscono, con le parole della Consacrazione del pane, l’atto stesso del Sacrificio. Nostro Signore è la Vittima immolata sull’altare; non solamente nel senso che la Santa Messa, per la separazione mistica del Corpo e del Sangue, ci rappresenta e ricorda l’immolazione cruenta del Calvario, ma anche in ragione dello stato stesso e della destinazione del Corpo e del Sangue di Nostro Signore sotto le specie eucaristiche. Mai, in nessun sacrificio, vi fu vittima più realmente immolata e sacrificata di quanto lo sia, dopo la Consacrazione, Colui che è lo splendore di Dio e del quale tuttavia la gloria, la bellezza e la vita, non hanno ormai più altro fine e altra destinazione che di entrar in noi e in noi perdersi e consumarsi.

Tuttavia, il Sacrificio è veramente compiuto. Dio l’ha visto, e noi possiamo dirgli: “Ecco ciò che s’è compiuto sul Calvario, e, se l’immortalità del tuo Figlio non fosse un ostacolo, la rassomiglianza sarebbe completa”. Per compiere questo Sacrificio, il sacerdote da il suo ministero a Nostro Signore, che si è impegnato a prestarsi a questa immolazione ogni volta che un uomo, rivestito del sacerdozio ed avendo nelle sue mani pane e vino, pronunzi su di essi le parole della Consacrazione. Ma chi è l’offerente? È il sacerdote o è Nostro Signore? È lo stesso Gesù Cristo nella persona del sacerdote, poiché ambedue formano qui un solo essere. Orbene, Gesù Cristo non verrebbe sull’altare se il sacerdote non gli prestasse il suo concorso. Vi è dunque un solo Sacrificio, si compia esso sul Calvario o sull’altare.

Alle parole della Consacrazione il sacerdote, posando il calice sul corporale, aggiunge subito: Haec quotiescumque feceritis, in mei memoriam facietis. Con queste parole, Nostro Signore ha dato ai suoi Apostoli, e in essi a tutti i sacerdoti, il potere di far ciò che Egli stesso aveva fatto, ossia il potere d’immolarlo. Dunque, non è più l’uomo che parla nel momento solenne della Consacrazione, ma lo stesso Gesù Cristo, servendosi dell’uomo.

Terribile Sacrificio, quello cristiano, che ci trasporta sul Calvario e ci fa vedere che è stata la giustizia di Dio a voler una tal Vittima! Sacrificio che da solo sarebbe bastato a salvare milioni di mondi. Ma Nostro Signore ha voluto che si perpetuasse. Immolato una volta sulla cima del Calvario, non poteva più morire; tuttavia, conoscendo la debolezza umana, temeva che il Sacrificio della croce, offerto una sola volta, finisse per non far più alcun effetto sui fedeli. Forse molto presto l’uomo avrebbe ricordato l’immolazione sul Calvario come un semplice fatto storico, consegnato agli annali della Chiesa, dove molti non l’avrebbero neppure cercato. Nostro Signore, dunque, pensò tra sé: “Bisogna che ciò che si è compiuto una volta sul Calvario si rinnovelli incessantemente sino alla fine dei tempi”. Ecco perché, in un eccesso del suo amore, ha inventato questo divino mistero, nel quale, venendo nell’ostia, s’immola di nuovo. E Dio, vedendo l’importanza di quest’opera, si sente inclinato alla benevolenza, alla misericordia e al perdono verso gli uomini.

Esaminiamo ora e cerchiamo di comprendere chi è che produce questo cambiamento del pane e del vino nel Corpo e Sangue di Cristo. Qual è la Persona che opera in questo mistero? Ogni volta che una delle tre Persone della Santissima Trinità agisce, le altre due prestano il loro concorso a quest’azione in perfetta armonia. Nell’Incarnazione s’incarnò il Figlio, ma lo mandò il Padre, e lo Spirito Santo fu, delle tre Persone, quella che operò il mistero. Allo stesso modo nella Santa Messa, il Padre manda il Figlio, questi viene, e lo Spirito Santo opera la transustanziazione o cambiamento d’una sostanza in un’altra. Per questo, per esprimere l’azione dello Spirito Santo in tale mistero, la Chiesa lo invoca nella preghiera di oblazione, come abbiamo già veduto, con le parole: Veni sanctificator, omnipotèns aeterne Deus: et benedic hoc sacrificium, tuo sancto nomimi praepa-ratum.
Nella Chiesa orientale non esiste questa orazione, ma poiché anche in essa si desidera che i fedeli conoscano l’azione dello Spirito Santo in questo grande mistero, il celebrante, dopo che ha pronunziate le parole della consacrazione, dice: “Signore Dio, degnati d’inviar il tuo Spirito perché cambi questo pane nel Corpo del tuo Figlio”; il popolo risponde: Amen. Dopo la Consacrazione del vino, il celebrante dice una seconda volta: “Signore Dio, degnati di mandar il tuo Spirito affinchè cambi questo vino nel Sangue del tuo Figlio”, e tutto il popolo risponde: Amen.
Sembra che qui vi sia un’anomalia, perché, nel momento in cui il sacerdote pronunzia ciascuna di queste due invocazioni, la transustanziazione è già avvenuta. Perché, dunque, invoca ancora lo Spirito Santo? Più d’una volta è stata fatta questa osservazione; tuttavia si mantiene ciò che è stato stabilito, e la ragione è la seguente: per non mescolare l’acclamazione del popolo con le parole dei sacri misteri, la Chiesa orientale ha posto tali acclamazioni dopo queste invocazioni che rivelano l’operazione dello Spirito Santo, ossia nel momento in cui la Chiesa latina innalza e presenta all’adorazione dei fedeli il Corpo e il Sangue del Signore. La Chiesa orientale rende in questo momento omaggio alla potenza e all’opera dello Spirito Santo. Noi latini lo facciamo prima, sia nell’orazione: Veni sanctificator, omnipotens, sia nell’orazione: Quam oblationem, dove diciamo: Ut nobis Corpus et Sanguis fiat. La Chiesa latina non invita qui il popolo ad approvare con un’acclamazione ciò che si è operato. Infatti, un Amen in questo punto della celebrazione avrebbe ragione d’essere solo qualora l’orazione alla quale si deve rispondere fosse detta a voce alta, ma abbiamo già veduto che la preghiera del Canone è interamente segreta e deve essere recitata integralmente a bassa voce.

XXVIII – UNDE ET MEMORES

Dopo aver adorato il prezioso Sangue ed averlo mostrato al popolo, il sacerdote allarga di nuovo le braccia e continua la sua orazione: Unde et memores, Domine, nos servi tui, sed et plebs tua sancta, ejusdem Christi Filii Domini nostri tam beatae passionis, nec non et ab inferis resurrectionis, sed et in caelos gloriosa ascensionis: offerimus praEclarae majestati tuae…, “Onde anche noi tuoi servi, o Signore, come pure il tuo santo popolo, ricordando la beata Passione del medesimo Cristo tuo Figlio, Nostro Signore, e certo anche la sua Risurrezione dagli inferi e la sua gloriosa Ascensione in cielo: offriamo all’eccelsa tua maestà…”.

Il sacerdote dice nos, “noi”, perché non si tratta qui solamente di se medesimo, ma di tutto il popolo fedele. Egli lo ricorda dinanzi a Dio Padre, e tutti uniti a lui fanno memoria della beata Passione, della Risurrezione e della gloriosa Ascensione del Salvatore. Già durante l’oblazione s’era fatto allusione a questi tre grandi misteri, ma la santa Chiesa non indulgeva su di essi come fa qui. Sa che Iddio ha fatto tutto per l’uomo, e non vuoi perdere nulla dei suoi benefici.

Offriamo qui qualcosa di grande, perché siamo in presenza del Corpo e del Sangue di Gesù Cristo. Facciamo memoria della sua Passione, che è stata tanto benefica per noi. Anche ora è immolata la Vittima, ma v’è di più perché la Vittima che qui possediamo è Egli medesimo che è risuscitato. E anche questo non è tutto: celebriamo pure la sua gloriosa Ascensione al cielo. Sì, Colui che è sull’altare è il medesimo che è risuscitato dal sepolcro, ma è anche Colui che, salendo al cielo, s’è assise alla destra del Padre, accompagnato dai cori angelici che fanno risuonar i loro cantici: Attonite portas, prìncipes vestras, et elevamini, portae aeternaLes et introibit Rex glorìae, “Sollevate, porte, i vostri frontali, apritevi, porte antiche, ed entri il Re della gloria” (Sai 23,7).
Noi abbiamo, dunque, qui sull’altare Colui che ha sofferto, è risuscitato ed ora regna trionfante nei Cieli. Sì, noi facciamo memoria di tutti questi misteri e sono essi che ci donano una ferma confidenza e ci fanno dire in tutta sicurezza: offerimus praeclarae majestati tuae de tuis donis ac datis. Parliamo qui di offerte e tuttavia non abbiamo nulla da offrire. È vero che nulla abbiamo, però ti offriamo i tuoi stessi doni: de tuis donis. Non diciamo altro. “Questo pane e questo vino ce li hai dati Tu, Signore; si sono convertiti nel Corpo e nel Sangue del tuo Figlio, che ci hai ugualmente dato Tu tutto intero; da queste tue magnificenze, dunque, noi prendiamo l’offerta che ti presentiamo”.
E quali sono le qualità di quest’offerta? È pura, santa ed immacolata. Orbene, sulla terra tutto è impuro, niente è santo, tutto è macchiato e sordido: come, dunque, il sacerdote osa dire ciò che abbiamo ascoltato? Ricordiamo qual è quest’offerta. È il medesimo Figlio di Dio, in cui si sono compiuti i grandi misteri della Passione, della Risurrezione e dell’Ascensione. Ecco ciò che da tanta fermezza e sicurezza alla santa Chiesa in questo momento. Come sposa, si rivolge alla gloriosa Trinità dicendole: “lo sono ricca perché posseggo i tuoi stessi beni; ricca perché posseggo Colui che ha fatto tutto ciò che ho qui ricordato, poiché Tu me l’hai dato, ma io te l’offro, e quest’offerta è degna di Te, perché è pura, santa e immacolata”.

È tale la potenza di questo Sacrificio che Dio è obbligato a rimirare la nostra offerta: non può ricusarla. E questa forza e potenza derivano precisamente dal fatto che ci è stato dato il Figlio. Con Lui raggiungiamo i quattro fini del Sacrificio cristiano. In tal modo, inoltre, conquistiamo il cuore di Dio che non può far a meno di accettare la nostra, offerta e di dichiararsene soddisfatto. Nell’antica Legge, non era così; i sacrifici delle pecore e degli agnelli non potevano certamente agire su Dio allo stesso modo. Ne aveva Egli forse bisogno? Ma qui, sotto le deboli apparenze del pane e del vino, v’è qualcosa di grande che forza l’attenzione di Dio e l’obbliga a provarci che ha gradito ciò che gli abbiamo offerto. Così si comprende il furore di Satana che, con rabbia diabolica, fa tanti sforzi quanti gliene suggerisce la sua astuzia per distruggere la fede nella Presenza reale, cerca di rovesciare gli altari e di diminuire il numero dei sacerdoti perché il numero delle Messe offerte a Dio diminuisca.

Chi non si meraviglia considerando che colui che opera così grandi cose, colui ch’è rivestito di sì gran potere dinanzi a Dio, è un uomo peccatore? Se tal sacro ministero fosse riservato agli Angeli, questi spiriti puri che non possono essere contaminati dal peccato, ciò non sorprenderebbe affatto. Ma no, Dio ha scelto per questo sublime ministero un uomo peccatore. Senza dubbio quest’uomo dovrebbe tremare, ma si sente forte, avendo tra le mani il Figlio di Dio.
QuestíOstia pura, santa e senza macchia che il sacerdote offre a Dio è ancora Panem sanctum vitae aeternae, et Calicem salutis perpetuae. Ecco la parte sacramentale della Santa Eucaristia. Se quest’Ostia è sacrificio offerto a Dio, è anche il Sacramento destinato a nutrire le nostre anime, per dar ad esse la vita e la salute eterna.

In questa magnifica orazione, il sacerdote pronunziando le parole: Hostiam puram, hostiam sanctam, hostiam immaculatam, fa il segno di croce per tre volte sull’Ostia e sul calice al tempo stesso. Poi, dicendo: Panem sanctum vitae aeternae, lo fa sul pane; e dicendo: Calicem salutis perpetuae, lo fa sul calice. Ciò facendo, ha forse la pretesa di benedire Nostro Signore? No, certamente. Fino alla Consacrazione ha benedetto il pane, perché ha il diritto di farlo, dal momento che gli è stata conferita la potestà di benedire. Ma ora non ha più il pane tra le mani; il pane si è convertito già nell’Autore di ogni benedizione, che sta riposando sull’altare. Se il sacerdote fa dunque il segno di croce è per mostrarci che questo sacrificio è il Sacrificio della croce, Sacrificio veramente puro, santo ed immacolato. Segna l’Ostia a parte, per dirci che in essa vi è il Corpo di Cristo che fu crocifisso e poi segna il calice, per mostrarci che contiene veramente il Sangue che Cristo versò sulla croce. Sicché, a partire dal momento della Consacrazione, dobbiamo considerare che i segni di croce che la Chiesa comanda di far al sacerdote non sono già segni di benedizione fatti sopra Nostro Signore, ma indicano e ricordano il Sacrificio della croce.

XXIX – SUPRA QUAE PROPITIO

II sacerdote allarga di nuovo le braccia e prosegue la grande preghiera, dicendo: Supra quae propitio ac sereno vultu respicere digneris. “Sì, Signore, nonostante la tua somma santità, la tua somma potenza, tu che sei l’Essere per eccellenza, degnati di volger uno sguardo di bontà e di misericordia su questo esilio terreno e degnati di accettare ciò che ti offriamo”: Supra quae respicere digneris.

Et accepta habere. Fino al pontificato di san Leone quest’orazione terminava in modo diverso. Si sottintendeva illa, “quelle cose”, per concludere la frase. San Leone, credendo che si potesse completar in modo più determinato e preciso, aggiunse alla fine dell’orazione le parole: sanctum sacrificium, immaculatam hostiam. Questo è dunque il senso completo della frase: et accepta habere sanctum sacrificium, immaculatam hostiam. Il resto della frase che oggi abbiamo forma una specie di parentesi: sicuti accepta habere dignatus es munera pueri tui justi Abel…, “Ricevi dunque questo sacrificio, o Signore – dice il sacerdote -, come ti sei degnato di gradire le offerte del tuo servo, il giusto Abele”. Così, Signore, hai accettato le offerte di Abele, benché fossero infinitamente inferiori a quelle che noi possiamo presentarti, poiché non è possibile stabilire un confronto tra questi due sacrifici; e con tutto ciò, per quanto infime fossero le offerte di Abele, tu le hai accettate.
Ma non è tutto. Un tempo vi fu un altro sacrificio assai gradito a Dio: et sacrificium patriarchae nostri Abrahae, il sacrificio di Abramo. Il primo sacrificio, quello di Abele, è un sacrificio cruento; quest’ultimo è incruento: è il sacrificio del padre che acconsente ad immolar il figlio suo, domandatogli da Dio. Il Signore dice: «Prendi il tuo figlio e va’ ad offrirmelo in olocausto sul monte che io ti mostrerò» (Gn 22,2). E Abramo ubbidisce e parte col figlio. Tutto consiste qui nella rassegnazione del grande Patriarca; il suo sacrificio è tutto spirituale, perché Dio, contento della sua obbedienza, gli comanda di risparmiar il figlio e di sparger il sangue d’un ariete. Invece d’Isacco offre come vittima un ariete. Abele ed Abramo sì trovano riuniti nel Sacrificio di Gesù Cristo che sacrificò il suo onore e la sua vita, offrendosi al Padre suo con la più completa adesione ed immolandosi veramente, poiché il suo Corpo si separò dal suo Sangue. È dunque molto pertinente rievocar insieme il sacrificio d’Abele e quello di Abramo. Anche se il sacrificio fondamentale è il primo, tuttavia il sacrificio di Abramo fu tanto gradito a Dio da rendere questo Patriarca degno di divenire l’antenato di Cristo, il quale ha nelle sue vene il sangue del Padre dei credenti.
Ma il sacerdote aggiunge alcune parole che provano l’esistenza d’un terzo sacrificio: et quod tibi obtulit summus sacerdos tuus Melchisedech. Questo terzo sacrificio è tutto misterioso: è stato offerto dal gran sacerdote Melchisedech, personaggio misterioso. Dio gradì questo sacrificio e possiamo ricordare ciò che disse al suo Figlio nel salmo 109: Tu es sacerdos in asternum secundum ordinem Melchisedech. “Quando vuoi onorar il tuo Figlio, Signore, gli dici che è sacerdote secondo l’ordine di Melchisedech; questo prova che il sacrificio di questo personaggio misterioso ti è stato gradito”.
Nel Sacrificio della Messa, abbiamo insieme il sacrificio di Abele, quello di Abramo e quello di Melchisedech: il sacrificio di Abele, che rappresenta il Sacrificio della croce, con il quale la Messa costituisce un unico Sacrificio; il sacrificio di Abramo, in cui l’immolazione non è cruenta, come avviene nel Sacrificio della Messa; infine il sacrificio di Melchisedech, che rappresenta il Sacrificio della Messa, in cui il pane e il vino sono presenti sull’altare. Dopo la consacrazione, del pane e del vino non restano più che le specie o apparenze, le quali servono a nascondere la Vittima.

XXX – SUPPLICES TE ROGAMUS

All’orazione che segue, il sacerdote non ha più le braccia allargate, perché s’inchina profondamente in atto di supplica. Ponendo sull’altare le mani giunte, dice: Supplices te rogamus, omnipotens Deus: jube haec perferrì per manus sancti Angeli tui in sublime altare tuum, in conspectu divinae majestatis tuae. Parole tremende, afferma Innocenzo III nel suo Trattato sul Sacrificio della Messa. Il sacerdote non designa altrimenti la sua offerta che con la parola haec, “queste cose”; sa che Dio le vede, che conosce il loro valore, e per questo si contenta di dire: jube haec perferrì, “ordina che queste cose siano portate”.

E dove vuole che siano portate? In sublime altare tuum. Non basta l’altare della terra; pretendiamo che la nostra offerta sia trasportata sull’altare del cielo, su quell’altare che vide san Giovanni e sul quale è rappresentato un Agnello come immolato: et vidi Agnum stantem tamquam occisum. Questo Agnello, dice san Giovanni, è ritto, però, aggiunge: tamquam occisum, “è come immolato”. Infatti, Nostro Signore avrà sempre le sue cinque piaghe che sono ora risplendenti, ma l’Agnello è ritto, perché è vivo, e non morrà più; così ce lo mostra san Giovanni. Tale è l’altare sul quale Nostro Signore sta ritto, nella sua vita immortale, portando impressi i segni di quanto soffrì: Agnum tamquam occisum. È là dinanzi al trono della maestà divina. Il sacerdote domanda dunque a Dio che mandi un Angelo, il quale, prendendo la Vittima sull’altare della terra, la metta sull’altare del cielo.
Qual è questo Angelo a cui allude il sacerdote? Non v’è cherubino, serafino, angelo o arcangelo che possa far ciò che il sacerdote domanda qui a Dio; è al di sopra del loro potere. Orbene, la parola “angelo” significa inviato, e il Figlio è stato inviato dal Padre, è venuto sulla terra e ha dimorato in mezzo agli uomini; è dunque il vero missus, l’Inviato, come Egli medesimo disse: et qui misit me Pater (Gv 5,37). D’altra parte Nostro Signore non è semplicemente nella categoria di quegli spiriti che chiamiamo angeli o arcangeli che Dio pone presso di noi; no, Egli è l’Angelo per eccellenza, Egli è – dice la Sacra Scrittura – l’Angelo del gran consiglio, Angelus magni consilii, di quel gran consiglio di Dio che ha voluto riscattar il mondo e per questo ci ha dato suo Figlio. Il sacerdote domanda dunque a Dio che l’Angelo porti sull’altare del cielo naso, ossia ciò che sta sull’altare della terra, e fa questa domanda per far notare l’identità del Sacrificio del cielo col Sacrificio della terra (15).

V’è qui qualcosa di simile a quel che si pratica nella liturgia greca. Dopo la Consacrazione, gli Orientali domandano allo Spirito Santo di venire ad operare questo divino mistero per dimostrare -come abbiamo detto – che è questo Spirito divino che opera qui come ha operato nella Santissima Vergine all’Incarnazione. Ma il mistero è già operato, e anche qualora il sacerdote greco dimenticasse quest’orazione, l’azione dello Spirito Santo già sarebbe compiuta. Quel ch’essi si propongono nella loro orazione, come noi nella nostra latina che abbiamo analizzata, è di affermare sempre più l’identità dei sacrifici dell’Agnello in cielo e sulla terra. In cielo quest’Agnello è ritto, benché appaia come immolato; qui è immolato ugualmente. Orbene, chi è che riunisce questi due sacrifici in uno solo? Gesù Cristo, l’Inviato, l’Angelo del gran consiglio.
II sacerdote in seguito aggiunge: Ut quotquot ex hac altaris participatione e, pronunziando queste parole, deve baciare l’altare, al quale la Chiesa porta una così grande venerazione per esser immagine di Gesù Cristo, Altare vivente; e di questa venerazione e rispetto sono segno i bei riti che compie per la sua santificazione e consacrazione.

Il sacerdote continua: Sacrosanctum Filli fui Corpus et Sanguinerà sumpserimus (fa il segno di croce sull’Ostia e sul calice, poi segna se stesso), omni benedictione caelesti, et grafia repleamur. Per eundem Christum Dominum nostrum. Così domandiamo qui d’essere riempiti d’ogni sorta di grazie e benedizione, come se fossimo ammessi in cielo alla partecipazione di questo Altare vivente, che è Gesù Cristo, dove Egli stesso elargisce ogni grazia e benedizione. Domandiamo queste grazie e benedizioni in virtù della nostra partecipazione a quest’altare della terra, che la santa Chiesa tratta con tanta devozione. In nome di quest’altare il sacerdote domanda per tutti gli uomini ogni sorta di benedizioni, perché il sacerdote non parla mai per sé solo, e perciò dice: repleamur, “che siamo riempiti”. Fa il segno di croce dicendo le ultime parole per mostrare che queste benedizioni ci vengono dalla croce e per significare altresì che le accettiamo con tutto il cuore.
Qui finisce la seconda parte del Canone, che riguarda l’offerta. Queste tre orazioni circondano l’atto della Consacrazione, come le precedenti l’hanno preparato. Ora la santa Chiesa ci conduce alla preghiera d’intercessione.

NOTE

15) Quest’interpretazione di Dom Guéranger circa l’angelo” menzionato nel Canone è naturalmente sua personale. Non manca chi, al contrario, abbia identificato quell’”angelo” con una reale creatura celeste. «All’altare il Cielo e la terra si prestano mutuo soccorso per meglio esprimere a Dio i ringraziamenti e gli omaggi che gli sono dovuti. Infatti, mentre il sacerdote celebra, i santi angeli vanno a portare ed offrire il Sacrificio, come dimostra il fatto seguente, del quale si garantisce l’autenticità. Un giorno un sacerdote, nel momento della Consacrazione, vide intorno all’altare una moltitudine di spiriti celesti che, prostrati, adoravano col più profondo rispetto. Quando si inchinò, secondo la rubrica del Messale, dicendo: “Dio onnipotente, ti preghiamo umilmente di comandare che questi doni vengano portati dalle mani del tuo santo Angelo al tuo sublime altare, alla presenza della tua divina maestà”, vide uno di quegli spiriti, più bello degli altri, prendere l’Ostia consacrata e portarla davanti alla divina Maestà. I cori degli angeli si rallegravano con lui e tutta la corte celeste provava grande gioia per quell’offerta, come se l’avesse presentata essa stessa. Il sacerdote, con lo sguardo in alto come in estasi, contemplava stupito quel sublime spettacolo e, dopo qualche istante, abbassando gli occhi sul corporale, vide l’Ostia di nuovo al suo posto e si meravigliò di un così rapido ritorno. Pieno di gioia terminò la Messa con grande consolazione sensibile e fervore, e più tardi raccontò il fatto a qualche amico, invitandolo a lodarne Dio»: M. DE COCHEM, La Santa Messa, Albano Laziale 2002, p. 139.

XXXI – MEMENTO DEI DEFUNTI

Oltre alla Chiesa trionfante e a quella militante, esiste anche un’altra regione in questo gran Corpo, ed è la Chiesa purgante. Sì, Dio ci ha dato il potere d’intercedere per essa, per venirle in aiuto e farle del bene; così si offre il santo Sacrificio secondo l’intenzione dei suoi membri, e la Chiesa, piena di materna sollecitudine, vuole che in tutte le Messe che si celebrano si faccia menzione dei suoi figli che soffrono ancora nel luogo d’espiazione, onde procurar loro un nuovo sollievo. È articolo di fede credere nell’efficacia del Sacrificio per il sollievo delle anime del Purgatorio, dottrina che ci è stata trasmessa dalla Tradizione. Sin dalla fine del II secolo, Tertulliano parla della preghiera per i defunti. Un tempo vi era un dittico esclusivamente destinato a contener i nomi dei defunti dei quali si voleva far una speciale memoria, come ad esempio quello dei benefattori.
Il sacerdote si rivolge dunque a Dio in favore di questi membri che soffrono: Memento etiam, Domine, famulorum famularumque tuarum N. et N., qui nos prsecesserunt cum signo fidei, et dormiunt in somno pacis. Si afferma qui che intercediamo per coloro che ci hanno preceduto col segno della fede. E che cosa intende la santa Madre Chiesa per “segno della fede”? S’intende il segno del battesimo e quello della cresima, che completano il cristiano. Già il battesimo da sé solo ci da il segno della fede, poiché in esso si vien segnati con la croce cosicché, quando si porta in chiesa il corpo d’un defunto, il sacerdote pronunzia su di esso questa preghiera: Non intres in judicium cum servo tuo, Domine, […] qui, dum viveret, insignitus est signaculo sanctse Trinitatis: “II tuo servo è stato segnato col segno della fede – signum fidei, segno della Trinità -, merita, o Signore, d’essere preso in considerazione e di non essere giudicato troppo severamente”. La parola della santa Chiesa signum fidei, ci prova, ancora una volta, che noi non possiamo pregare per gl’infedeli, come abbiamo notato nel memento dei vivi, poiché essi non sono nella Comunione della Chiesa.
Et dormiunt in somno pacis. Con queste parole la Chiesa vuole farci notare com’essa consideri la morte del cristiano: è un sonno -essa dice – perché coloro dei quali parliamo dormono: dormiunt, e per questo s’è dato il nome di cimiteri, parola che significa “dormitorio”, ai luoghi utilizzati per dar sepoltura ai morti. Dormono e dormono un sonno di pace: in somno pacis. La santa Chiesa s’esprime così perché coloro per i quali prega sono morti in pace con lei e dando prove della loro filiale sottomissione alle sue decisioni; sono morti in Gesù Cristo, nel bacio del Signore ed, anche qualora fossero in Purgatorio, si può dire di loro che dormono il sonno della pace, perché sono stati salvati in Gesù Cristo che porta seco la pace.

Nelle catacombe si trovano spesso le parole in pace, incise sulle pietre sepolcrali; era questa l’espressione di cui si servivano i primi cristiani parlando della morte. Così pur nell’Ufficio dei Martiri cantiamo: Corpora sanctorum in pace sepulta sunt. Quest’Ufficio antichissimo ci ricorda il linguaggio delle catacombe: in pace. La santa Chiesa conserva questo ricordo nel momento in cui prega per i morti, ponendo sulla bocca del sacerdote le parole: dormiunt in somno pacis.
La rubrica prescrive al sacerdote di congiungere le mani prima di terminare questa prima parte dell’orazione. È allora che egli prega per i defunti che vuoi raccomandar in modo particolare. Dopo averlo fatto, allarga di nuovo le mani e prosegue la sua preghiera, dicendo: Ipsis, Domine, et omnibus in Christo quiescentibus. Vediamo in tal modo che ciascuna Messa è proficua per tutte le anime del Purgatorio. Locum refrigerii, lucis et pacis, ut indulgeas, deprecamur. Osserviamo bene ciascuna delle tre petizioni avanzate qui dalla Chiesa: refrigerio, luce, pace. Che cos’è dunque il Purgatorio? È un luogo dove le anime sentono crudelmente gli ardori del fuoco e, di conseguenza, hanno necessità di sollievo. È inoltre un luogo dove non v’è luce, poiché la Chiesa reclama per quelle anime locum lucis; niente, dunque, viene a distrarle dalle loro sofferenze in questo luogo di espiazione. È, infine, un luogo in cui regna la più continua agitazione, perché le anime colà trattenute non possono ancora ricongiungersi a Dio verso il quale si sentono spinte; luogo di turbamento, cagionato dalla disgrazia di vedersi sommerse nella tristezza e nel dolore: è la mancanza della pace. È, in una parola, un luogo del tutto contrario a quello in cui regnano refrigerium, lux et pax. Queste tre espressioni sono della più alta importanza, poiché ci fanno conoscere che quando noi preghiamo per i defunti, giunge ad essi il nostro soccorso come refrigerio, luce e pace.

Il sacerdote termina la sua orazione con la consueta conclusione: Pereundem Christum Dominum nostrum. Amen. Nella rubrica è prescritto di terminarla chinando il capo, cerimonia che non è prevista alla fine delle altre orazioni. È come un’istanza maggiore: in questo momento s’illumina il Purgatorio, perché la preghiera offerta per le anime lì trattenute non è mai inutile. Sembra che la prigione s’apra per lasciare penetrar in essa rugiada, luce e pace, e questo triplice soccorso si concede alle anime nella misura in cui la giustizia di Dio lo reputa conveniente. E questo perché la Chiesa non prega per i defunti se non attraverso il suffragio, non avendo più su di essi i diritti che ha sopra i suoi membri viventi in questo mondo. Ma noi sappiamo anche che le sue preghiere sono sempre di salutare effetto per le anime del Purgatorio, e che Dio non lascia mai senza efficacia alcuna delle preghiere che gli sono rivolte.

XXXII – NOBIS QUOQUE PECCATORIBUS

Ora, dopo aver fatto scorrer il Sangue di Gesù Cristo a profitto delle anime del Purgatorio, ritorniamo a noi. Il sacerdote si dichiara peccatore con noi dicendo: Nobis quoque peccatoribus famulis tuis, de moltitudine miserationum tuarum sperantibus, partem aliquam, et societatem donare dignerìs, cum tuis sanctis…, “Anche noi, sebbene peccatori, reclamiamo la nostra parte di felicità, non vogliamo restarne al di fuori”. È questo il solo momento in cui il sacerdote alza la voce durante il Canone, battendosi il petto. Il nostro amore fraterno ci aveva indotto a pregare per quei nostri fratelli che sono morti e non sono ancora entrati nell’eterna beatitudine. Anche noi preghiamo Dio di rendercene partecipi, sperando nella sua bontà e misericordia.

E con chi vogliamo essere compartecipi? Cum tuis sanctis Apostolis et Martyribus. Sembra alla santa Chiesa di non aver ancor nominato abbastanza Santi. Ma, non volendo aumentare la prima lista, trova qui il momento propizio per parlare di coloro che le sono particolarmente cari. Poiché è una gloria grandissima per i Santi essere menzionati in quella ch’è l’Azione per eccellenza (ossia la Santa Messa), Dio ha scelto gli eletti che devono essere ricordati alla presenza di Cristo medesimo.
Di nuovo incontriamo qui gli Apostoli e i Martiri: Cum tuis sanctis Apostolis et Martyribus. E ciò perché nei primi secoli si rendeva o-maggio ed onore soltanto a queste due categorie di Santi, non essendo ancora stabilito il culto dei Confessori. Desideriamo dunque esser in società, societatem, con essi ed anche cum Joanne, ossia con Giovanni Battista, il Precursore del Signore.
Stephano, Stefano, il protomartire. Perché questo modello, capo dei Martiri non è stato ancora nominato? Perché dopo aver nominato nel primo dittico san Pietro e gli Apostoli, la Chiesa è passata subito ai primi Papi: Lino, Cleto e Clemente. Nominando san Pietro e i suoi tre successori, si definisce subito la santa Chiesa e il potere di Pietro con questa gloriosa triade di santi Papi. Santo Stefano avrebbe scompaginato quest’ordine di idee, se lo si fosse nominato nella prima lista, come pure san Giovanni Battista, che non è considerato né come apostolo né come martire, quantunque abbia predicato la penitenza e la venuta del Signore, e sia morto a motivo del suo zelo nel difendere la virtù della castità. La santa Chiesa non vuole, tuttavia, tralasciare di commemorare questi due grandi Santi e per questo li inserisce qui.

Matthia: è un apostolo, ed è menzionato qui perché, avendo la santa Chiesa nominato dodici Apostoli nel suo primo dittico e collocato in esso san Paolo, Mattia, che fu eletto per completar il collegio apostolico dopo la defezione di Giuda, doveva pur esservi nominato, ed era opportuno collocar il suo nome in cima al secondo dittico.

Barnaba, fu compagno di san Paolo in molti dei suoi viaggi apostolici. Ignatio, il gran martire che, dopo sant’Evodio, successe a san Pietro nella sede di Antiochia. È sua quella magnifica lettera indirizzata ai Romani nella quale parla della felicità di soffrire per amore di Gesù Cristo. Venne a Roma, sotto l’impero di Traiano e in questa città subì il martirio.

Alexandro, quinto o sesto successore di san Pietro, pontefice di eminenti qualità. È opportuno nominarlo qui, perché fu lui che ordinò di aggiunger al Canone le parole: Qui prìdie quam pateretur, per ricordar in questo solenne momento la Passione del Signore.
Marcellino, Petro: Marcellino e Pietro, martiri ambedue della persecuzione di Diocleziano. Il primo era sacerdote, Pietro era esorcista. Non si separano mai, i loro nomi vanno sempre uniti.
Finora, come abbiamo veduto, nel Canone non s’è fatta menzione delle donne. La santa Chiesa non può tuttavia ometterle. Qual è dunque la prima di cui ci parla? Felicitate: è la grande Felicita, l’eroica madre che nella persecuzione di Marco Aurelio rinnovellò il generoso sacrificio della madre dei Maccabei, sacrificando sulle are della fede i suoi sette figli. Ella, a sua volta, soffrì il martirio il 29 novembre, alcuni mesi dopo il martirio dei suoi figli, che avvenne nel luglio precedente. È tanto illustre la gloriosa martire Felicita, come pure i suoi figli, che, essendo già aperte le catacombe all’epoca del suo martirio, si divisero i corpi dei suoi figli tra i diversi cimiteri. Nel cimitero di santa Priscilla fu sepolta lei con due dei suoi figli.

Perpetua: è la nobile Perpetua di Cartagine. Poiché è collocata dopo santa Felicita, non v’è dubbio che la Felicita qui menzionata è quella di Roma e non quella che subì il martirio a Cartagine con santa Perpetua. Qui Perpetua rappresenta la sua compagna e tutti quelli che soffrirono con lei il martirio. È qui nominata sia perché è la più illustre di tutte, sia per avere scritto parte del racconto del suo martirio.

Agatha, Lucia. Sino al pontificato di san Gregorio Magno si diceva: Perpetua, Agnete, Caecilia; ma questo santo Pontefice, che sentiva grande affetto per la Sicilia, dove aveva fondato sei monasteri, inserì nel Canone due vergini siciliane, Agata di Catania e Lucia di Siracusa, dando ad esse come a straniere il primo posto e mettendo dopo di loro le vergini romane Agnese e Cecilia. Perché si antepone qui Agnese a Cecilia, se Agnese soffrì il martirio sotto l’impero di Diocleziano, mentre per incontrare Cecilia dobbiamo risalire all’epoca di Marco Aurelio? Sembra che non vi sia altra ragione che l’armonia della frase.

Anastasia, nobile vedova romana che soffrì il martirio sotto l’impero di Diocleziano. Questa santa Martire acquistò a Roma grande celebrità, al punto che il Sommo Pontefice soleva celebrare nella sua Chiesa la seconda Messa di Natale. Oggi quest’uso è sparito, ma si conserva quello di far la commemorazione di una così grande Santa nella seconda Messa di detto giorno.
Intra quorum nos consortium, non aestimator meriti, sed veniae, quaesumus, largitor admitte. Dopo aver fatto di nuovo memoria dei Santi, il sacerdote domanda a Dio che si degni ammetterci tra loro. Non certamente perché ne abbiamo diritto per i nostri meriti, ma per opera e grazia della sua bontà e misericordia. Il sacerdote termina quest’orazione con la consueta conclusione: Per Christum Dominum nostrum.

XXXIII – PER QUEM HAEC OMNIA

Anticamente si praticava in questo momento della Messa una cerimonia che oggi è sparita. Sì collocavano vicino all’altare pane, vino, verdura e frutta, e il sacerdote pronunciava le parole seguenti (che anche oggi fan seguito alla conclusione dell’orazione precedente): Per quem haec omnia, Domine, semper bona creas, sanctìficas, vivificas, benedicis et praestas nobis. Nel proferire queste parole, il sacerdote, che allora stava alla presenza del medesimo Dio e in tutta la grandezza del suo ministero, dava la benedizione a tutti quei frutti che si presentavano dinanzi all’altare. La differenza tra gli usi e costumi di quei tempi e quelli dei nostri giorni spiega perfettamente l’esistenza di detta cerimonia nell’antichità e la sua omissione nell’epoca attuale. Anticamente la Chiesa non aveva che un solo altare disposto secondo la descrizione fatta da san Giovanni nell’Apocalisse, ossia: il trono del Padre in fondo all’abside, l’altare dinanzi, i vegliardi a ciascun lato e l’Agnello sopra l’altare. Si diceva una Messa sola, e non tutti i giorni; la celebrava il vescovo, e tutti i sacerdoti si univano a lui e consacravano con lui. I fedeli presentavano dunque tutti i frutti della terra e quanto serviva al loro nutrimento, perché il vescovo li benedicesse in quell’unica Messa. Più tardi, verso il secolo VIII, per ispirazione dello Spirito Santo, si andò facendo più frequente la celebrazione del santo Sacrificio, si moltiplicarono gli altari e si aumentò il numero delle Messe. E, a misura che s’introduceva questo santo costume, andò sparendo quello di portar i frutti da benedire.

Che ne faceva dunque la santa Chiesa di queste parole di benedizione? Il sacerdote le sottrasse al significato primitivo per applicarie al Corpo di Nostro Signore Gesù Cristo presente sull’altare, attraverso il quale ci sono state date tutte le cose. Così il sacerdote, pronunziando le parole sanctificas, vivificas, benedicis, fa il segno di croce sull’Ostia e sul calice. Potrà dirsi che questo cambio è un po’ forzato, ma almeno ci dimostra il grande rispetto che la Chiesa porta al Canone della Messa poiché, per non perdere queste parole, le applica al Corpo di Gesù Cristo, che è stato creato come i frutti della terra e che, per i misteri della sua Passione, della sua Risurrezione e della sua Ascensione, ha compiuto perfettamente ciò che queste parole esprimono: sanctificas, vivificas, benedicis; e, infine, preastas nobis, “ci è donato come nutrimento”.

Oggi rimane qualche vestigio dell’antica cerimonia nel rituale benedettino, poiché il giorno della Trasfigurazione si benedice, in questo momento, l’uva, benché non si adoperino per questa benedizione le parole del Canone, ma un’orazione presa dal Messale di Cluny. Similmente, il Giovedì Santo il vescovo benedice a questo punto della Messa l’olio degli infermi.
Il Canone volge al termine. Terminerà quando il sacerdote alzerà la voce per dire la conclusione ultima e recitare l’orazione domenicale. I Greci chiamano il Canone Liturgia. Con l’andar dei secoli il significato di questa parola si è estesa a tutto l’insieme di cui si compone l’Ufficio divino, ma in principio non s’intendeva altro che il Canone della Messa, il quale, secondo il significato della parola greca, è l’opera per eccellenza. Similmente, vediamo scritto nel Messale latino: Infra actionem, per significare ciò che si fa nell’Atto del Sacrificio, che è l’atto per eccellenza. Inoltre, la parola Canone è una parola greca, come abbiamo detto. Non v’è nulla di strano nell’uso di queste parole greche, se si considera l’estensione grandissima che aveva avuto la lingua greca nell’epoca in cui è nata la Chiesa, fino al punto che dei quattro Vangeli, tre certamente furono scritti in greco.
Prima della fine della grande preghiera, si compie sull’altare un rito molto solenne, che costituisce l’ultima confessione che fa la Chiesa dell’identità che esiste tra il Sacrificio della croce e quello della Messa. Il sacerdote scopre il calice che contiene il Sangue del Signore, e, dopo aver fatto la genuflessione, prende con la mano destra l’Ostia santa e con la sinistra il calice; poi fa con l’Ostia il segno di croce sul calice per tre volte, dicendo: Per ipsum, et cum ipso, et in ipso; quindi fa il segno di croce, sempre con l’Ostia, tra il calice e il suo petto, ed aggiunge: est tibi Deo Patri omnipotenti, in unitate Spiritus Sancii; mette quindi di nuovo l’Ostia al di sopra del calice ed, alzando un po’ l’una e l’altro, dice: omnis honor et gloria; posa infine l’Ostia sul corporale, ricopre il calice e dice: Per omnia saecula saeculorum, e il popolo risponde: Amen.

Che cosa significano questi gesti del sacerdote? La santa Chiesa possiede il suo Sposo nello stato d’immolazione e di sacrificio, ma sempre vivente. Così vuoi far rilevar in Lui questa qualità di Dio vivente e l’esprime con la riunione del Corpo e del Sangue del Signore, ponendo l’Ostia al di sopra del calice che contiene il prezioso Sangue, per rendere gloria a Dio. Allora dice per bocca del sacerdote: per ipsum, per Lui è glorificato il Padre; et cum ipso, con Lui è glorificato, perché la gloria del Padre non è superiore a quella del Figlio, né da quella isolata (quanta grandezza in questo cum ipso!), et in ipso, in Lui è glorificato il Padre, poiché la gloria che il Figlio da al Padre è nel Figlio e non fuori di Lui, in ipso. Sicché, dunque, per Lui, con Lui (cioè condividendo insieme con Lui), e in Lui, si da a Dio Padre tutto l’onore e tutta la gloria.

Il sacerdote fa ancora il segno di croce per due volte, ma lo fa solamente tra il calice e il suo petto. Perché questa differenza? Le parole che pronuncia ce lo dicono: est tibi Deo Patri omnipotenti, in unitate Spiritus Sancti. Poiché né il Padre né lo Spirito Santo sono stati immolati, non conviene che nominandoli si metta l’Ostia al di sopra del Sangue che appartiene unicamente al Figlio, essendo stato Egli l’unico a rivestirsi dell’umana natura e ad immolarsi per noi.

Ma, pronunziando queste ultime parole: omnis honor et gloria, il sacerdote riporta l’Ostia santa al di sopra del calice, volendo esprimere che ormai, nelle vene del Dio ch’egli offre, circola il Sangue divino con l’immortalità. Il sacerdote può dunque dire a Dio: omnis honor, et gloria, “quest’offerta è l’atto più glorioso che possa essere fatto in onor tuo, o Signore, perché possediamo Cristo risuscitato, ed è Lui medesimo che è immolato in tuo onore su quest’altare”. No, Colui che offriamo non è una semplice creatura, ma per lui e con lui – per ipsum et cum ipso – si da a Dio ogni gloria ed onore. Tale gloria e tale onore vanno direttamente a Dio, il quale non può ricusare l’omaggio che gli tributa Colui che è immolato e che tuttavia è vivo. Il Sacrificio offerto in questo modo è il più grande che possa farsi per Iddio.

L’immolazione di Nostro Signore sul Calvario fu un delitto orrendo e abominevole; l’immolazione che s’effettua sull’altare è quanto di più glorioso possa esservi per Dio, poiché Colui che è offerto è vivo. È il Dio vivente che noi offriamo: è il Figlio vivente offerto al Dio vivente. Può esservi nulla di più grande? E che cosa v’è di più giusto dell’esprimer questo pensiero ponendo il Corpo del Signore al di sopra del calice che contiene il suo Sangue? Ecco perché il santo Sacrificio della Messa è l’atto più glorioso che si possa far per Iddio, poiché in questo momento sublime gli si tributa ogni onore e gloria: per ipsum, et cum ipso, et in ipso.

Questo rito solenne, di cui abbiamo trattato, ci mostra anche quanto Dio abbia amato il mondo. Pensiamo bene che il sacerdote ha tra le mani Colui per il quale non solamente si da a Dio ogni onore e gloria, ma Colui che condivide con Dio questa medesima gloria: per ipsum, et cum ipso! È il Verbo del Padre che si lascia prendere, che si lascia toccare, perché vuole che si dia a Dio ogni gloria ed onore: omnis honor et gloria; vuole che salga fino al trono di Dio un omaggio che possa essergli gradito. Che sono gli omaggi degli uomini in confronto a quelli che Nostro Signore rende al Padre suo?

Sì, il santo Sacrificio della Messa è veramente l’atto più glorioso che possiamo offrire a Dio. È ben vero che possiamo anche offrirgli delle preghiere o far atti di virtù, ma ciò non forza la sua attenzione, mentre nella Messa è obbligato da tutte le perfezioni in essa contenute a prestar attenzione all’omaggio che gli viene reso.

Ma questo rito così importante esiste sin dai primi secoli? Certamente è antichissimo e deve essere sempre esistito, perché si trova ovunque. Si comprende, infatti, che là santa Chiesa, offrendo il suo Sposo a Dio, non può sempre dire che è morto; essa l’ha immolato, è vero, ma Colui che ha così immolato è vivente e bisogna che lo confessi. Ora trovano esatto compimento i tre grandi misteri della Passione, della Risurrezione e dell’Ascensione. Il nostro Cristo è veramente tutto quanto ci esprimono questi tre misteri, e la santa Chiesa ce lo ricorda. Prima che si fossero compiuti, non esistevano – per così dire – tante ricchezze. Nasce in Betlem, ma l’Incarnazione sola non doveva salvarci, secondo i disegni di Dio, quantunque sarebbe stata più che sufficiente a riscattarci, se Egli l’avesse voluto. Allora Cristo soffre la Passione, ma anche questo non è tutto. Gli manca la vittoria sulla morte: la Risurrezione. Anche questo non basta. Cristo deve aprire le porte del cielo, e per questo occorre la sua Ascensione. Bisogna che la nostra natura umana di cui s’è rivestito, nella quale ha sofferto e per la quale ha subito la morte, sia da Lui collocata in cielo, per mezzo della sua Ascensione gloriosa. Così, dunque, Colui che il sacerdote tiene nelle sue mani è realmente il Signore, che ha sofferto, è morto, è risuscitato ed è salito al cielo.

Perché dobbiamo ringraziare costantemente Dio per essersi degnato di farci nascere dopo il compimento di tutti questi grandi misteri. In quanto a quelli che sono morti tra la Risurrezione e l’Ascensione, benché più felici di molti altri, non lo sono stati però quanto noi, perché i misteri di Cristo non erano allora completi.

Quelli che sono morti tra la morte di Nostro Signore e la sua Risurrezione furono meno felici ancora.
Quanto a coloro che sono morti prima della venuta di Gesù Cristo, non avevano altro che le speranze ed era loro necessario lasciare questa vita prima di vederle realizzate. Quanto più fortunati siamo noi rispetto a quelli che ci hanno preceduto! Noi diciamo: Unde et memores, Domine, nos servi tui, sed et plebs tua sanata, eju-sdem Christi Filli tui Domini nostri tam beatae Passionis, nec non et ab inferis Resurrectionis, sed et in caelos gloriosae Ascensionis. Quanta forza ci danno queste parole che ci ricordano la Passione, la Risurrezione e la gloriosa Ascensione di Gesù Cristo! Qual religioso fervore e quale amore non dobbiamo avere per una sola Messa, poiché è ciò che di più grande ha fatto Gesù Signore! È tutto ciò ch’Egli può fare; è ciò che farà sempre, perché il ministero di Gesù Cristo non cesserà mai; Egli è e sarà sempre il Sommo Sacerdote: Tu es sacerdos in aeternum.

Nostro Signore sarà sempre Sacerdote, poiché lo stesso Padre suo glielo ha detto: Juravit Dominus et non paenitebit eum: tu es sacerdos in aeternum secundum ordinem Melchisedech, “il Signore l’ha giurato, e non se ne pentirà: tu sei sacerdote in eterno secondo l’ordine di Melchisedech” (Sai 109,4). Il Signore lo ha giurato, juravit, e – aggiunge -: secondo l’ordine di Melchisedech, perché Gesù Cristo deve esercitar il suo ministero per mezzo del pane e del vino che furono anche la materia del sacrificio di Melchisedech. È dunque Sacerdote per sempre – in aeternum – offrendosi sempre per noi ed essendo sempre vivo. E ciò, secondo quanto afferma san Paolo, al fine d’interceder per noi: Semper vivens ad interpellandum prò nobis (Eb 7,25), avendo conservato le piaghe della sua Passione per esser in relazione col Sacrificio ed offrirle per noi al Padre.
Così la santa Chiesa dice con piena confidenza in Dio: Jube haec perferri per manus sancii Angeli tui in sublime altare tuum, in conspectu divinae majestatis tuae, “Comanda, Signore, che le cose che offriamo qui, haec, siano trasportate per mano del tuo Angelo al tuo sublime altare, perché formino un tutt’uno con quell’altare del cielo, poiché sono degne di esso”. E ciò perché sull’altare della terra come sull’altare del cielo, è sempre Gesù Cristo Colui che offre, essendo Sacerdote in eterno ed insieme Vittima. E, quando il mondo avrà cessato d’esistere, Nostro Signore continuerà a render a Dio i medesimi omaggi nella sua qualità di Sacerdote: sacerdos in aeternum, perché Dio deve essere sempre onorato. Orbene, la parte propiziatoria e la parte impetratoria del Sacrificio cesseranno d’esistere, mentre Gesù Cristo, sacerdos in aeternum, continuerà unicamente ad adorar e a ringraziare.

Non sarà inutile far notare brevemente che il santo Sacrificio della Messa è circondato dal sacrificio della lode, e questo riceve da quello la sua vita vera. La santa Chiesa ha fissato l’Ora Terza per offrire il santo Sacrificio. E poiché a quest’ora discese lo Spirito Santo sulla Chiesa, ci fa cominciare Terza dicendo: Nunc Sancte nobis Spiritus… Ella invoca il divino Spirito affinchè con la sua presenza la infervori e la prepari ad offrire il gran Sacrificio. Sin dal Mattutino, tutto l’Ufficio riceve già i raggi di luce che emanano da questo Sacrificio, e tale influenza durerà sin all’ora di Compieta, che pone fine al sacrificio della lode.

Un tempo, come abbiamo detto, l’elevazione avveniva alla fine del Canone, uso che ha conservato la Chiesa greca. Il sacerdote, dopo aver posto l’Ostia al di sopra del calice ed aver detto le parole: omnis honor et gloria, si volta verso i fedeli e mostra loro il Corpo e il Sangue del Signore, mentre il diacono fa ad essi udire le parole: Sancta sanctis, “le cose sante ai santi”.
Finita la grande preghiera del Canone, il sacerdote rompe il silenzio che finora regnava nell’assemblea ed esclama: Per omnia saecula saeculorum. E il popolo risponde: Amen, in segno di approvazione di ciò che è stato fatto e d’unione all’offerta, presentata a Dio.

XXXIV – L’ORAZIONE DOMENICALE

Poiché Dio ci ha detto: «Quando volete pregare, dite: Padre nostro, che sei nei deli, sia santificato il tuo nome» (Le 11,2), qual occasione migliore di questa per elevar a Dio tale preghiera? Così dunque il sacerdote ci fa udire il Pater Noster… L’orazione domenicale ha occupato sempre nel santo Sacrificio il medesimo luogo che occupa oggi, poiché la troviamo in tutte le liturgie, in tutti i Canoni. Inoltre, la Chiesa l’adopera sempre, in tutte le occasioni solenni. Essa costituisce per noi un sostegno e porta con sé la garanzia del medesimo Gesù Cristo, che ci ha detto: “Quando vorrete pregare, dite: Pater noster”. La Chiesa fa precedere tale orazione da queste magnifiche parole: Praeceptis salutaribus moniti, et divina institutione formati, audemus dicere. Sì, se parliamo, se formuliamo le domande che stanno per seguire, ci fondiamo sul precetto che ci comanda di pregare così, precetto che abbiamo ricevuto dal divin Maestro per la nostra salvezza. Egli medesimo ci ha istruito con le sue divine labbra, perciò osiamo dire, audemus dicere: Pater noster.
Il sacerdote presenta a Dio le sette petizioni dell’orazione domenicale. Le prime tre riguardano Dio stesso e trattano dell’amore di benevolenza. Nostro Signore ci mette così sulla via dell’amore più puro. Pater noster qui es in caelis, sanctificetur nomen tuum, “sia santificato il tuo nome”, cioè “ti venga reso tutto l’onore e il rispetto che merita, perché questo ti è dovuto”. Adveniat regnum tuum, “venga presto il tuo regno”: ossia “che il tuo regno si stabilisca in tutti e su tutti, perché tu sei vero re”. Fiat voluntas tua, sicut in caelo, et in terra, “sia fatta la tua volontà qui in terra dagli uomini, così come è compiuta in cielo dagli Angeli e dai beati”.

Dopo aver pregato – secondo gl’insegnamenti dello stesso Gesù Cristo – perché venga il regno di Dio e tutta la creazione lo glorifichi, il sacerdote aggiunge le altre quattro petizioni dell’orazione domenicale, che trattano di ciò che ci è necessario.

Panem nostrum quotidianum da nobis hodie. Domandiamo il pane quotidiano, e Nostro Signore, facendoci dire dacci oggi, vuoi farci intendere che, non sapendo se vivremo domani, è inutile che ci preoccupiamo di ciò che può succeder in un giorno che non è nostro. E chiediamo non solamente il pane per il corpo, ma anche per l’anima, poiché l’anima pure ha bisogno di essere nutrita. Perciò uno degli Evangelisti dice a questo punto: panem nostrum supersubstantialem da nobis hodie (Mt 6,11). Questo pane è sull’altare, e vi è per nutrire le anime nostre, perciò questo è il momento di domandarlo a Dio.

Poi, giacché siamo peccatori, dobbiamo domandare perdono: Et dimitte nobis debita nostra, sicut et nos dimittimus debitoribus nostrìs. “Sì, perdonaci ciò che abbiamo fatto contro di te”. Noi stessi diamo la misura di questo perdono, pregando Dio che ci perdoni come noi perdoniamo a coloro che ci hanno offeso.

Et ne nos inducas in tentatione, “e non ci indurre in tentazione”, ossia: “liberaci dalla tentazione”. Quantunque entri nei disegni di Dio l’esporci alla tentazione per provarci e farci acquistare meriti, possiamo tuttavia chiedergli di preservarci dal pericolo, poiché per la nostra fragilità potremmo facilmente cadervi.

Sed libera nos a malo, “ma liberaci dal male”. Si racchiudono in questa formula due petizioni: chiediamo a Dio che ci liberi dal maligno, cioè dal demonio, che cerca continuamente di farci cadere nel male, e gli chiediamo al tempo stesso che ci salvi dall’abisso del peccato, se per nostra disgrazia vi fossimo caduti.

XXXV – LIBERA NOS QUAESUMUS

A questo punto comincia quella parte della Messa che va sino alla seconda orazione che precede la Comunione. Quest’ultima è il mezzo adottato da Nostro Signore per riunire tutti gli uomini tra loro e farne un’unità completa ed armoniosa. Per questo, quando la Chiesa si vede forzata ad espellere dal suo seno uno dei suoi membri che s’è reso indegno d’appartenervi, lo scomunica, cioè non gli permette d’aver parte alla Comunione dei fedeli. Per esprimere quest’unione, la Chiesa, nostra Madre, vuole che la pace, risultato della carità che regna tra i fedeli, sia oggetto dun’attenzione tutta particolare. Si dispone, dunque, a chiederla nell’orazione che segue, e subito ci si darà il bacio di pace tra i fedeli (16), che esprimerà la loro mutua carità.

Nostro Signore disse nel Vangelo: «Se, presentando la tua offerta all’altare, ti ricordi che il tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì la tua offerta dinanzi all’altare, e va subito a riconciliarti col tuo fratello; allora potrai ritornare a fare la tua offerta» (Mt 5,23-24). La Chiesa si appropria completamente di questo desiderio di Gesù Cristo e si preoccupa in questo momento solenne di mantenere la pace e la carità tra tutti i suoi membri. Nelle Messe dei defunti non si da il bacio di pace, sempre per la medesima ragione che abbiamo esposto innanzi, ossia perché i morti hanno cessato d’essere sottomessi al potere della Chiesa e, di conseguenza, essa non può donar loro la pace: le nostre relazioni con loro sono completamente mutate.

Il sacerdote continua a sviluppare l’ultima domanda dell’orazione domenicale, dicendo: Libera nos, quaesumus, Domine, abomnibus malis, praeteritis, presentibus et futuris, “Fortificaci, o Signore, perché i nostri mali passati ci hanno lasciato in un lacrimevole stato di debolezza spirituale e siamo ancora come convalescenti. Preservaci dalle tentazioni che ci minacciano in questo momento e dalle afflizioni che ci opprimono, come pure dai peccati nei quali possiamo incorrere. Infine difendici da tutti i mali che possono capitarci in avvenire”. Et intercedente beata et gloriosa semper Virgine Dei Genitrice Maria, cum beatis Apostolis tuis Petro et Paulo, atque Andrea, et omnibus Sanctis. La Chiesa, avendo bisogno d’intercessori, non manca di rivolgersi alla Santa Vergine come pure ai santi apostoli Pietro e Paolo. Ma perché si aggiunge qui solamente sant’Andrea? Perché la Chiesa romana ha sempre avuto per quest’Apostolo una devozione particolare. Da propitius pacem in diebus nostris: ut, ope misericordiae tuae adjuti, et a peccato simus semper liberi, et ab omni perturbatene securi, “donaci, Signore, la pace nei nostri giorni, affinchè aiutati dal soccorso della tua misericordia siamo, innanzitutto, liberati dal peccato, e poi sicuri contro tutti gli assalti e tutti i lacci del maligno nemico”.

Tale è la magnifica orazione della pace che la santa Chiesa adopera in questo momento per tale mistero particolare della Santa Messa. Circa a metà di quest’orazione, quando il sacerdote dice: et omnibus Sanctis, fa il segno di croce con la patena, che sin dall’inizio tiene nella mano destra. Poi la bacia in segno di rispetto a questo vaso sacro, sul quale va a riposar il Corpo del Signore, perché non è mai permesso di baciare l’Ostia. Quindi, finita l’orazione, il sacerdote mette la patena sotto l’Ostia, scopre il calice, prende l’Ostia e, tenendola al di sopra del calice, la rompe nel mezzo, dicendo questa parte della conclusione: Per eundem Dominum nostrum Jesum Christum Filium tuum.
Ripone allora sulla patena la parte che tiene nella mano destra; rompe una particella dell’altra metà che tiene nella mano sinistra, dicendo: Qui tecum vivit et regnai in unitate Spiritus Sacti Deus. Allora pone ugualmente sulla patena la parte dell’Ostia che aveva nella mano sinistra, e, tenendo al di sopra del calice la piccola particella che ha staccata, dice a voce alta: Per omnia sacula saeculorum. Il popolo, approvando la sua domanda e aderendo ad essa, risponde: Amen. Allora, facendo tre volte il segno di croce sul calice con la particella che tiene sempre tra le dita, dice ad alta voce: Pax Domini sit semper vobiscum. E si risponde: Et cum spiritu tuo. La Chiesa non perde di vista la pace che ha domandato, e approfitta di quest’occasione per riparlarne.
Il sacerdote lascia allora cadere nel calice la particella che aveva in mano, mescolando così il Corpo e il Sangue del Signore e dicendo al tempo stesso: Haec commixtio, et consecratio Corporìs et Sanguinis Domìni nostri Jesu Christi, fiat accipientibus nobis in vitam asternam. Amen. Che cos’è questo rito? Che cosa significa la mescolanza della particela col Sangue che è nel calice? Questo rito non è dei più antichi, quantunque risalga a più di mille anni fa. Lo scopo che si propone è d’indicare che al momento della Risurrezione del Signore il suo Sangue si unì di nuovo al suo Corpo, rientrando nelle sue vene. Non bastava che la sua Anima tornasse ad unirsi al suo Corpo, bisognava, perché il Signore fosse completo, che anche il suo Sangue fosse nel suo Corpo. Nostro Signore, risuscitando, riprese dunque il Sangue che si trovava sparso sul Calvario, nel pretorio e nell’orto degli Olivi.

Facciamo qui notar un uso, bizzarro e azzardato, che s’è introdotto tra gli Orientali dopo la separazione. Terminata la Consacrazione, essi collocano sull’altare un braciere nel quale si mantiene costantemente un recipiente con acqua bollente, e di quando in quando si mescola una piccola quantità di quest’acqua al prezioso Sangue, avendo cura, però, di non alterare le sacre specie. Questa pratica si osserva solo dal secolo XIV.

Il termine consecratio, che dice il sacerdote recitando le parole che accompagnano l’atto di mescolare la particella dell’Ostia col prezioso Sangue, non deve intendersi nel senso di Consacrazione sacramentale; qui questa parola significa semplicemente “ricongiungimento di cose sacre”.

XXXVI – AGNUS DEI

Dopo aver compiuto questa mescolanza del Corpo col Sangue, il sacerdote s’inchina dinanzi al Santissimo Sacramento e, congiungendo le mani, ricorda la parola di san Giovanni Battista dicendo: Agnus Dei, qui tollis peccata mundi: miserere nobis. Niente di più pertinente di queste parole. La Chiesa, infatti, va ricercando ovunque le cose più belle e adeguate per formare con esse, nell’augusto Sacrificio, un tutt’uno perfetto ed armonico. Prende dagli Angeli il sublime cantico ch’essi in cielo fan risuonar incessantemente, ed esclama: Sanctus, Sanctus, Sanctus Dominus Deus Sabaoth. Poi aggiunge il grido dei fanciulli Ebrei: Benedictus qui venit in nomine Domini. Ora dice col Precursore: Agnus Dei, poiché realmente in questo momento Nostro Signore è l’Agnello immolato. La Chiesa dunque supplica per due volte questo divino Agnello, che ha preso su di sé i nostri peccati, d’aver pietà di noi: miserere nobis. La terza volta aggiunge: Dona nobis pacem, perché l’Eucaristia, come abbiamo già detto, è il Sacramento della pace, per il quale tutti i fedeli si trovano riuniti.

Nelle Messe dei defunti, invece di miserere nobis, si dice: dona eis requiem, e la terza volta si aggiunge sempiternam, per esprimere chiaramente il carattere di quanto chiediamo per le anime dei fedeli trapassati: non domandiamo per esse l’unione nella pace, ma il riposo nella pace eterna.

XXXVII – ORAZIONI PRIMA DELLA COMUNIONE

Segue ora l’orazione della pace: Domine Jesu Christe, qui dixisti Apostolis tuis: Pacem relinquo vobis, pacem meam do vobis: ne respicias peccata mea, sed fidem Ecclesia tuae: eamque secundum voluntatem tuam pacificare et coaudunare digneris: qui vivis et regnas Deus per omnia saecula saeculorum. Amen.

Questa è la formula con la quale il sacerdote domanda per i fedeli la pace e l’unione nella carità, nel momento in cui stanno per partecipar ai santi misteri. Quest’orazione non si dice nelle Messe dei defunti. Quando è terminata, il celebrante da la pace al diacono, e questi, a sua volta, al suddiacono, incaricato di portarla al coro. Se il celebrante è un vescovo, da la pace al sacerdote assistente, che a sua volta la porta al coro, mentre il diacono e il suddiacono la ricevono direttamente dal prelato. Quanto al celebrante, prende la pace baciando l’altare vicino all’Ostia santa. È il Signore stesso che gliela dona. Per dare la pace ci si può servire d’una placca di metallo prezioso, che per questo si chiama instrumentum pacis (17); in tal caso il celebrante, dopo aver baciato l’altare, bacia questa placca. Se si trovano tra gli assistenti all’augusto Sacrificio qualche principe o principessa o qualche gran personaggio che si vuoi onorare, sì porta loro líinstrumentum pacis, che essi baciano a loro volta.
Abbiamo già fatto notare che non si da la pace nelle Messe dei defunti: la medesima cosa si osserva il Giovedì Santo per protestare contro il bacio di Giuda, col quale Nostro Signore fu tradito e consegnato ai suoi nemici. Tale cerimonia si omette ugualmente il Sabato Santo, mantenendo così l’antico costume che si praticava quando la Messa si celebrava di notte: il gran numero dei neofiti avrebbe potuto esser occasione di confusione. E poi il Signore non rivolse ai suoi discepoli riuniti le parole Fax vobis, se non alla sera della Risurrezione. Per questo la Chiesa, volendo rispettare le più piccole circostanze della vita del suo celeste Sposo, omette nella Messa del Sabato Santo il canto dell’Agnus Dei, che richiederebbe il dona nobis pacem, e tralascia anche la cerimonia del bacio di pace, che non si riprende se non alla Messa del giorno di Pasqua.

Il sacerdote aggiunge all’orazione precedente altre due orazioni. Quelle che oggi figurano nel Messale sono d’origine moderna, quantunque contino già mille anni. Un tempo, ciò che si diceva in questo momento apparteneva alla tradizione, come pure le preghiere dell’Offertorio, perciò tali orazioni non si trovano nel Sacramentario di san Gregorio, che contiene soltanto i prefazi, il Canone, le collette, le secrete ed i postcommunio. Tutto il resto si trasmetteva per tradizione e variava secondo le Chiese. Tra queste diverse orazioni si sono scelte quelle che figurano oggi nel Messale, e devono dirsi sempre, anche quando si sopprime l’orazione della pace.
La prima delle suddette orazioni incomincia così: Domine Jesu Christe, Fili Dei vivi, qui ex voluntate Patris, cooperante Spiritu Sancto, per mortem tuam mundum vivificasti. Vediamo con questa orazione come nella morte di Nostro Signore agisca tutta la Santissima Trinità; il Padre vi mette la sua volontà: ex voluntate Patris lo Spirito Santo vi coopera ed assiste l’umanità di Nostro Signore nell’offerta che fa di se stessa: cooperante Spiritu Sancto. Ma proseguiamo nell’orazione: libera me per hoc sacrosanctum Corpus et Sanguinem tuum ab omnibus iniquitatibus meis, et universis malis. La prima cosa che dobbiamo desiderare, ricevendo la santa Comunione, è di vederci interamente liberi dai nostri peccati. E, poiché non ci preoccupa solamente il momento presente, domandiamo d’essere liberati da tutti i mali anche futuri, aggiungendo la seguente petizione che riguarda l’avvenire: et fac me tuis semper inhaerere mandatis, et a te numquam separari permittas: qui cum eodem Deo Patre et Spiritu Sancto vivis et regnas Deus in saecula saeculorum. Amen. Così a Dio che viene in noi nella santa Comunione domandiamo tre cose: in primo luogo di liberarci dai nostri peccati; poi d’essere sempre fedeli ai suoi Comandamenti; infine, di non permettere mai d’essere separati da Lui.

Segue la terza orazione: Percepito Corporis tui, Domine Jesu Christe, quod ego indignus sumere praesumo, non mini proveniat in judicium et condemnationem. Si fa qui allusione alle parole di san Paolo sulla santa Comunione contenute nella sua prima Lettera ai Corinzi: Qui enim manducai et bibit indigne, judicium sibi manducai et bibit (11,29). L’orazione termina così: sed prò tua pietate prosit mihi ad tutamentum mentis et corporis, et ad medelam percipiendam: qui vivis et regnas… Vi è, evidentemente, in questa orazione una dimenticanza dei liturgisti che l’hanno composta. In tutte le altre si ha cura speciale di menzionar il Corpo e il Sangue di Cristo, mentre qui non si parla che del Corpo. Questa orazione, dunque, potrebbe sembrare poco necessaria, se la sua utilità non apparisse dall’uso che se ne fa nella funzione del Venerdì Santo. In questo giorno, infatti, il sacerdote si comunica sotto la sola specie del pane, ma non offre il santo Sacrificio. Per l’immolazione della Vittima sarebbero necessarie le due specie, del pane e del vino. Ma, nel giorno del gran Venerdì, il ricordo del gran Sacrificio compiuto sul Calvario preoccupa talmente il pensiero della Chiesa che rinunzia a rinnovarlo sull’altare, limitandosi a partecipar al mistero sacro per mezzo della Comunione. E questa orazione, di cui stiamo parlando, è quella che si usa al momento della Comunione, escludendo la precedente, che fa menzione del Sacrificio. Questa medesima preghiera può essere molto opportunamente utilizzata da tutti i fedeli che si apprestano a ricevere la santa Comunione.

Terminate queste orazioni, il sacerdote dice le seguenti parole, desunte dal salmo 115: Panem caelestem accipiam, et nomen Domini invocabo, “prenderò il pane celeste e invocherò il nome del Signore”. Quando la santa Chiesa può attingere dai salmi, lo fa sempre, perché sono per essa la vera sorgente, il modello e il tipo della preghiera.

Pronunziate queste parole, il sacerdote prende con la mano sinistra le due parti dell’Ostia, sotto la quale tiene la patena, e, battendosi il petto per tre volte, dice: Domine, non sum dignus ut intres sub tectum meum: sed tantum die verbo, et sanabitur anima mea. Queste parole sono quelle che il Centurione rivolse a Nostro Signore quando andava a guarire il suo servo. E qui di nuovo dobbiamo far notare la cura con cui la Chiesa è andata scegliendo i passi più belli delle Sacre Scritture per incastonarli nella Santa Messa come ricchissimi diamanti. Diciamo, dunque, anche noi: Domine, non sum dignus… Quanto a noi, non chiediamo la guarigione d’uno dei nostri servi. No, imploriamo soccorso per la nostra stessa anima, e queste parole sono com’un supremo appello rivolto a Dio. Abbiamo un gran bisogno di essere guariti, e quanto più ci avviciniamo al Signore, che solo può sanarci, tanto più deve crescere la nostra confidenza. È vero che la nostra indegnità ci riempie di confusione e di vergogna; ma chi è potente come Dio? Non dobbiamo che domandargli umilmente: Sed tantum die verbo, et sanabitur anima mea, “ma di’ soltanto una parola e l’anima mia sarà guarita”.

NOTE

17) «L’instrumentum pacis, per lo più in argento o in metallo cesellato, spesso rappresentante la Pietà o la Crocifissione, non serve ormai che a portare la pace ai dignitari ecclesiastici presenti alle Messe lette e, secondo l’usanza di molte chiese, ai novelli sposi, durante la Messa nuziale»: M. RIGHETTI, op. cit., vol. I, pp. 386-387.

XXXVIII – COMUNIONE

Dopo quest’atto d’umiltà, il sacerdote si dispone a ricevere la santa Comunione. Tiene l’Ostia nella mano destra e, facendo con essa il segno di croce, dice: Corpus Domini nostri Jesu Chrìsti custodiat animam meam in vitam aeternam. Amen. Notiamo bene: in vitam aeternam, “per la vita eterna”. Il sacerdote parla qui come se si dovesse comunicar una volta sola in tutta la vita. Una sola Comunione dovrebbe bastare, infatti, per conservare la nostra anima pura e santa per la vita eterna, e Dio ha comunicato a questo Sacramento la grazia sufficiente perché una sola Comunione basti a sostenere la persona in grazia. Di ciò ha voluto donarci alcuni esempi. Ricordiamo, tra gli altri, quello di santa Maria Egiziaca che ricevè la santa Comunione dalle mani del santo abate Zosimo, e quest’unica Comunione bastò a custodire la sua anima per la vita eterna. Orbene, la santa Comunione non è solamente un pegno di vita eterna per l’anima, è anche un pegno di risurrezione per il corpo. Per questo il vescovo, quando da la Comunione ai sacerdoti novelli che ha ordinati, dice a ciascuno: Corpus Domini nostri Jesu Chrìsti custodiat te in vitam aeternam.
Dopo essersi comunicato, il sacerdote si raccoglie per breve tempo. Poi scopre il calice e, raccogliendo con la patena i frammenti dell’Ostia che possono essere rimasti sul corporale, li fa cadere nel calice dicendo: Quid retribuam Domino prò omnibus quae retribuii mihi? Calicem salutaris accipiam, et nomen Domini invocabo, “Che cosa renderò al Signore per tutto quello che mi ha dato? Prenderò il calice della salvezza ed invocherò il nome del Signore”. Anche queste parole sono tratte dal salmo 115. Davide, parlando del calice – Calicem salutaris – non pensava ad una bevanda ordinaria. Si sente nelle sue parole qualcosa di profetico: esse lasciano scorgere che l’uomo sarebbe stato salvato con una bevanda alla quale nessun altra può essere paragonata, bevanda che non sarà altro che il Sangue del Signore.

II sacerdote aggiunge: Laudane invocabo Dominion, ef ab inimicis meis salvus ero, “ora loderò il Signore, perché sono atto a far risuonare la sua lode a motivo dei doni che mi ha fatto; e, libero dai miei nemici, non avrò più nulla da temere”. Quindi prende il calice con la mano destra e, facendo con esso il segno di croce, dice: Sanguis Domini nostri Jesu Christi custodiat animam meam in vitam esternarti. Amen. E beve il prezioso Sangue con la particella che vi aveva mischiata nel momento di dar al popolo la pace.

È a questo punto che deve essere distribuita la Comunione ai fedeli, se ve ne sono; altrimenti il sacerdote purifica immediatamente il calice. Il ministro versa un po’ di vino nel calice, che il sacerdote gli presenta, dicendo: Quod ore sumpsimus, Domine, pura mente, capiamus: et de munere temporali fiat nobis remedium sempiternum, “fa’, Signore, che conserviamo in un cuore puro, ciò che abbiamo ricevuto con la bocca, e che il dono che ci viene fatto nel tempo – munere temporali – sia per noi un rimedio eterno: fiat nobis remedium sempiternum”. Questo latino è molto antico, come può desumersi dal suo evidente sapore classico. Si dice munere temporali, perché la Comunione è cosa temporale. Dio è eterno – è vero -e si da a noi nella Comunione. Ma questa Comunione si fa in un giorno, in un’ora, in un momento determinati. È, dunque, a ragione chiamata “dono temporale”: munus temporale. Orbene, per mezzo di questo dono, il Signore opera la sua unione con l’anima nostra; e, poiché il Signore è la forza, fa di quest’atto unico un rimedio energico, la cui l’efficacia deve durar in eterno e guarire l’anima nostra.
Per una seconda volta il ministro versa del vino nel calice; ma questa volta vi aggiunge un po’ d’acqua. In questo momento il sacerdote si purifica le dita e sin d’ora può disgiungerle. In questo frattempo dice: Corpus tuum, Domine, quod sumpsi, et Sanguis, quem potavi, adhaereat visceribus meis: et prassta; ut in me non remaneat scelerum macula, quem pura et sancta refecerunt sacramenta: qui vivis et regnas in saecula saeculorum. Amen, “II tuo Corpo, che ho ricevuto, e il tuo Sangue, che ho bevuto, Signore, alimentino il mio corpo; e fa’ che, alimentato da così santi e puri sacramenti, non rimanga in me la minima macchia di peccato, tu che vivi e regni per tutti i secoli dei secoli. Così sia”. Questa preghiera, come la precedente, è molto bella ed anche molto antica. Entrambe devono risalire ai primi tempi, come anche quella della pace. Nella prima abluzione il sacerdote non mette nel calice altro che vino, per rispetto al prezioso Sangue, poiché ancora poteva rimanerne qualche goccia nella sacra coppa. Così, nel caso in cui, per accidente, si venisse a versare questo vino, bisognerebbe purificare tutto quanto avesse toccato, trattandolo col medesimo rispetto con cui si tratta il preziosissimo Sangue. I rubricisti raccomandano al sacerdote di agitare leggermente il calice per raccoglier tutte le gocce del prezioso Sangue che potessero trovarvisi. Nella seconda abluzione si mescola l’acqua al vino, perché allora il Sangue di Nostro Signore non v’è più. Il sacerdote deve sempre bere dalla stessa parte, ed è per questo che ordinariamente sul piede del calice s’incide una piccola croce. Senza questa precauzione, il sacerdote si esporrebbe, se non vi facesse attenzione, ad asterger col purificatoio il prezioso Sangue di cui il calice fosse ancora umido.

XXXIX – POSTCOMMUNIO

Terminati questi riti, dopo aver detto Dominus vobiscum, il sacerdote recita l’ultima orazione, chiamata oggi postcommunio, che nel Sacramentario di san Gregorio era designata anche come Orato ad complendum. Nel Sacramentario non figurava l’antifona della Comunione poiché questa, essendo cantata, non era recitata dal sacerdote. Si tratta dell’antifona d’un salmo che si cantava durante la Comunione. Un resto di quest’uso sussiste nella Messa dei defunti. Anche l’Introito, che accompagnava il sacerdote dall’uscita della sacrestia fino al suo arrivo all’altare, non figurava nei Sacramentari.
L’orazione del postcommunio è molto importante, poiché vi si parla quasi sempre della Comunione che si è fatta. È seguita dal consueto saluto del sacerdote al popolo: Dominus vobiscum. Poi il diacono, voltandosi verso i fedeli, dice: Ite, Missa est.

XL – ITE, MISSA EST

Ordinariamente queste parole sono state tradotte con: “Andate, la Messa è finita”, ma questo non è il senso proprio. Tale formula, usata dalla Chiesa, era adoperata dai Romani nelle assemblee pubbliche, per annunziare che la riunione era terminata. Così queste parole: Ite, concio missa est, volevano dire: “Andate, l’assemblea è terminata”. Nei primi secoli non si usava la parola Messa, Missa, per designar il santo Sacrificio dell’altare. I fedeli si riunivano per il Sacrificio e, quando questo era terminato, il diacono congedava l’assemblea, come soleva farsi in ogni riunione pubblica. Più tardi introducendosi la parola missa, si finì per confonder i termini e, mettendo una “M” maiuscola a questa formula: Ite, Missa est, si tradusse a torto: “Andate, la Messa è detta”.
Nelle Messe di penitenza, per esempio in Quaresima, invece dell’Ite, Missa est, il diacono dice: Benedicamus Domino. Non si congedano i fedeli, perché si pensa che in questi giorni di espiazione amino pregare più a lungo. L’Ite Missa est è, di conseguenza, un segno di gioia, perciò lo si sopprime nelle Messe di Requiem: niente è meno conveniente d’un canto di giubilo in una Messa nella quale tutto traluce tristezza e supplica.

Dopo che il diacono ha detto Ite Missa est, il sacerdote si rivolge verso l’altare ed, inchinandosi un poco e con le mani giunte, dice: Placeat tibi, sancta Trìnitas, obsequium servitutis meee: et praesta ut sacrificium, quod oculis tuae majestatis indignus obtuli, tibi sit acceptabile, mihique et omnibus, prò quìbus illud obtuli, sit, te miserante, propitiabile. Per Christum Dominum nostrum. Amen, “Ricevi favorevolmente, o Trinità santissima, l’omaggio della mia completa dipendenza, ed accetta il sacrificio che, quantunque indegno, ho offerto alla tua maestà. Fa’, per tua misericordia, che sia propiziatorio per me e per tutti quelli per i quali l’ho offerto. Per Gesù Cristo Nostro Signore. Così sia”. Questa preghiera è una specie di compendio nel quale il sacerdote ricorda alla Santissima Trinità ciò che ha fatto, pregandola di accettare questo Sacrificio e di renderlo proficuo per tutti coloro per i quali egli ha pregato.

XLI – BENEDIZIONE

Terminata questa orazione, il sacerdote bacia l’altare, alza gli occhi al cielo, allarga le braccia e, inchinandosi dinanzi alla croce, dice: Benedicat vos omnipotens Deus. Poi, voltandosi verso il popolo, mentre lo benedice aggiunge: Pater, et Filius, et Spiritus Sanctus. Il popolo risponde: Amen. Il semplice sacerdote deve benedire una sola volta, anche nelle Messe solenni. Si è stabilita questa differenza tra i sacerdoti ed i vescovi, i quali benedicono tre volte. I prelati benedicono ugualmente tre volte, quando celebrano pontificalmente. Alcuni di loro lo fanno alla Messa bassa, ma questo è un privilegio. Nelle Messe di Requiem non si da la benedizione perché, essendo questa segno di pace e di allegrezza, formerebbe uno strano contrasto col dolore e la tristezza che circonda questo rito funebre.

XLII – ULTIMO VANGELO

Data la benedizione, il sacerdote si porta in cornu Evangelii, e legge il prologo del Vangelo di san Giovanni.
Un tempo il sacerdote, non tenendo dinanzi il libro, faceva il segno di croce sull’altare prima di farlo su se stesso. Le tavolette sulle quali sono scritte le preghiere dell’ordinario della Messa, ad eccezione del Canone, e che noi nondimeno chiamiamo canoni da altare, sono d’uso recentissimo. Dacché s’incominciarono ad usare, s’introdusse la pratica di fare, su quella che contiene il Vangelo di san Giovanni, il segno di croce, sebbene il sacerdote possa farlo anche ora sull’altare, che è figura di Cristo morto per noi sulla croce del quale questo Vangelo narra la duplice generazione.
Ma perché questa lettura? Tale uso risale al Medioevo. In quell’epoca, come nei primi secoli, i fedeli avevano grande devozione a far recitar una parte del Vangelo, dando la preferenza al prologo di san Giovanni. Questa domanda si moltiplicava talmente che i sacerdoti non potevano più bastare, e allora si credette più semplice leggerlo ovunque alla fine della Messa. È stata dunque soltanto la devozione del popolo fedele che ha dato origine a quest’uso. Quando si celebra l’Ufficio d’un Santo, in giorno di domenica o di feria, che ha un Vangelo proprio, il sacerdote legge alla fine della Messa il Vangelo della domenica ed omette quello di san Giovanni. Ciò è conseguenza del costume introdotto di legger il Vangelo all’altare alla fine della Messa. Tale pratica, introdotta a partire da san Pio V, non rientra nel pontificale, poiché il Pontefice legge sempre e in tutti i casi il Vangelo di san Giovanni scendendo dall’altare.

Va notato che in questa frase del Vangelo di san Giovanni: Omnia per ipsum facta sunt… la Chiesa latina ha seguito sino a san Pio V un modo di puntuazione differente da quello che segue la Chiesa greca. Sant’Agostino e tutti i Padri latini, ultimo san Tommaso, leggevano così: Sine ipso factum est nihil. Quod factum est, in ipso vita erat, et vita erat lux hominum. San Giovanni Crisostomo e, in generale, i Padri greci leggevano: Sine ipso factum est nihil quod factum est. In ipso vita erat, et vita erat lux hominum. Poiché i manoscritti non hanno né punti, né virgole, in quanto questi segni cominciarono ad esser usati solo più tardi, da qui viene la diversità di punteggiatura. San Pio V, nell’edizione del suo Messale, aveva conservato per questo passo la punteggiatura latina, ma, poco tempo dopo di lui, s’introdusse in Occidente l’uso di leggerlo come lo leggevano i Greci.
Giunto alle parole del Vangelo di san Giovanni: Et Verbum caro factum est, il sacerdote fa la genuflessione per onorare l’annientamento del Verbo fatto carne, che “si annichili, prendendo la forma di servo” (Fil. 2,7).

Terminato il Vangelo, il sacerdote discende dall’altare, dopo aver salutato la croce e, riandando in sacrestia sotto voce, recita il cantico Benedicite (Dn 3,57-88) con le altre preghiere di ringraziamento indicate nel Messale.


error